Luigi Tenco

Luigi Tenco fu ucciso“. Con queste parole, impresse nero su bianco tra le pagine del settimanale Oggi, l‘amico musicista Lino Patruno apre a un orizzonte sconvolgente dopo decenni di dubbi e sospetti sulla morte del cantautore, trovato senza vita in una stanza d’albergo durante il Festival di Sanremo 1967. Patruno, come molti altri, non crede al suicidio. E sgancia una bomba su una svolta che, a suo avviso, sarebbe imminente.

Luigi Tenco: Lino Patruno non crede al suicidio

Da quel 27 gennaio 1967, il nome e il volto di Luigi Tenco sono un prepotente rumore di fondo dietro le quinte del dorato microcosmo del Festival di Sanremo.

È la data, impressa come marchio sinistro nella storia della kermesse, che ha segnato la fine della sua vita e l’inizio di quello che, per molti, sarebbe un giallo ancora senza soluzione.

Un decesso classificato come suicidio a cui l’amico Lino Patruno, oggi 85enne, non avrebbe mai creduto. Forte anche, a suo dire, di una clamorosa svolta prossima alla pubblicazione.

Fu ammazzato – ha dichiarato in una intervista rilasciata al settimanale Oggi, in edicola dall’11 febbraio –. Ho saputo che un ricercatore, il quale ha dedicato parte della sua vita a studiare meticolosamente la vita e la morte di Tenco, ha scoperto chi è l’assassino e presto ne renderà pubblico il nome“.

Nel corso dell’intervista, di cui altri stralci sono stati rilanciati da numerose testate nazionali, Patruno ha descritto Tenco come una persona solare a cui, “per giustificare la tesi del suicidio”, sarebbe stata cucita addosso l’immagine di “depresso cronico”. Ma le rivelazioni non finiscono qui.

La presunta rabbia del cantautore a Sanremo 1967

Il racconto di Lino Patruno a Oggi prosegue concentrandosi sul rapporto dell’artista con Dalida, in coppia con lui al Festival con il brano Ciao amore, ciao: “Secondo me Tenco si era ficcato in un brutto giro.

Per motivi di marketing lo avevano ‘fidanzato’ con Dalida (…). Si diceva anche che Tenco, quella sera, era incavolato nero non per l’eliminazione della sua canzone, ma perché aveva scoperto che il Festival era tutto truccato. Forse voleva pubblicamente denunciare anche un giro di scommesse clandestine. Probabilmente qualcuno gli ha chiuso la bocca prima che potesse fare danni“.

I dubbi sulla scena

La morte di Luigi Tenco, trovato senza vita con un colpo di pistola alla tempia nella stanza 219 dell’hotel Savoy di Sanremo, dopo la sua esibizione, è da sempre immersa in un limbo di interrogativi.

Molti dei quali avanzati da chi, dopo la scoperta del cadavere fatta prima da Lucio Dalla e poi da Dalida, si sarebbe avvicinato alla scena per poi descriverne alcuni dettagli.

Testimoni della prima ora, poi raggiunti dai microfoni di Chi l’ha visto?, nel 2015, per uno speciale sul caso, avrebbero riferito di non aver visto intorno al corpo di Tenco due elementi chiave che hanno poi contribuito a fissare la tesi ufficiale del suicidio. Si tratta del presunto biglietto d’addio dell’artista e dell’arma con cui si sarebbe ucciso a margine della cocente delusione per l’infausta sorte della sua canzone.

Un biglietto e una pistola

Ho sempre detto che per me non fu un suicidio, ma mi tagliavano le interviste“. È così che Orietta Berti, la cui storia in quel Sanremo si intreccia, suo malgrado, con il caso Tenco, aveva parlato della morte del cantautore al programma di Federica Sciarelli. La cantante sostiene che il biglietto d’addio non sia stato scritto da lui, parlando così di quell’ultimo messaggio in cui spicca il titolo della sua Io, tu e le rose come oggetto dell’invettiva del cantante contro il sistema: “Non ho mai creduto che lui avesse scritto questo biglietto, è un’offesa alla sua intelligenza“.

Questo il contenuto, contestato da chi non crede sia stata opera del cantautore: “Io ho voluto bene al pubblico italiano e gli ho dedicato inutilmente cinque anni della mia vita. Faccio questo non perché sono stanco della vita (tutt’altro) ma come atto di protesta contro un pubblico che manda Io tu e le rose in finale e ad una commissione che seleziona La rivoluzione. Spero che serva a chiarire le idee a qualcuno. Ciao. Luigi“.

Secondo almeno due testimoni oculari accorsi sul posto, non vi sarebbe stata traccia, vicino al corpo, di quel foglio e della pistola. Si tratta della versione di Paolo Dossena (ex produttore di Tenco e Dalida) e Cesare Gigli (regista ed ex produttore della casa discografica RCA): “Non c’erano armi, sono sicuro“, ha detto il primo a Chi l’ha visto? sostenendo anche l’assenza del famoso biglietto. Posizione sostenuta pure da Gigli, sempre ai microfoni della trasmissione: “Ma quale biglietto? Non ho visto nemmeno la rivoltella“.

Paolo Dossena: “Le foto ufficiali non corrispondono

Sul corpo di Tenco non fu disposta l’autopsia e, dopo il traporto alla Camera mortuaria del cimitero di Valle Armea, poco prima dell’alba, ne sarebbe stato ordinato il trasferimento nuovamente nella stanza 219 per concludere i rilievi con le foto per la Scientifica.

Una “scena” ricreata dopo il totale sconvolgimento dei luoghi e della posizione del cadavere, secondo quanto riferito da Paolo Dossena in tv: “Una cosa è certa: le fotografie ufficiali che sono state date non corrispondono a quello che io ho visto. È un falso. Non è vero“.

Le foto poi finite nella storia ufficiale mostrano il corpo di Tenco disteso a terra, ai piedi del letto, la pistola tra le gambe. Una postura differente da quella che l’ex produttore dell’artista ha detto di aver visto nell’immediatezza della scoperta del cadavere: “Luigi era seduto, con le spalle erette sul bordo del letto“.

E nel caso spicca anche quanto dichiarato dal commissario di Polizia Arrigo Molinari, che lavorò al caso, a Paolo Bonolis, in una intervista durante una puntata di Domenica In del 2004: “Indubbiamente un suicidio non lo è stato, lo posso garantire con una certa sicurezza. Posso dire che è stato un omicidio collettivo. Io indagini a un certo punto non ne ho fatto, perché non mi hanno permesso di farle“.