Cronaca

Carlo Urbani, il medico che scoprì la Sars: chi era, volontariato, moglie, figli e la morte

Era il 2003 quando Carlo Urbani, visitando un paziente, scoprì la polmonite atipica che lo uccise
Carlo Urbani

Il 29 marzo è il giorno in cui si ricorda Carlo Urbani, il medico che scoprì la Sars, e riuscì a dare l’allerta prima che il virus si diffondesse nel mondo come accaduto con il Covid-19.

È grazie a lui che esiste un protocollo internazionale anti-pandemia, per combattere questo genere di malattie. Il suo intervento fece si che il virus non si diffondesse e furono solo 775 le vittime di Sars in tutto il mondo.

A 18 anni dalla morte, alla memoria di Carlo Urbani è stata consegnata alla famiglia la Gran Croce d’Onore dell’Ordine della Stella d’Italia. L’onorificienza è stata consegnata dal Presidente della Repubblica Mattarella alla famiglia, su proposta del Ministero degli Affari Esteri.

Chi era Carlo Urbani

Nato a Castelpiano il 19 ottobre 1956, Carlo Urbani era medico e microbiologo. Laureatosi in medicina nel 1981 presso l’università di Ancona, ha conseguito la specializzazione in malattie infettive e tropicali presso l’Università di Messina. Nei suoi studi si segnalano anche un master in parassitologia tropicale.

Urbani ha lavorato presso l’ambulatorio di Castelpiano, dirigendolo, poi nel 1993 è diventato consulente dell’Organizzazione mondiale della sanità.

Nel 1996 entra in Medici senza Frontiere coordinando il suo primo progetto in Cambogia. Nel 1999 ottiene la presidenza della sezione italiana di MSF.

Carlo Urbani e il volontariato

L’esperienza del volontariato ha contraddistinto la carriera medica di Carlo Urbani, in Cambogia si occupò delle malattie endemiche e parassitarie. Durante le sue missioni insegnava agli abitanti dei villaggi come proteggersi dalle infezioni e dai parassiti.

Dopo l’esperienza in Cambogia, Carlo Urbani ricevette il ruolo di consulente dell’OMS in Vietnam.

Carlo Urbani, il medico che scoprì la Sars

Propio ad Hanoi, Carlo Urbani entrò a contatto con una malattia misteriosa, identificata nei sintomi mai visti prima in un uomo d’affari americano, era la Sars. È il 2003 quando Johnny Chen si fa ricoverare con una polmonite definita atipica presso un ospedale di Hanoi. Contattato dall’ospedale, Carlo Urbani visitò il paziente e capì subito di trovarsi di fronte ad una situazione ad alto rischio. Il medico lanciò immediatamente l’allarme sia al governo sia all’OMS e riuscì a far instaurare immediatamente un regime di quarantena.

Carlo Urbani e la morte

L’11 marzo 2003, mentre si trovava in volo verso Bangok, Carlo Urbani inizia ad accusare un malore e capisce di essere stato contagiato dal virus. Si mise in quarantena continuando però a seguire l’andamento del virus, prestando le sue consulenze ai medici di tutto il mondo. Il virus però ebbe la meglio e Carlo Urbani morì il 29 marzo 2003.

Il matrimonio e i figli

Carlo Urbani era sposato con Giuliana Chiorrini, attualmente presidentessa del comitato locale della Croce Rossa di Castelpanio. La coppia ha avuto tre figli Tommaso, di 33 anni, volontario che si occupa di logistica umanitaria per Medici Senza Frontiere e Intersos in Africa.

Luca di 28 e Maddalena di 21, venuta a mancare proprio a ridosso dell’anniversario della scomparsa del papà.

Premi e riconoscimenti

  • 1999: Premio Nobel per la pace come presidente italiano di MSF
  • 2003: Medaglia d’orod per i benemeriti della Sanità Pubblica
  • 2020: Cavaliere di gran croce d’Onode dell’Ordine della Stella Italiana
  • A Carlo Urbani sono anche intitolate scuole, ospedali e aule magne di vari istituti.

Il ricordo della moglie

Nel 2020, nel mese più nero della pandemia da Covid-19, Giuliana Chiorrini ricordò il marito con parole commosse: “Oggi più che mai vorrei che il mondo avesse fatto tesoro dell’esperienza di mio marito.

Forse si sarebbe potuta contenere o quantomeno affrontare diversamente questa pandemia” si legge su Vita.

Ricordando gli ultimi giorni del marito, disse: “Fu lui stesso a dare l’indicazione di essere messo in isolamento. Parlavamo con lui al telefono, ma lo sentivo sempre più affannato, stanco, così ho deciso di rimandare i bambini dai nonni in Italia e raggiungerlo. Potevo fargli visita per pochi minuti, solo due volte al giorno. Mi faceva impressione entrare da lui tutta bardata, con la mascherina in gomma e poi doverlo lasciare solo e trovarmi io stessa completamente sola in albergo”.

Il racconto continua: “Mio marito non aveva paura di morire, non aveva rimpianti, ma non nascondeva il rammarico di non poter più vedere i bambini. Fino all’ultimo si era confrontato con i colleghi medici, trasmettendo tutta la sua esperienza. La situazione è precipitata il 26 marzo e i medici lo hanno dovuto intubare. Il 29 Carlo è spirato. Al sacerdote disse che non aveva rimpianti, che dalla vita aveva avuto tutto, ma che lo addolorava dover lasciare i figli

Mi sembra di tornare indietro nel tempo, la situazione è identica, come si è sviluppato il contagio, come si è evoluto, e questo mi provoca angoscia e rabbia. All’epoca Carlo era riuscito, con non pochi sforzi, a far circoscrivere tutto. Mi domando perché oggi, nonostante quella drammatica e al tempo stesso preziosa esperienza, non sia stato fatto. Sarebbero state risparmiate molte vite; l’impressione è che si sia sottovalutato il rischio sin dall’inizio“.

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