La parola magica

Libertà di informazione, il lato oscuro dei social: è facile ingannare il cervello se sai come farlo

Il lato oscuro dell'informazione quanto può essere facile manipolare il cervello di chi legge o ascolta se sai come farlo
Paolo Borzacchiello La Parola Magica

Di recente sono stato relatore per un evento promosso da uno dei più importanti gruppi finanziari a livello internazionale per parlare di social, libertà di parola e lato oscuro del linguaggio. I temi emersi riguardano moltissimi aspetti, compresi quelli etici coinvolti nelle decisioni prese da alcuni social di chiudere i profili di personaggi di spicco, da Trump a Robert Kennedy jr, rei di promuovere le loro idee o fake news a suon di tweet o post di Instagram. Visto che l’argomento è delicato, val la pena dedicargli un approfondimento dal punto di vista del linguaggio e delle trappole che esso può nascondere.

Le parole sono ingannevoli

Uno dei problemi insiti nell’uso delle parole è che esse possono generare idee specifiche in chi le ascolta o le legge e che queste idee sono del tutto frutto dell’interpretazione personale di chi, appunto, le legge o le ascolta, lasciando del tutto privo di responsabilità chi le dice o le scrive. Ci sono, al riguardo, fior di ricerche. Basti pensare al premio Nobel Daniel Kahnemann il quale propone ai suoi lettori un test che suona più o meno così: ho un amico molto timido, introverso, attentissimo all’ordine, che ama sistemare sempre tutto con precisione assoluta, maniaco del controllo.

È più probabile che sia un bibliotecario o un agricoltore? L’immagine che dovrebbe esservi venuta in mente è “bibliotecario”, anche se in realtà è nettamente più probabile che si tratti di un agricoltore (ci sono molti più agricoltori che bibliotecari, al mondo. E chi dice che un agricoltore non possa essere maniaco dell’ordine?). In questo caso, parole “Innocenti” ci lasciano immaginare scenari di cui noi e solo noi siamo responsabili.

Pregiudizi: il framing e le scelte irrazionali

Se parliamo di pregiudizi e di errori cognitivi, conviene dirlo subito: ne siamo tutti vittime e l’unica cosa che possiamo fare è prenderne coscienza, per avere almeno la possibilità di gestirli senza subirli eccessivamente. Un primo pregiudizio è generato dal cosiddetto framing effect, ovvero “effetto cornice”, che non si basa sulle parole utilizzate da chi comunica con noi ma dalla sequenza con cui queste parole sono pronunciate o scritte.

C’è una bella differenza fra uno Yogurt che contiene il 20% di grassi e uno Yogurt magro all’80%, così come c’è una bella differenza fra il parlare di un intervento chirurgico che ha il 10% di possibilità di fallire e un intervento che invece ha il 90% di probabilità di riuscire.

Questi dati e queste percentuali (e ce ne sono di tutti i tipi: da quelle che riguardano i vaccini a quelli che riguardano le guerre in giro per il mondo) fanno scattare il nostro cervello in automatico: sapere che esiste questa dinamica dovrebbe portarci, almeno, a riflettere un attimo prima di prendere una decisione di pancia.

Il lettore faccia la sua personale esperienza: dovendo acquistare un nuovo prodotto per la propria alimentazione, preferirebbe un prodotto al 91% privo di grassi o un prodotto con il 9% di grassi?

Sappiamo tutti che è la stessa cosa. E sappiamo tutti che non lo è. Noi possiamo sempre scegliere come veicolare le nostre idee, su quale aspetto mettere l’accento e soprattutto possiamo reinterpretare quello che ci viene letto in un’altra prospettiva, da un altro punto di vista. Forse spenderemo meno e, probabilmente, acquisteremo cose che ci fanno bene davvero e non cose che sono semplicemente e solo descritte meglio.

“Bastardi islamici”: generalizzazioni indebite

Un altro vizio del cervello è quello di procedere a generalizzazioni della realtà per semplificarsi la vita.

Voglio dire: per il cervello umano, è sano evitare situazioni che potenzialmente potrebbero essere pericolose perché lo sono state, anche se magari una sola volta e in uno specifico contesto. Chi conosce queste dinamiche mentali può serenamente farci leva per sortire effetti clamorosi.

Pensiamo al quotidiano Libero, celebre per i suoi titoli spesso opinabili: è famoso (tristemente famoso, direi) il “bastardi islamici”, in cui la generalizzazione è su tutte le persone di fede islamica. Potrebbe forse trattarsi di una sineddoche, ovvero di una figura retorica che consiste nel prendere una parte per il tutto (“ho un tetto sopra la testa” invece di dire che “abito in una casa costruita con muri di mattoni… e così via), ma è meglio chiamare queste operazioni con il loro nome: cattivo gusto.

Su Il Giornale non sono da meno e se ne escono con titoli come “Immigrati infetti in fuga per l’Italia”: pur sapendo che si tratta evidentemente di un numero specifico di persone, il titolo lascia intendere ben altro. Le implicazioni, insomma, sono evidenti e basterebbe fermarsi un attimo a respirare e porsi qualche domanda per evitare di cadere nel tranello linguistico: islamici chi? Immigrati… quali?

Attenzione: il mio commento (prima che qualcuno lo etichetti) non è di destra né di sinistra, è solo un commento circa l’uso del linguaggio in una particolare forma e dei suoi effetti sul nostro cervello. Nel caso in cui lo abbiate etichettato è un problema di pregiudizio e, nello specifico, di un altro bias (errore cognitivo) chiamato bias di attribuzione, per cui tendiamo ad attribuire alle azioni di altri il significato che è più in linea con le nostre strutture mentali e con quello che crediamo circa le altre persone.

Come manipolare l’informazione

Allora, a causa di questo: ecco un altro errore di giudizio che può essere abilmente sfruttato da chi di queste cose se ne intende. Questo errore è indotto dalla consequenzialità con la quale vengono fornite determinate informazioni. Se voi doveste leggere: “bambina di 10 anni morta dopo aver fatto il vaccino”, trarreste le vostre conclusioni, senza considerare il fatto che magari è morta dopo essere precipitata dal terzo piano del palazzo in cui abitava, o che magari è morta per una malattia che con il vaccino non c’entra nulla e così via.

Quando Trump scrive che “il Messico è la nazione con il più alto tasso di criminalità al mondo e quindi noi dobbiamo costruire un muro”, trae una conclusione del tutto arbitraria (si possono fare un sacco di cose, in effetti, oltre a costruire muri) che, tuttavia, è legittima o per lo meno ha una parvenza di legittimità: suona bene, insomma.

È facile manipolare l’informazione, se si hanno queste conoscenze, è meno facile riconoscere questi schemi nella realtà che ci circonda e prendere gli adeguati provvedimenti. Tuttavia, va fatto, anche per evitare il fatto che queste informazioni così poste diventino per noi una verità assoluta: come diceva Jospeh Goebbles, il responsabile Marketing dell’impero Nazista, “ripetete un milione di volte una bugia e diventerà una verità”. E lo sanno bene anche personaggi come Trump e Salvini, che insistono sempre con forza solo su alcuni temi, per ficcarli bene in testa ai loro elettori. E lo so bene io, che ho inserito i nomi di Salvini e Trump dopo quello di Goebbles, per farvi capire che a screditare qualcuno o a etichettare le sue idee non ci vuole poi molto: basta scrivere determinate cose, in un determinato ordine.

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