Violet Gibson e Benito Mussolini

È il 1926 quando l’irlandese Violet Gibson tenta di uccidere Benito Mussolini con un colpo di pistola, mancando il bersaglio per pochi centimetri. L’autrice di questo attentato, che poteva cambiare il corso della Storia, viene successivamente dichiarata “pazza” ed espulsa dall’Italia verso il Regno Unito, dove termina la propria vita all’interno di una clinica psichiatrica. A 95 anni da quei fatti Dublino, in cui la donna era nata, ha approvato una mozione con la quale si impegna a dedicarle una targa commemorativa. Il riconoscimento dell’impegno antifascista della Gibson, secondo il consiglio comunale, dovrebbe portare ad una sua riabilitazione e gettare nuova luce sulle reali motivazioni alla base dell’attentato.

L’attentato a Mussolini

Violet Gibson era una convinta antifascista – si legge nella mozione presentata dal consigliere Mannix Flynn – Sia per le autorità britanniche che per la sua famiglia era conveniente vederla come ‘pazza’ piuttosto che come politica”. La Gibson nasce nel 1876 in una famiglia dell’aristocrazia irlandese. Il padre, Edward Gibson, sarebbe poi diventato primo barone di Ashbourne e Lord Cancelliere d’Irlanda, una delle più importanti cariche del Paese.

Già negli anni giovanili la donna comincia a manifestare vari problemi psicologici, al punto da tentare il suicidio nel 1925.

Trasferitasi a Roma, il 7 aprile del 1926 si trova all’esterno del palazzo del Campidoglio, dove Mussolini ha appena inaugurato un congresso di chirurgia. È proprio in questa circostanza che, armata di pistola, esplode alcuni colpi in direzione del Duce, ferendolo lievemente al naso. Solo l’intervento della polizia impedisce alla folla di linciarla, mentre Mussolini, medicato con un cerotto, riprende la sua parata fra le vie della capitale.

Le indagini su Violet Gibson

I fatti successivi sono in gran parte avvolti nel mistero: arrestata e interrogata, Violet Gibson non spiega le ragioni alla base del suo attentato e viene in un primo momento accusata di essere parte di un complotto internazionale.

Nelle settimane seguenti è però assolta dal Tribunale speciale, che si occupava dei reati commessi contro la sicurezza dello Stato, in quanto giudicata inferma di mente. Dopo essere stata espulsa dall’Italia e riportata nel Regno Unito, nel 1927 viene immediatamente ricoverata nella clinica psichiatrica di Northampton, dove passa il resto della sua vita. Muore nel 1956, portando con sé, probabilmente, la verità su quanto accaduto trent’anni prima.

La riabilitazione in Irlanda

I riflettori sulla vicenda si sono riaccesi negli ultimi tempi, sopratutto in Irlanda, anche grazie ad un docufilm del 2020 (Violet Gibson, The Irish woman who shot Mussolini) che ha rinnovato il dibattito nei confronti di questa figura. Secondo i consiglieri comunali di Dublino, il suo gesto non è spiegabile con un semplice raptus di follia, ma con più profonde motivazioni di tipo politico: “Subì varie crudeltà e oltraggi all’interno del sistema carcerario fascista – si legge nella mozione – È giunto il momento di ridare notorietà a Violet Gibson e di attribuirle il giusto posto nella storia delle donne irlandesi e nella ricca storia della nazione irlandese e del suo popolo”.