leoni a rischio in africa

I leoni sono in grave pericolo: simbolo dell’Africa, in quasi 100 anni la popolazione di questi felini è crollata del 90%. Secondo il WWF, la causa principale è l’uomo, che costituisce la più grande minaccia per i leoni. Gli esperti prevedono un ulteriore declino del 50% per i prossimi 20 anni.

Leoni in pericolo: la causa principale è l’essere umano

La popolazione di leoni in Africa è passata, in poco meno di un secolo, da 200.000 esemplari a meno di 20.000, così riporta il WWF. Le cause sono molteplici e sono da individuare nell’errata interazione tra l’essere umano e l’ambiente naturale. La crescita della popolazione (che in Africa dovrebbe raddoppiare entro il 2050) comporta un aumento dei territori da destinare all’agricoltura e all’allevamento, o all’estrazione mineraria.

Questi nuovi territori frammentano gli habitat dei leoni, con svariate conseguenze negative:

  • Minore disponibilità di prede selvatiche, anche a causa del commercio di carne degli animali selvatici;
  • Aumento delle occasioni di conflitto tra gli uomini e i leoni;
  • Perdita della diversità genetica, che rende i leoni più vulnerabili alle malattie e ne diminuisce il successo riproduttivo;
  • Commercio illegale di denti, artigli e pelle dei leoni, richiesti dai collezionisti e dalla medicina tradizionale cinese.

Secondo il WWF, “la caccia di sussistenza ha causato un diffuso declino della fauna selvatica ed è la principale minaccia per i leoni all’interno delle aree protette”. Inoltre “Oltre a ridurre le prede, l’uso di trappole, lacci, veleni, crea infiniti pericoli per la specie, che caccia su territori molto vasti. Sono infatti molti i leoni che rimangono feriti o uccisi dalle trappole destinate ad altri animali”.

Leoni in pericolo anche nelle aree protette

I leoni sono già scomparsi da 26 Paesi africani, sopravvivendo solo in 27 Stati del continente.

Per loro non esistono azioni di conservazione, né politiche di gestione del territorio adatte a garantirne la sopravvivenza.

Da un lato si registra la terribile presenza di numerosi allevamenti-lager illegali, in cui i leoni sono sottoposti a torture prima di diventare trofei per la “canned hunting”, la caccia di animali selvatici tenuti in cattività.

Dall’altro, nemmeno le aree protette possono garantire sicurezza al re della savana. Queste aree hanno infatti un ecosistema integro, dunque resistono meglio alla siccità che colpisce i campi e gli allevamenti. Come conseguenza, gli allevatori si introducono spesso nelle aree protette per far abbeverare le mandrie e si scontrano con la presenza di leoni.

All’esterno delle aree protette, invece, l’uomo e la fauna selvatica condividono il medesimo territorio. Questo significa che i leoni che ne varchino i confini sono percepiti come pericolo per le comunità e uccisi senza pietà. L’aumento di mortalità degli adulti, inoltre, ha un impatto drammatico sulla popolazione dei leoni perché ne destabilizza la gerarchia.

Leoni in pericolo, classificarli può salvare loro la vita

I leoni africani sono classificati come una singola sottospecie, la Panthera leo leo.

Il WWF però segnala come studi più recenti effettuino una classificazione diversa: i leoni che vivono in Asia, Africa occidentale, centrale e settentrionale apparterrebbero alla sottospecie Panthera leo leo, mentre quelli dell’Africa meridionale e orientale a quella Panthera leo melanochaita. Perché è importante questa differenziazione? Attualmente, il leone considerato come una singola specie è indicato come “Vulnerabile” nella Lista Rossa delle specie a rischio estinzione.

Sempre secondo quanto riporta il WWF, però, “questa generalizzazione maschera successi di conservazione locali e fallimenti: ad esempio la popolazione dell’Africa occidentale è considerata in Pericolo Critico (con un declino tra il 1993 e il 2014 pari al 66%), mentre la popolazione orientale è considerata in Pericolo (declino nello stesso arco di tempo pari al 57%)”.

In definitiva: “L’Africa meridionale è quella che in passato ha registrato il declino più significativo, ma recentemente alcune popolazioni sono rimaste stabili mentre altre hanno mostrato segni di ripresa”.