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Negli ultimi giorni, un particolare caso di cronaca ha suscitato notevole scalpore tra l’opinione pubblica. Recentemente, infatti, è stata resa nota la sentenza di assoluzione per un uomo, accusato di aver ucciso la moglie, a causa del suo “delirio di gelosia”. 

Subito ci siamo chiesti: “Ma come è possibile si decida per l’assoluzione di un uomo che ha ucciso la moglie per un raptus di gelosia?“. Da lì, inevitabilmente, sono partite numerosi critiche in merito alla sentenza. C’è chi ha paragonato tale omicidio al delitto d’onore e chi ha affermato come essa possa essere uno “sdoganamento del femminicidio” dettato dal patriarcato.

È importante, però, evidenziare come le motivazioni della sentenza e la terminologia relativa al “delirio di gelosia” siano state travisate. Cerchiamo, quindi, di fare chiarezza in merito.

La vicenda

Nell’ottobre 2019, Antonio Gozzini, docente in pensione, aveva ucciso la moglie Cristina Maioli, 62enne insegnante di una scuola superiore. Inizialmente, l’uomo aveva tramortito la donna con tre colpi di martello alla testa, mentre dormiva. Successivamente, l’aveva accoltellata alla gola. Dopo diverse ore, aveva tentato il suicidio.

Fin da subito, Gozzini aveva dichiarato: “Non c’è un motivo per cui ho deciso di uccidere mia moglie.

So solo che stavo malissimo. Con la depressione possono succedere queste cose“. Immediatamente, l’uomo era stato trasportato e detenuto in carcere, in attesa della sentenza definitiva.

Durante le indagini, i consulenti tecnici d’ufficio e il consulente della difesa avevano evidenziato come l’uomo avesse agito per un delirio di gelosia e avevano riconosciuto il vizio totale di mente. La difesa, al contrario, aveva sostenuto che l’uomo avesse ucciso la moglie “per vendetta”.

Comunque, qualche giorno fa, è arrivato il responso della Corte di Assise di Brescia.

I giudici hanno riconosciuto il vizio totale di mente, assolto Massimo Gozzini e ordinato il trasferimento dell’uomo in una Rems, ovvero la residenza per l’esecuzione delle misure di sicurezza.

Cos’è il delirio di gelosia? 

Diversamente da quanto si potrebbe ritenere, il delirio di gelosia non è il semplice fatto di provare una profonda gelosia nei confronti del proprio partner. È invece un disturbo mentale, che, in base alla quinta edizione del Manuale Diagnostico e Statistico dei disturbi mentali (DSM 5), rientra tra i disturbi dello spettro della schizofrenia.

Di per sé, i deliri sono convinzioni errate e incorreggibili della realtà.

Nello specifico, il disturbo delirante con tematica legata alla gelosia porta l’individuo a credere che eventi causali o presunti indizi siano una prova inconfutabile dell’infedeltà del partner. La persona risulta totalmente estranea all’idea che si tratti di un convincimento delirante. Per di più, potrebbe arrivare a pedinare, fare scenate o, come nel caso in questione, a uccidere il partner, a causa del suo disturbo. 

Il vizio totale di mente

Il vizio totale di mente viene valutato da appositi consulenti tecnici nominati dal giudice, che, attraverso specifici colloqui e strumenti diagnostici, evidenziano come, al momento del reato contestato, il disturbo fosse tale da incidere notevolmente sulla capacità di intendere e di volere della persona.

 

A livello forense, la capacità di intendere è la capacità di comprendere la realtà e capire il significato delle proprie azioni. Con capacità di volere si intende, invece, la capacità di autodeterminarsi e, dunque, controllare i propri impulsi ad agire. 

Il commento della criminologa Ilaria Cabula 

L’articolo 85 del codice penale evidenzia: “Nessuno può essere punito per un fatto preveduto dalla legge come reato, se, al momento in cui lo ha commesso, non era imputabile.

È imputabile chi ha la capacità di intendere e di volere”. 

A ciò, si aggiunge l’articolo 88 del codice penale. Tale normativa definisce il vizio totale di mente: “Non è imputabile chi, nel momento in cui ha commesso il fatto, era, per infermità, in tale stato di mente da escludere la capacità di intendere e di volere“.

Ritornando al caso che stiamo analizzando, vediamo, dunque, che, nel momento in cui l’uomo ha commesso l’omicidio, le sue azioni erano grandemente influenzate dalla sua patologia, ossia il delirio di gelosia. In tal senso, è stato riscontrato dai consulenti tecnici d’ufficio ed è stato confermato dai consulenti tecnici sia della difesa sia dell’accusa il vizio totale di mente.

Dunque, la Corte d’Assise di Brescia non ha potuto far altro che applicare le normative, procedendo con l’assoluzione del 80enne.  

Pertanto, sebbene sia necessario attendere le motivazioni e le valutazioni forensi che hanno portato a una simile sentenza, non si può affermare – così come è stato sostenuto – che tale assoluzione sia l’ennesimo atto di prevaricazione degli uomini sulle donne o di impunità dei femminicidi.