donna che legge una lettera

Nel 2010 Julie Keith, una mamma 42enne di Portland, si reca nel locale supermercato per comprare una scatola di decorazioni di Halloween. Al suo interno trova una lettera, scritta a mano, che denuncia le condizioni di sfruttamento di chi ha realizzato quei prodotti: i prigionieri del campo di lavoro di Masanjia, in Cina.

La storia fa il giro del mondo e desta grande scalpore, mettendo in luce una pagina decisamente controversa della storia cinese. Inchieste, libri e documentari hanno recentemente ripercorso le tappe di questa vicenda e ci ricordano di come essa, a distanza di 10 anni, sia ancora di enorme attualità.

La denuncia contro i campi di lavoro in Cina

Signore, se acquisti occasionalmente questo prodotto, ti prego gentilmente di inviare questa lettera all’Organizzazione mondiale per i diritti umani. Migliaia di persone, che sono qui sotto la persecuzione del governo del Partito Comunista Cinese, ti ringrazieranno e ti ricorderanno per sempre“. Questo l’incipit della lettera, scritta in inglese con alcune frasi in cinese, che riportava informazioni piuttosto dettagliate sulle condizioni di lavoro nel campo.

La persecuzione dei prigionieri

I prigionieri, sempre secondo la lettera, sarebbero stati in gran parte praticanti del Falun Gong, una disciplina spirituale non approvata dal governo centrale.

Torture, vessazioni e 15 ore di lavoro al giorno, per realizzare prodotti destinati anche all’Occidente, sarebbero così state il veicolo di una loro “rieducazione” sul piano ideologico. “Persone assolutamente innocenti che – continuava la lettera – solo perché hanno convinzioni diverse rispetto al Partito Comunista Cinese, spesso soffrono punizioni più severe rispetto agli altri“.

Quello che poteva sembrare, almeno in un primo momento, uno scherzo di cattivo gusto, cela invece l’amara verità.

A Julie Keith bastano pochi colloqui con alcune organizzazioni impegnate a favore dei diritti umani per confermare l’esistenza del campo di Masanjia e la conseguente attendibilità del messaggio: “La lettera aveva percorso quasi 9mila chilometri per raggiungermi, come un messaggio in bottiglia – ha raccontato recentemente Julie al Guardian e mi sentivo malissimo per non averlo scoperto prima“.

L’autore della lettera

Da quel giorno l’interesse dei media diventa sempre più forte, fino all’inchiesta del 2013 portata avanti dal New York Times. L’autorevole quotidiano americano riesce a rintracciare l’autore della lettera, un ingegnere 47enne di Pechino, di nome Sun Yi.

L’uomo racconta di essere stato detenuto nel campo di Masanjia per 2 anni e mezzo, dopo l’arresto avvenuto a causa della sua devozione a Falun Gong. Secondo il New York Times, la lettera trovata da Julie era solo una delle 20 che Sun aveva “spedito” all’estero, nascondendole all’interno delle confezioni fabbricate nel campo.

L’incontro tra Sun Yi e Julie Keith

Le condizioni inumane dei prigionieri, messe in luce dalla vicenda, portano ad un grande dibattito, anche in Cina, dove nel 2013 il governo annuncia l’intenzione di abolire il sistema dei campi di rieducazione.

Nel 2017 Sun Yi muore per un’infezione ai polmoni, pochi mesi mesi dopo essere riuscito ad incontrare Julie Keith: “Disse che mi considerava sua sorella – ha raccontato la donna al Guardian e che sarebbe sempre stato in debito“.

Nel 2018 un documentario canadese, Letter from Masanjia, ha riportato l’attenzione sulla storia di Julie e Sun, evidenziandone la forte attualità. Gli eventi degli ultimi mesi, tra pandemia e proteste di Hong Kong, ci hanno ricordato quanto possa essere importante e delicato il tema dei diritti umani e delle relazioni diplomatiche con la Cina, soprattutto nello scenario internazionale in cui ci troviamo a vivere oggi.

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