Concetto di Famiglia per Tajani e Meloni

Il DDL Zan è al centro dell’attenzione da tempo: c’è chi ne sostiene la validità, chi lo utilizza come strategia di marketing gratuita e molto redditizia e chi ne parla a vanvera perché non ha la minima idea di come stiano davvero le cose. Il tema è scottante e ne porta con sé numerosi altri, fra i quali quello della famiglia, su cui pure si discute da un pezzo senza aver ancora trovato una soluzione alla questione (una soluzione che, a mio avviso, nemmeno andrebbe trovata, visto che non c’è proprio questione).

Proprio in questi giorni, alcuni politici italiani ci hanno deliziato con le loro prove di straordinaria cecità selettiva e di tanto mirabolanti quanto piuttosto tristi tentativi di manipolazione dell’opinione pubblica.

Andiamo con ordine e scopriamo perché a volte è proprio meglio tacere e come si può fare a manipolare una notizia per creare scontento in chi la legge.

Tajani: senza figli la famiglia non esiste

Apre le danze della polemica il Presidente del Partito Popolare europeo, Antonio Tajani, ex simpatizzante per la monarchia prima e per Silvio Berlusconi poi, il quale dichiara che “senza figli la famiglia non esiste”. Apriti (giustamente) cielo. Il buon Tajani, per scusarsi, ha tirato in ballo la questione dell’importanza della crescita demografica, ma si capiva lontano un chilometro che la sua difesa era piuttosto debole.

In ogni caso, Tajani sbaglia. Famiglia è un termine di cui non può appropriarsi o al quale può cambiare il significato solo per attirarsi le simpatie del clero. Il significato delle parole non si tocca. Famiglia, infatti, secondo la definizione giuridica, è “il gruppo di persone che sono legate fra loro da vincolo di matrimonio, affinità, parentela, ma anche di solo affetto”. Secondo la legge e la lingua italiana, quindi, due persone, di qualsiasi sesso, anche senza figli, legate fra loro da vincolo di matrimonio o anche di solo affetto, sono una “famiglia”.

Basterebbe uno sguardo alla Costituzione, del resto, per avere le idee chiare: l’art. 29 della Costituzione definisce la famiglia come «società naturale fondata sul matrimonio». Di obbligo di avere figli non si parla.

Anche l’etimologia del termine (familia cioè l’insieme dei famuli, ovvero piccola comunità di persone che abitano nella stessa casa) conferma la definizione giuridica: una piccola comunità di persone che abita la stessa casa può non comprendere figli.

Gli unici che stressano l’anima sono ovviamente i cattolici che, ispirati dal libro di marketing più meraviglioso della storia, inneggiano alla Sacra Famiglia dimenticandosi che, dopo tutto e come ci ricorda il grandissimo Antonio Albanese in uno dei suoi monologhi, Gesù è figlio illegittimo di Giuseppe, nato da una ragazza madre fuori dal matrimonio e non si sa bene nemmeno come.

Tajani, quindi, dice una castroneria di dimensioni interplanetaria, tanto che persino Francesca Pascale, ex di Berlusconi, afferma che non voterà più Forza Italia (suppongo che ce ne faremo una ragione).

Due persone che vivono insieme e si amano, dicono la lingua italiana e la Costituzione (e l’intelligenza), sono una famiglia.

Che poi lui abbia idee diverse al riguardo, è lecito. Del resto, se il suo ex Presidente pretendeva di far passare una ballerina di lap dance minorenne per la nipote di un politico arabo e i suoi referenti religiosi parlano di bambini che nascono senza che nessuno abbia copulato, ci sta che pure Tajani abbia le idee un po’ confuse al riguardo. 

DDL Zan, Giorgia Meloni e Cecchi Paone: quando in ballo c’è la libertà

In tutto questo marasma, ecco che prendono la scena due battaglieri personaggi della scena pubblica: Giorgia Meloni e Alessandro Cecchi Paone.

Quest’ultimo, afferma che “dire che l’unica famiglia è quella tra uomo e donna è una incitazione all’odio”. Giorgia Meloni risponde, con uno dei suoi post dalla grafica accattivante: “dire che la famiglia è quella fra uomo e donna? Per Cecchi Paone è incitamento all’odio e dovrebbe essere un pensiero perseguibile. Ecco qual è il loro unico scopo: limitare la libertà di espressione”. Cecchi Paone risponde con un post che riporta le frasi di Giorgia Meloni, alle quali lui aggiunge: “Ed ecco il motivo per cui ci serve la legge ZAN, subito”. Giorgia Meloni, chiaramente, cavalca l’onda e ribatte: “Cecchi Paone conferma: vogliono censurare chi osa esprimere delle idee diverse dalle loro”.

La questione censura è ovviamente delicatissima, come sa perfettamente Donald Trump, che è appena stato bandito a vita dai social, e ha implicazioni profonde, che non è questa la sede per discutere.  Mi limito, come sempre, ad analizzare le parole, anche per mostrarvi quanto è facile manipolare la realtà con le parole.

DDL Zan è una legge per prevenire e contrastare la violenza e la discriminazione

La frase di Cecchi Paone, comunque la pensiate sul tema “famiglia”, è corretta ed esprime una verità inopinabile, checché ne dica Giorgia Meloni: quando pretendi di definire una regola che contraddice gran parte del comune sentire e soprattutto quando questa regola vìola valori universali unanimemente riconosciuti (anche se non praticati), è inevitabile che le posizioni di chi si sente minacciato da tale regola si inaspriscano.

A ciò aggiungerei che, di fatto e a prescindere da opinioni di comodo, il DDL ZAN ha tra i suoi obiettivi quello di contrastare la violenza di genere, al momento non adeguatamente tutelata. Chiunque sostenga, a tal proposito, il contrario, sbaglia: per ignoranza o per malafede, ma sbaglia. Ed ecco anche perché la frase di Cecchi Paone è assolutamente sensata: nella misura in cui ti opponi a una legge che mira a ridurre atti di violenza ingiustificata, di fatto ne avvalli l’esistenza.

Cecchi Paone ha ragione

Tajani, e Meloni che lo difende, pretendono di cambiare le regole della semantica, ovvero pretendono che la parola “famiglia” smetta di avere il significato che ha e di produrre le implicature che produce. Vediamo come funziona e vediamo perché, tecnicamente, Cecchi Paone ha ragione e il duo Meloni – Tajani ha preso una cantonata clamorosa (ipotesi che presuppone semplice ignoranza e buona fede) o sta alimentando tensioni ad arte (ipotesi che presuppone coscienza delle proprie azioni).

Famiglia, venendo al punto, è semanticamente ricca di idee neurologicamente correlate e implica concetti come “amore”, “rispetto”, “condivisione”, “collaborazione”, “sostegno” e così via. Questi concetti non sono implicati dal concetto di “figlio”, ovvero non è obbligatorio avere figli per poterli considerare propri. Puoi amarti con un partner, di qualsiasi sesso esso sia, senza figli? Sì, certo, puoi. E puoi condividere con un partner, anche senza figli? Sì, certo, puoi. Ecco il punto: “famiglia” implica valori che non hanno una correlazione causale con il concetto di “figlio”. Che poi una persona, per indottrinamento religioso, bigottismo o limitate capacità mentali pretenda di voler cambiare questo tipo di carte in tavola, è del tutto lecito (siamo in democrazia, dicono), anche se profondamente sbagliato. Ecco perché Cecchi Paone ha ragione: se tu pretendi, come dicevamo, che “famiglia” sia solo quella con i figli, di fatto pretendi che chi non ha figli non abbia il diritto di sentire propri quei valori che ho elencato pocanzi: amore, condivisione, sostegno e così via. E questo, piaccia o meno a Giorgia Meloni, produce tensione, rabbia, odio.

Giorgia Meloni: quando chi parla di libertà vuole anche scegliere a chi darla e a chi negarla

Chiarito questo punto, che non tiene conto ovviamente delle idee settarie dei vari movimenti religiosi che strepitano sulla famiglia tradizionale ma considera esclusivamente l’aspetto semantico della questione, Giorgia Meloni, o chi per lei naturalmente, fomenta la folla con ulteriori provocazioni (linguistiche). Dice: “Ecco qual è il loro unico scopo: limitare la libertà di espressione”. Si tratta di una forzatura. Per la precisione, si tratta di quella che possiamo definire attribuzione arbitraria di significato a un’esperienza. Cecchi Paone, e tutti quelli che la pensano come lui, potrebbero chiaramente avere altri scopi nel portare avanti le loro idee: difendere i loro valori, ad esempio, oppure fare chiarezza su un tema importante, oppure ancora – ipotizzo – tentare di scardinare un’ideologia faziosa e del tutto priva di fondamento biologico dal cervello di tutti coloro che si riempiono la bocca di parole altrui senza aver collegato i corrispondenti neuroni. Potrebbero, per assurdo, anche solo e semplicemente far polemica, poco importa: quel che importa è che la frase che contiene il pezzo “il loro unico scopo è…” è una frase sbagliata: Giorgia Meloni non può (che io sappia) leggere il pensiero altrui e soprattutto non ha né il diritto né il potere di attribuire arbitrariamente significati al comportamento altrui. Questa attribuzione arbitraria la fa ancora quando collega il concetto di Legge Zan al concetto di censura: Meloni sostiene che volere l’approvazione di questa legge equivalga a volere censurare chi ha idee diverse. Comportamento assai curioso, per inciso, visto e considerato che Giorgia Meloni, Matteo Salvini e compagnia cantante si riempiono costantemente la bocca con la parola “Libertà” e poi fanno il possibile per negarla a chi non rientra nelle categorie di persone da loro selezionate: libertà di dire quello che vogliono per loro (e ci mancherebbe anche) e nessuna libertà per persone che hanno idee diverse dalle loro o dai preti dai quali hanno imparato (male) il catechismo.

Insomma, cari amici, con la semantica non si gioca: prima volete cambiare il senso di “famiglia”, poi usate “libertà” come vi pare e quando vi pare. Sia chiaro: sulla semantica si può sempre lavorare (due anni fa, ad esempio, essere “positivi” era una cosa molto bella, oggi di certo lo è un po’ meno), ma non così. Tornando alle attribuzioni di significato fatte da Giorgia Meloni e senza entrare nel merito della legge Zan, sia chiara una cosa: questa attribuzione di significato da parte di Giorgia Meloni è limitante, distorcente e potenzialmente produttrice di grandissimi problemi di ordine sociale e morale. La scusa della censura è comodissima, del resto: è un tema che fa presa e che distrae il lettore. Spesso, la scusa della censura è la scappatoia utilizzata, a destra e a sinistra, per evitare di ammettere di aver pestato una gran… montagna di escrementi. È comoda, la censura: distrae, confonde le acque, sposta il tema del dibattito laddove non dovrebbe essere spostato.

Per come la vedo io, dal punto di vista squisitamente linguistico, insistere per l’approvazione della Legge Zan può essere molte cose, ma non è di sicuro lo strumento per censurare chi la pensa in modo diverso. Così come ritengo che, sempre dal punto di vista squisitamente linguistico, arrogarsi il diritto di stabilire quale sia la corretta definizione di “famiglia” sia, per dirla in francese, una cazzata enorme, che svilisce l’intelligenza di chiunque di quella posizione si faccia portatore. Presupponendo, ovviamente, che l’intelligenza ci sia.