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Massimo Di Cataldo, dall’ultimo singolo alle prove in cucina. Sul Festival di Sanremo: “Si vive anche senza”

Massimo Di Cataldo si racconta a The Social Post partendo dal suo ultimo singolo, C'è bisogno di credere: la musica come risposta alla pandemia, una passione nata da bambino e le esperienze televisive ma nessun Festival in vista
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Intervista a cura di:
Chiara Surano
Marco Coco

Massimo Di Cataldo si racconta a The Social Post a pochi giorni dall’uscita del suo ultimo singolo C’è bisogno di credere. Dalla passione per la musica coltivata grazie ad un registratore a nastro del padre alla paura provata durante i mesi più duri della pandemia, Di Cataldo ci confida a come ha vissuto i mesi di lockdown e come è riuscito a riprendere in mano la sua vita grazie alla musica. Nuovamente protagonista della scena musicale, in questi giorni di concitata attesa per l’imminente avvio del Festival di Sanremo, non c’è però margine di corteggiamento per il cantante da parte dell’evento nonostante gli ottimi rapporti con il suo direttore artistico, Amadeus.

Massimo Di Cataldo: il ritorno con C’è bisogno di credere

Si parte del presente per andare ad approdare in quella che, per Massimo Di Cataldo, è l’essenza stessa della musica nonché fil rouge della sua vita, una compagna che non lo hai mai abbandonato nemmeno nei più difficili e isolanti mesi di lockdown. E proprio di lockdown e di effetti collaterali della pandemia si deve parlare per ricostruire la genesi del suo ultimo singolo, C’è bisogno di credere.

Abbiamo ascoltato il tuo ultimo singolo, C’è bisogno di credere: da dove nasce l’ispirazione per questo nuovo brano?

È un misto tra incoscienza e coraggio. In questo periodo ad uscire in maniera indipendente con un brano musicale si corre il rischio dell’effetto “goccia nel mare”.

Perché parli di incoscienza?

Perché secondo me ce ne vuole in un momento in cui siamo, purtroppo, sopraffatti da notizie negative e opprimenti.

A proposito di questo, come hai vissuto la pandemia? Come per altri artisti anche per te è stata fonte di ispirazione?

No, zero. Assolutamente, è stato un momento di privazione della propria vita e della propria libertà, delle scelte che si possono fare. È tutto molto più limitato e contingentato. 

Il nuovo singolo figlio del lockdown

Questo ultimo singolo è nato durante i mesi di pandemia o lo avevi realizzato già tempo prima?

È nato in questo momento, poco dopo la fine dell’estate, quando sembrava di essere tornati ad una sorta di normalità e poi c’è stata questa ricaduta fragorosa. Chiaramente è stato anche più difficile del primo lockdown: quello prima poteva essere un movimento popolare, aggregativo, con frasi come “insieme ce la faremo” o “andrà tutto bene” dettate da una sorta di ingenuità del momento però sana.

Poi però c’è stato il silenzio: neanche la paura ma la rassegnazione, una forma di disgregazione sociale. Questo mi ha molto spaventato e mi ha fatto in qualche modo reagire ed ecco che è nata così la canzone, proprio perché credo nella necessità di tornare a vivere una vita più intensa a livello sociale.

Guarda il video:

Nella canzone, al principio, dici: “Certe volte mi domando che ci faccio in questo mondo così solo“. Quando ti sei sentito solo nella tua vita?

In assoluto in questo periodo, le videochiamate non compensano quello che può essere un incontro tra amici così come lo smartworking per quanto ci venga in ausilio, è tanto quello che viene a mancare e manca veramente. In un rapporto digitale abbiamo a disposizione due sensi: l’udito e la vista, come una telefonata che coinvolge uno o due sensi al massimo ma quando sei con qualcuno, con delle persone, con degli amici, in un gruppo di lavoro scatta un’intelligenza emotiva che stiamo rischiando di perdere diventando un po’ piatti. Sostanzialmente viviamo un po’ a metà e mi manca il coinvolgimento emotivo e l’empatia che si crea con la gente, con le persone, con l’incontro.

Massimo Di Cataldo e la forza di lottare nonostante le mancanze: “Abbiamo bisogno gli uni degli altri

Se dovessi pensare ad un qualcosa invece di positivo che questo periodo ti ha lasciato, qual è la prima cosa che ti viene in mente?

È sicuramente una prova, un test che ci ha esortato a tirare fuori la forza e stiamo ancora lottando. Io non credo che siamo così facili ad arrenderci, questo pianeta ne ha passate tante di difficoltà dalle quali ci siamo sempre sollevati vittoriosamente.

Tu pensi di averla superata questa sfida personale?

Siamo ancora tutti i giorni in guerra contro questo nemico invisibile, con tutte quante le difficoltà che ci sta portando quindi meglio non cantare vittoria, bisogna stare con gli scudi ancora belli alti.

Sempre nella canzone ad un certo punto dici, e lo ripeti più di una volta, “Ho bisogno di te, di te…”. A chi ti rivolgi? Sei innamorato?

Quando dico “ho bisogno di te” non avrebbe avuto senso ripeterlo più volte se non si fosse trattato di più persone. È come guardarmi intorno e rivolgermi a più persone allo stesso tempo. In quel “te” può esserci un mio amico, qualcuno del pubblico che mi manca, le persone che non riesco a raggiungere dall’altra parte del mondo. Mi rendo conto di quanto più in questo momento abbiamo bisogno gli uni degli altri.

Non ha quindi un senso restrittivo riferito ad una sola persona: in questo momento avere bisogno di una sola persona mi sembrerebbe egoistico. Credo invece che dovremmo aprirci ad una sorta di amore inteso come una forma di fratellanza. Immagina quanto può essere importante per un artista il rapporto con il pubblico quando stai dando te stesso e la tua musica durante un concerto. Questo mi manca tantissimo e manca a chiunque faccia il mio lavoro a tutti i livelli. Questo è il bisogno, la necessità, la mancanza che si sente.

I primi accordi, la passione per la musica ma la principio di tutto un registratore a nastro

Per te tutto ha avuto inizio con la recitazione e ci ricordiamo I Ragazzi del muretto ma poi, da Castrocaro, si è avviata la tua carriera da cantante. Quando è nata la tua passione per la musica?

La passione per la musica nasce da bambino e nasce in una forma un po’ particolare nel senso che mio padre aveva un registratore a nastro, di quelli a bobine e si divertiva a registrare sia me da bambino che cominciavo a parlare che gli amici. Lui aveva  la passione per il canto ed io ho cominciato a giocare con questo registratore, mi piaceva l’idea di riascoltare quello che veniva registrato, era un modo di fotografare la realtà. Ho pensato che questa cosa si potesse fare anche con il suono oltre che con le immagini e quindi nel tempo la registrazione è stata una delle mie prime passioni.

Da lì in poi, dovendo registrare qualcosa, ho imparato ad utilizzare degli strumenti per farlo e quindi a studiare la musica, a suonare diversi strumenti, a cantare e avendo necessità anche di materiale per poterlo fare ho iniziato a scrivere canzoni. Questo l’ho fatto sin da ragazzo, poi per un po’ mi sono prestato al teatro, al cinema, alla tv, ma sono stati esperimenti anche un po’ di curiosità e studio perché mia hanno portato a molto altro, a quello che è diventato a tutt’oggi un mestiere.

Quando eri piccolo chi ascoltavi, a chi ti ispiravi?

Ho sempre ascoltato di tutto. Chiaramente quand’ero piccolo si ascoltava la musica degli anni ’60 e io sono del ’68 quindi la musica era quella, io sono nato con quella musica là che nei primi anni della mia vita ho riconosciuto. Poi ho cominciato ad ascoltare quella degli anni ’70, del mio tempo e ancora oggi continuo ad ascoltare la musica di oggi. Ho passione per alcune cose che mi hanno particolarmente colpito e i Pink Floyd sono stati forse il primo gruppo e la prima musica che mi ha travolto al di fuori di quelli che potevano essere i brani che si ascoltano nell’infanzia.

Le collaborazioni con Ramazzotti e Renato Zero

Hai collaborato con grandi della musica, penso a Phil Palmer che ti ha prodotto dei dischi, Eros Ramazzotti e Renato Zero. C’è qualcuno con cui vorresti collaborare di nuovo o farlo per la prima volta?

Non te lo so dire perché generalmente queste cose avvengono anche un po’ in maniera non meditata, non calcolata: tutte le cose che mi sono capitate nella vita sono dovute in qualche modo al caso, a particolari incontri, ad una necessità del momento. Non mi verrebbe in mente di collaborare con qualcuno soltanto andandolo a cercare su internet. È avvenuto tutto in maniera molto spontanea e preferisco che continui ad andare così. Chiaramente ci sono dei miti assoluti nella mia visione della musica che non immagino neanche e non mi creo neanche l’aspettativa.

Posso chiederti chi sono?

Parliamo di musicisti americani, non mi verrebbe mai in mente di chiedere a Bruce Springsteen piuttosto che agli U2 di fare un disco insieme. Questi sono quei sogni irrealizzabili. Io penso sempre che se devi avere un sogno debba essere quantomeno realizzabile. Non sarebbe probabilmente neanche intelligente dal punto di vista di investimento ed io voglio vivere la mia vita essendo me stesso facendo ciò che è alla mia portata. 

Qual è il tuo sogno adesso?

Ora sogno che si possa tornare a vivere normalmente: svegliarmi una mattina, uscire e incontrare le persone per strada senza mascherina. Spero che si possa tornare a fare concerti, che tutto questo sia stato un brutto sogno, questo è il mio sogno.

Il Massimo in cucina: dalla musica ai fornelli per gioco

Sei impegnato quotidianamente su Alma tv con Il Massimo in cucina: che rapporto hai tu con la cucina?

Si tratta di un’idea goliardica che è nata con degli amici al telefono durante il lockdown: facevamo queste dirette per trovarci e il più delle volte chissà perché ci trovavamo in cucina e ci chiedevamo “Ma tu che stai cucinando?”; “Che stai preparando?”; “Ma tu come lo fai?”; “Che ci hai messo dentro?”. Ad un certo punto, chiacchierando, uno dei miei amici ha detto “Sarebbe bello fare una trasmissione in cui ci troviamo in cucina e prepariamo qualcosa insieme mentre ci raccontiamo, chiacchieriamo etc”. Così ci siamo fatti quest’idea e abbiamo deciso di realizzarla appena è stato possibile e in poco tempo ho coinvolto una serie di amici, colleghi, artisti.

Poi io non sono un cuoco e né sono portato particolarmente per la cucina. In questa trasmissione praticamente non cucino sono una sorta di aiuto cuoco e spesso non un proprio aiuto anzi, una difficoltà per chi cucina.

L’esperienza a Ora o Mai Più: “Mi hanno corteggiato molto

Qualche anno fa hai preso parte al programma Rai Ora o mai più: come valuti questa esperienza televisiva?

Avevo deciso di partecipare perché mi avevano corteggiato molto, credo avessero bisogno di creare un buon cast per quella trasmissione. Da qualche anno me ne stavo un po’ per i fatti miei, mi ero un po’ allontanato dalla televisione.

Facevo musica prevalentemente a livello di produzione e ho lavorato molti anni come produttore, poi qualche concerto all’estero. C’era stata un trattativa importante e ci tenevano moltissimo alla mia presenza quindi alla fine ho deciso di farla. Fu soprattutto una forma di stima nei confronti di Amadeus e devo dire che mi sono molto divertito perché il rapporto con Patty Pravo è stato bellissimo, mi ha stimolato a tornare a fare un po’ più di televisione.

E sul Festival di Sanremo: “Si vive benissimo anche senza

Ora che rapporto hai con Amadeus?

Con Amadeus ho un rapporto carino, nel senso che ci mandiamo su whatsapp messaggi, ci siamo scritti durante questo periodo. È una persona molto seria e un grande professionista, quest’anno ha una responsabilità importante.

Ti piacerebbe in futuro ritornare al Festival?

Il Festival di Sanremo è una semplice manifestazione come tante altre sia in Italia che nel mondo. Per noi è una sorta di tradizione ma si vive benissimo senza il Festival di Sanremo quindi potrei anche non andare mai più per tutta la mia vita, non è il mio pallino fisso.

Nietzsche sosteneva che senza musica la vita sarebbe un errore, tu personalmente che valore attribuisci alla musica?

Il valore che gli attribuiva Nietzsche.

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