Giuseppe Piccolomo

Annullato l’ergastolo inflitto in primo grado a Giuseppe Piccolomo, noto alle cronache come il “killer delle mani mozzate“. A stabilire di non doversi procedere a suo carico – finito alla sbarra con l’accusa di aver ucciso la moglie Marisa Maldera nel 2003, a Caravate (Varese) – la Corte d’Assise d’appello di Milano. L’uomo sconta una condanna definitiva della stessa entità per l’omicidio di Carla Molinari, sgozzata e mutilata a Cocquio Trevisago nel 2009.

Giuseppe Piccolomo, “killer delle mani mozzate”: ergastolo annullato

Arriva dopo due anni la svolta nel processo a carico di Giuseppe Piccolomo, accusato di aver ucciso la moglie, Marisa Maldera, morta nell’incendio della sua auto nel 2003 a Caravate.

Nel 2019, la Corte d’Assise di Varese lo aveva condannato all’ergastolo, ritenendolo responsabile dell’atroce fine della donna.

Per i giudici del primo grado sarebbe stato lui a provocare l’incendio del veicolo in cui la donna perse la vita, ma la Corte d’Assise d’appello di Milano, poche ore fa, ha stabilito di non doversi procedere annullando, di fatto, il fine pena mai precedentemente infitto.

Dietro la decisione, riporta Il Giorno, il principio di diritto secondo cui un cittadino già condannato per lo stesso reato non può essere sottoposto a processo per il medesimo fatto.

A sintetizzarlo è la locuzione latina “Ne bis in idem” (letteralmente Non due volte per la stessa cosa”), che cristallizza il concetto su cui poggerebbe lo scheletro dell’esito del secondo grado di giudizio.

La morte di Marisa Maldera

Secondo la ricostruzione dei fatti del 2003, Marisa Maldera morì carbonizzata all’interno dell’auto guidata dal coniuge. Da quella vettura, uscita fuori strada in una gelida notte di febbraio, lui era uscito miracolosamente illeso.

Per l’accusa, sarebbe stato lui a provocare l’incidente e il successivo incendio.

Nel 2006, Piccolomo aveva patteggiato una condanna a 1 anno e 4 mesi per omicidio colposo.

E sarebbe questo ad aver premuto a favore del “Ne bis in idem” richiamato nel caso dalla sua difesa. Ecco cosa stabilisce il codice di procedura penale all’articolo 649, che sancisce il divieto di un secondo giudizio: “L’imputato prosciolto o condannato con sentenza o decreto penale (il quale ha lo stesso valore di una sentenza) divenuti irrevocabili non può essere di nuovo sottoposto a procedimento penale per il medesimo fatto, neppure se questo viene riconsiderato per il titolo, per il grado o per le circostanze, salvo quanto disposto dagli articoli 69 comma 2 e 345“.

L’articolo era stato richiamato dal legale di Piccolomo, Stefano Bruno, che ha commentato così la sentenza ai microfoni di Varese News: “È una sentenza giuridicamente corretta e nella quale è stato applicato il diritto, siamo riusciti a tenere fuori tutti gli aspetti emotivi della questione perché a Varese si era creata una aspettativa colpevolista frutto di una forte campagna mediatica“.

Il delitto delle mani mozzate

Giuseppe Piccolomo è noto alle cronache come l’autore del famigerato delitto delle “mani mozzate”, consumatosi nel 2009 in un’abitazione – quella della vittima, Carla Molinari – a Cocquio Trevisago, sempre nel Varesotto.

Da allora, con l’arresto dell’uomo e la sua condanna in via definitiva al carcere a vita per il brutale omicidio della pensionata (a cui furono mozzate le mani) anche il caso di Marisa Maldera era stato riaperto. Ora, dopo l’annullamento dell’ergastolo nel processo per la morte di quest’ultima, la Procura generale avrebbe già annunciato l’impugnazione in Cassazione.

Le parole di Nicodemo Gentile dopo la decisione in appello

L’avvocato Nicodemo Gentile, che insieme al collega Antonio Cozza assiste le figlie di Marisa Maldera, Cinzia e Tina (convinte della colpevolezza del padre e che, riporta Varese News, si sarebbero dette “incredule e sconcertate” per la decisione dei giudici di Milano), ha commentato in questi termini la sentenza:

La Giustizia non bisogna mai darla per scontata.

Non doversi procedere per violazione del divieto del “ne bis in idem” per Giuseppe Piccolomo condannato in 1 grado all’ergastolo per l’omicidio della moglie Marisa Maldera. Così è stato deciso dalla Corte d’Appello di Milano, dopo che sulla stessa istanza altri 3 Giudici, il Gip di Varese che aveva riaperto le indagini, il Gup di Varese che aveva rinviato a giudizio e la Corte d’Assise di Varese che aveva condannato all’ergastolo, avevano deciso in modo diverso. Insieme all’avvocato Antonio Cozza continueremo la nostra battaglia, sempre accanto a Cinzia e Tina, figlie della povera Marisa Maldera. La Giustizia è un’aspirazione, una battaglia quotidiana, non bisogna mai darla per scontata“.