Paolo Borzacchiello La Parola Magica

Il silenzio è d’oro. A volte, almeno. Il che, scritto da uno che si occupa di parole da tutta la vita, può sembrare strano. Ma se sei una sardina e vuoi fare un comunicato stampa per stemperare le polemiche collegate a una tua come minimo stramba scelta editoriale, allora dovresti prenderlo in considerazione come la tua miglior opzione. Per prima cosa, comunque, i fatti. Alla maniera di Queneau, quando parla di “notazioni”, affinché sia chiaro che qualsiasi mio rilievo da qui in avanti riguarda solo ed esclusivamente l’uso delle parole e mai il merito di quel che si dice.

I fatti: Mattia Sartori il semidio

Fatto: il gruppo delle sardine pubblica l’agiografia del loro leader, Mattia Sartori, ritratto di spalle, mentre con i suoi riccioli al vento e un paio di braghette corte, osserva un arcobaleno. Questa foto è accompagnata da una descrizione del Mattia stesso. Una descrizione che ha suscitato l’ironia della Rete (fatto) e una serie di critiche a questa scelta (fatto). Questa parte, qui, comunque, esula dal nostro campo di azione e ci interessa poco. Altro fatto: dalle sardine arriva subito dopo un comunicato che dice: Non volevamo raccontare un semidio, noi siamo contro la personificazione della politica.

Quel racconto doveva essere inserito in una serie con altri protagonisti. Abbiamo sbagliato a non spiegare il contesto e anche a iniziare proprio da Mattia con un testo che doveva essere più sobrio”. Questa parte, invece, ci interessa molto, perché dietro le parole utilizzate si celano scenari alquanto gustosi e che vale la pena notare.

Se neghi qualcosa lo rinforzi

Una delle regole auree della comunicazione in generale e della comunicazione politica in particolare è quella proposta da George Lakoff, esperto di politica e linguistica e principale studioso delle metafore incarnate: nominare un frame lo rinforza, negare un frame lo rinforza.

Cioè: se dici una cosa, la rendi vera. E se la neghi, la rendi vera lo stesso. Pensate a un elefante. Fatto? Ora avete in testa un elefante. Non pensate a un elefante. Fatto? Ora avete pensato di nuovo a un elefante. Semplice. 

“Non volevamo raccontare un semidio”, dicono. Una frase del genere è piuttosto indicativa delle reali intenzioni di chi la scrive, un po’ come quando dici a qualcuno che “non lo vuoi disturbare” perché in cuor tuo sai già che, forse, le palle un po’ potresti rompergliele.

Piaccia o meno, è così: diciamo o neghiamo quel che abbiamo in mente. Magari senza esserne consapevoli, ma è così: se nel tuo cervello inconscio l’idea di disturbare proprio non c’è, quelle parole non ti usciranno di bocca. Sarebbe bastato dire: “volevamo solo fare un ritratto di Mattia”.

Mattia Sartori: il pasionario messia con gli occhi stanchi

Peccato che, però, non sarebbe stato comunque sufficiente, visto che subito dopo arriva la frase: “noi siamo contro la personificazione della politica”.

Frase pessima sia perché in genere esprimere la propria contrarietà a qualcosa non fa altro che rinforzarne l’importanza (molto meglio dire a cosa si è favorevoli rispetto a dire a cosa si è contrari), sia perché si tratta di una frase che peggiora le cose: in sostanza, in questa difesa così mal espressa si legge, oltre all’incapacità di comunicare in modo efficace, anche una totale mancanza di intelligenza strategica: dici di essere contrario alla personificazione e poi dedichi decine di righe a una singola persona, dipingendola come un pasionario messia con gli occhi stanchi (sic.) il cui cuore vibra di amore universale?

Come la possiamo definire, questa, se non personificazione della politica?

Quello che doveva essere e quello che è stato

Invece di dire di essere “contro la personificazione”, sarebbe bastato mettere su Facebook una bella foto di gruppo, parlando dei valori del gruppo, degli ideali del team e altre cosucce del genere. Sempre parlando di (carenza di) intelligenza strategica, ecco infine la ciliegina: “…il profilo di Mattia doveva essere più sobrio”. Che, in italiano, significa: 1) sappiamo che non è sobrio (fatidico, qui, quel “più”) e 2) sappiamo anche che non avremmo dovuto pubblicarlo così e 3) non sappiamo, invece, usare adeguatamente tempi e forme verbali (“doveva essere più sobrio” è piuttosto infantile, cosa sarebbe costato un bel “avrebbe dovuto essere”?).

 

O sai cosa dire o taci

Insomma, tralasciando il merito della scelta di pubblicare questa ode al ricciolo capo delle sardine, che non mi compete, posso solo dire che le spiegazioni fornite peggiorano comunque la situazione e dichiarano una oggettiva mancanza di comprensione e utilizzo di regole che chiunque si rapporta con un grande pubblico dovrebbe sapere. Chiunque dovrebbe sapere che, in taluni contesti, come dicevamo all’inizio, un buon silenzio è lo strumento migliore da utilizzare: o sai spostare l’attenzione delle persone che ti criticano su altri scenari (come ha tentato, con triste esito, il pentastellato Rizzone quando ha evocato cospirazioni planetarie per coprire la miseria della sua richiesta del bonus da 600 euro) oppure taci.

Che è meglio e che ti fa fare una figura migliore. Così, care sardine, invece, avete fatto danno e ottenuto la beffa. 

Intelligenza linguistica in alto mare

A chiosa del post pubblicato sulla pagina Facebook, il buon Mattia dice: “Il bello dei pesci è che sono sempre in movimento, possono cambiare habitat ma senza perdere la capacità di leggere le mareggiate”.

Ci auguriamo che chi gli cura la comunicazione si metta a leggere anche qualche libro sull’intelligenza linguistica, oltre che le mareggiate.

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