Paolo Borzacchiello La Parola Magica

Così, il giustizialista Beppe Grillo, la stessa persona che tuonava contro i genitori di Boschi e invocava giustizia per tutti i suoi avversari politici prima che i magistrati potessero fare il loro lavoro, scende in campo a difesa di suo figlio, accusato di stupro (la metafora “scende in campo” è di Berlusconi: non trovate che sia di una perversità inaudita che io la utilizzi proprio per parlare di Beppe Grillo?) e si trasforma in Grillo garantista. 

Beppe Grillo, per chi non lo conoscesse, è probabilmente il precursore del body shaming in Italia (ha offeso e insultato praticamente chiunque per caratteristiche fisiche, da “psico nano” dedicato a Berlusconi a “bidone di merda liquida” riferito a Ferrara) e ha sempre fatto dell’offesa uno dei suoi cavalli di battaglia.

È anche un comico di lunga data: dagli spettacoli in Rai alla scelta di Di Maio come politico per rappresentare il movimento 5 stelle, la sua carriera è sempre stata all’insegna della provocazione. 

Questa volta, però, il buon Grillo troppo parlante ha toccato un tasto davvero dolente, ovvero il presunto stupro di una ragazza ad opera anche di suo figlio. E ha evocato un frame (vedremo tra poco di che si tratta) che merita una ampia riflessione.

Un incredibile terzetto

In questi giorni impazza sui quotidiani e sui social la querelle fra Beppe Grillo, che per l’appunto ha postato questo video in cui prende le difese del figlio, la deputata Maria Elena Boschi che dice, sostanzialmente, che il video è vergognoso e la moglie di Beppe Grillo, Parvin Tadjik, la quale dice che nel video del presunto stupro si vede benissimo che la ragazza presunta vittima è consenziente. Maria Elena Boschi replica che la giustizia non si combatte a colpi di Tweet e così via, in una vicenda sulla quale glisso (quando ci sono di mezzo personaggi famosi, il mondo si divide sempre in due fazioni e io preferisco non entrare in nessuna delle due, non occupandomi di telepatia ma di parole) ma dalla quale traggo spunto per una considerazione linguistica.

Beppe Grillo, nella sua alteratissima interpretazione, dice: “una persona che viene stuprata la mattina e fa la denuncia dopo 8 giorni è strano”. Questa, mi pare, sia la frase su cui valga la pena concentrarci. Dal punto di vista rigorosamente linguistico, questa frase è l’espressione di una distorsione cognitiva. In che senso? Scopriamolo. La struttura del discorso di Grillo è questa: “se x, allora y”. Ovvero, Grillo fa equivalere due concetti, in questo caso due comportamenti, che non necessariamente, invece, si equivalgono.

Attenzione: è un vizietto linguistico che noi compiamo tutti i giorni, in buona fede e spesso per rovinarci la vita.

Quando diciamo, del tal collega, che “è arrivato in ritardo, evidentemente non gli interessa”, stiamo facendo la stessa cosa. Se [arriva in ritardo], allora [non gli interessa]. Magari è arrivato in ritardo perché ha avuto un problema con l’auto, chissà. Oppure, quando diciamo “se non si ribella, evidentemente gli sta bene così”, stiamo operando allo stesso modo: se [non si ribella], allora [gli sta bene così].

Magari, quel collega che non si ribella ha paura di perdere il posto di lavoro e non avere i soldi per pagare il mutuo o sfamare i suoi figli… insomma, ci siamo capiti. Il ragionamento di Grillo è: se [denunci dopo 8 giorni], allora [non è stupro]. Magari la ragazza ci ha messo un po’ a trovare il coraggio, magari si vergognava a dirlo ai suoi genitori, magari voleva finirsi la vacanza. Chi lo sa. Questo le toglie il diritto di sporgere denuncia? È Grillo a stabilire qual è il termine massimo entro cui poter cercare aiuto o giustizia?

Sette giorni vanno bene? Nove? Undici?

Questione di frame

Ed è proprio su questo punto che sua moglie sbaglia tweettando “la ragazza era consenziente”. Sbaglia due volte: tweettando (basterebbe un minimo di empatia cognitiva nei confronti dei protagonisti della vicenda per capire che stare zitti, in casi del genere, è cosa ottima e giusta), sia cercando maldestramente di spostare il focus della questione che scatena giustamente l’ira di molti. La questione, infatti, non è tanto se la ragazza sia o meno consenziente (stabiliranno i magistrati), quanto, piuttosto, se in linea di principio esista un termine entro il quale denunciare uno stupro, altrimenti il concetto di stupro decade. Questo è un insegnamento importante per tutti noi appassionati del potere delle parole: dobbiamo stare sempre attenti a non uscire dal “frame” (ovvero dal contesto) in cui stiamo operando e a non lasciarcene trascinare all’esterno, perché nelle conversazioni e nei litigi questo è fin troppo facile. Uscire dal “frame” è pericoloso.

Denuncia con il conto alla rovescia

In questa vicenda, dal punto di vista rigorosamente mediatico, sono emersi due frames: frame condiscendenza e frame tempistiche. Se entriamo nel primo o se ci lasciamo trascinare nel primo, non ne usciamo. Nel frame “condiscendenza” rientrano valutazioni che riguardano il fatto che i ragazzi e le ragazze fossero ubriachi e ubriache, se la presunta vittima sia stata o meno costretta a bere alcolici, se quegli alcolici l’abbiano o meno resa in grado di intendere o di volere, perché la denuncia sia stata fatta solo a fine vacanza e non subito dopo il presunto fattaccio e così via. Parlare di questo è pericoloso, è un esercizio inutile (la verità è che nessuno saprà mai qual è… la verità, perché il cervello trasforma i ricordi e plasma continuamente se stesso in modi così misteriosi che sapere che cosa sia successo davvero quella sera, quale fosse il tenore chimico delle persone coinvolte e quali fossero i pensieri di quelle persone è fondamentalmente impossibile) e ci distrae dal frame più importante, il frame “tempo”, ovvero: esiste e, se esiste, qual è il tempo utile per poter denunciare uno stupro? Abbiamo ancora nelle orecchie le polemiche su Asia Argento che denuncia violenza dopo 20 anni dal fatto e qui Grillo ci riporta a quel punto, che nessuno finora ha chiarito in modo definitivo, così da sgomberare il campo da ulteriori penosi episodi del genere: esiste un tempo oltre il quale si può denunciare la violenza subita? Se esiste, quanto tempo è?

Fosse anche vero che la ragazza (attenzione: è una ipotesi necessaria a sostenere la tesi linguistica di cui sopra e non riguarda in alcun modo la mia opinione sui fatti incriminati) quella sera si fosse ubriacata di sua spontanea volontà e avesse partecipato a quelle attività senza essere stata costretta e avesse denunciato dopo 8 giorni perché prima voleva finirsi la vacanza, la frase di Grillo sarebbe comunque sbagliata. Sarebbe sbagliata perché attiva in tutti coloro che ascoltano l’idea che per denunciare un reato ci sia un conto alla rovescia da tenere a mente.

Io non ci voglio proprio entrare nel frame “consenziente” o meno. Io voglio entrare nel frame “tempo”, perché credo che a differenza dei pelati in scatola, il diritto di denunciare determinati fatti non meriti una data di scadenza. Io, di cuore, non lo so quello che è successo quella fatidica sera. Altrettanto di cuore so, però, che su certe questioni non si dovrebbe porre una data di scadenza e la frase di Grillo lo fa. Con l’aggravante che una frase pronunciata in un anonimo bar di provincia ha un potere manipolatorio sulla società piuttosto ridotto, mentre una frase pronunciata su Facebook da Beppe Grillo ha un potere manipolatorio decisamente più ampio. Ci dica quindi Grillo, o ci faccia sapere da uno dei suoi, qual è dunque il termine utile per denunciare una violenza subita, così lo mettiamo in agenda a perenne monito.