Paolo Borzacchiello La Parola Magica

Ogni parola ha un peso specifico, l’ho scritto molte volte. Ogni frase, lo stesso. Una delle cose affascinanti delle parole e delle frasi che ogni giorno scriviamo o pronunciamo è poi che il loro significato può cambiare radicalmente a seconda della sequenza con le quali le esprimiamo o del contesto all’interno del quale ci muoviamo.

Si tratta, tecnicamente, di priming e di framing. Il primo fenomeno è il cosiddetto fenomeno della prima impressione (lingusitica). Il secondo fenomeno è quello che attribuisce al contesto in cui una frase è espressa il potere di trasformare la frase stessa (le definizioni possibili di framing, in realtà, sono molte e questa è solo una fra le tante).

Facciamo un esempio sul priming. Leggete queste parole, rapidamente: armi, fucile, pistola, ferro, meccanismi. Ora, leggete “cane”. A che cosa pensate? Dovreste aver pensato al cane della pistola che, cito l’immancabile anche se spesso imprecisa Wikipedia, “è un componente essenziale di molte armi da fuoco, viene armato dal grilletto oppure a mano e nella sua successiva corsa in avanti colpisce, tramite il percussore, l’innesco della cartuccia facendo partire il colpo” (e se non sapete che cos’è il cane di una pistola, forse parlare di priming e framing è prematuro e servirebbe prima un giro di vocabolario).

Ora, leggete rapidamente queste parole: animale, zampe, coda, abbaiare, pelo.

Infine, adesso, rileggete “cane”. A che cosa avete pensato questa volta? Dovreste aver pensato a un, cito l’immancabile anche se molto molto spesso impreciso Salvini, “animale peloso”. Questo è il priming.

Le prime parole che dite influenzano tutto quello che segue del vostro discorso. La prossima volta che iniziate la vostra telefonata con “scusa se ti disturbo”, insomma, pensateci bene.

Framing: il contesto, pure.

Veniamo al framing che, per l’appunto, in una delle sue accezioni riguarda il contesto semantico in cui ci muoviamo.

Se, per esempio, un insegnante interroga un bimbo o una bimba di, ipotizziamo, terza elementare, non ottiene risposta e poi è l’insegnante stesso a fornire la soluzione al quesito, umiliando pesantemente l’allievo o allieva, e quel bimbo o quella bimba risponde: “non lo sapevo”, questa frase ha un certo senso e produce in noi, forse, persino un po’ di tenerezza, un grammo di empatia per quel cucciolo o quella cucciola colti in fallo.

Se, per esempio, la direttrice di questo quotidiano, durante una conversazione, mi spiegasse quali sono i criteri per diventare un giornalista e io prima non li avessi mai sentiti spiegare da nessun altro, potrei dire “non lo sapevo” e nessuno ne avrebbe a male: dopo tutto, non è che uno scrittore debba conoscere le regole dell’Ordine dei giornalisti, a meno che per l’appunto si voglia cimentare in quel tipo di attività.

Dal punto di vista emotivo, non ci sarebbero reazioni, se non minime.

Se, infine, Elon Musk si mettesse a spiegarvi come funziona un razzo spaziale e voi diceste: “ah, non lo sapevamo”, questa frase potrebbe persino produrre eccitazione, frutto della trepidante curiosità di fronte a una notizia così gustosa e porterebbe Musk (si spera) a raccontarci altri dettagli.

Quindi, “non lo sapevo”: ossitocina ed empatia parlando di bimbi mortificati a scuola, livello emotivo indifferente nel caso mio e dell’Ordine dei giornalisti, eccitazione e dopamina nel caso di Musk. Stessa frase, tre reazioni diverse. Interessante, vero? Ma c’è di più. Ci possono essere anche altre reazioni. Ad esempio.

Non sapevo

Immaginiamo, si fa per dire, che un medico vi prescriva una medicina sbagliata e che questa medicina vi provochi una reazione allergica piuttosto antipatica.

Voi tornate dal medico, vi lamentate e lui vi risponde: “Non lo sapevo”. Inizia a cambiare la chimica, ve ne siete accorti?

Oppure, parliamo di Covid, visto che è di moda e siamo tutti i giorni immersi nel flusso di notizie che riguarda questa bizzarra pandemia. Prendiamo l’ormai ex (il Signore sia lodato) commissario straordinario per la gestione del Covid medesimo in Calabria, tale Saverio Cotticelli il quale, durante una imbarazzata e imbarazzante intervista, a proposito delle strategie da adottare per salvare gente che muore (che muore davvero, eh, mica come nei film che poi si rialzano e vanno tutti a casa) dichiara “non sapevo di dovermene occupare”. “Non lo sapevo”. La gente muore, il Covid si diffonde e la persona incaricata di gestire la cosa non sa di essere quella persona. “Non lo sapevo”.

Vedete che meraviglia il framing? Vedete come cambiano gli effetti di una frase al cambiare del contesto in cui la stessa frase è raccontata? Oppure, pensate alla Zona Rossa in cui è stata costretta la Lombardia nell’ultima settimana. Pensate alle migliaia di persone bloccate in casa, magari impossibilitate a vedere gli affetti più cari. Pensate ai ragazzi che non possono socializzare e alle migliaia di commercianti già così provati da questo anno di chiusure, obbligati ad abbassare un’altra volta la serranda. Pensate ai ristoratori e titolari di bar (non parlo di quelli che tengono fanno prenotare per finta la stanza di hotel agli ospiti per poter tenere aperto il ristorante, facendosi pagare in nero così non risulta nulla, mentre i loro colleghi rispettano le norme di legge. Non parlo di quelli). Pensate a loro. E poi pensate di leggere sui giornali la notizia che ci spiega che questa ennesima settimana di Zona Rossa, che ha ulteriormente messo in ginocchio una regione già duramente provata, è frutto di un errore. Uno sbaglio. Gli “esperti” hanno fatto male i conti e migliaia di guariti sono stati conteggiati come ancora positivi.

Che tipo di rabbia sperimentate, adesso? E adesso, così torniamo al punto, immaginate che la risposta di chi ha sbagliato, di chi ha prodotto un danno così madornale, sia (cito): “non ci era stato chiesto”. Non sapevamo. Com’è, adesso, la vostra chimica, pensando che la vostra vita e la vostra attività commerciale o professionale sono in mano a persone che fanno male i conti e che non sanno di che cosa stanno parlando?

Siete passati dall’empatia all’indifferenza all’eccitazione alla furia omicida con la stessa identica frase. La questione, cari lettori, è che io mi occupo di parole e frasi: di parole e frasi che vanno dette, di parole e frasi che è meglio evitare e, purtroppo, anche di parole e frasi che in alcuni contesti nemmeno dovrebbero esistere. “Nessuno ce lo ha chiesto”, hanno risposto. Mentre la gente impazzisce e l’economia va a rotoli, il tasso di suicidi aumenta e la gente muore per disperazione. “Nessuno ce lo ha chiesto”. Ah, beh, allora a posto così. Che vuoi che sia. In fondo, è solo una settimana di Zona Rossa. 

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