Le Picconate

Multinazionali e tasse, adesso dovranno pagarle per forza: arriva la tassa minima globale

Arriva la tassa minima globale, per far pagare le tasse a tutte le multinazionali
Multinazionali e tasse

Al G7 è stato raggiunto uno storico accordo (dopo trattative estenuanti durate anni) che prevede una tassa minima globale. Mentre per i comuni mortali la pressione fiscale supera il 40%, le grandi multinazionali, grazie ad accordi elusivi coi singoli Paesi, riescono a pagare tasse irrisorie. Ciò crea forti disparità competitive, poiché le risorse risparmiate – di fatto un flussi di cassa consistenti – consentono di destinare immensi capitali in investimenti.

Tutto ciò configura una sorta di concorrenza sleale. Bene ha fatto Mario Draghi a sostenere questa proposta internazionale, che punta a ridare un senso di equità sociale a tutti i cittadini del mondo, che hanno bisogno, come non mai, in questa fase di fine della pandemia, di tornare a sperare in un futuro migliore e più giusto.

Il cambio passo degli Stati Uniti di Biden

L’amministrazione americana di Joe Biden segna un netto cambio di passo rispetto a quella precedente, quando Donald Trump, in modo assertivo e arrogante, intendeva disinteressarsi delle intenzioni degli altri Paesi. Su questioni di portata globale, senza un benestare degli Stati Uniti e senza un ampio coordinamento internazionale, non si può andare lontano.

Biden, supportato dal Segretario al Tesoro Janet Yellen intende finanziare il corposo piano di investimenti post-pandemico con una maggiore tassazione sulle imprese. Mentre nel 2017 Trump abbassò pesantemente le aliquote, Biden intende aumentare l’aliquota di imposizione (federale) societaria dal 21 per cento al 28 per cento (prima di Trump era al 35%).

Come vengono tassate le multinazionali oggi?

In sostanza oggi come avviene la tassazione per le multinazionali? Succede che possono scegliere dove farsi tassare, indipendentemente dal fatturato realizzato in un Paese.

Google, Apple, Facebook e Amazon, i colossi del Tech, mentre realizzano ampi profitti nei singoli Paesi dell’Unione Europea, trasferiscono i profitti in Lussemburgo e Irlanda, dove, con singoli accordi bilaterali, riescono a farsi applicare aliquote bassissime. Per esempio, Amazon Europe Core ha chiuso il 2020 con ricavi pari a 10,3 miliardi di euro e 2,2 miliardi di profitti, sui quali ha versato imposte per soli 21 milioni di euro. Se non si raggiunge un accordo globale, aliquote più elevate in un paese, rispetto ad altri, aumentano gli incentivi a spostare attività e base imponibile in paesi a più bassa aliquota (si parla del cosiddetto “profit shifting”).

Da quando le multinazionali pagheranno le tasse?

Quando il nuovo accordo verrà concretizzato – ci vorrà tempo e il diavolo si nasconde nei dettagli – esisterà una tassa minima globale pari ad almeno il 15% sul reddito d’impresa. I maggiori gruppi internazionali vedranno una parte dei profitti (nell’intorno del 20%) tassati nei Paesi dove realizzano le vendite e non, come oggi, dove hanno la residenza fiscale.

Dalle ricerche dell’Università di Berkeley e Copenaghen – con il National Bureau of Economic Research – emerge che negli ultimi 35 anni ben 700 miliardi di dollari di profitti delle multinazionali sono finiti offshore, dove il prelievo è stato limitato in media all’8,4%.

Per l’Europa il vantaggio di può stimare nell’ordine dei 48 miliardi di euro l’anno di maggior gettito. L’Italia avrebbe entrate maggiori pari a 2,7 miliardi di euro. Sono ancora stime sommarie, ma l’importante è il messaggio di “level playing field” che emerge da questo accordo, ossia che tutte le imprese dovrebbero gareggiare nell’arena competitiva con le stesse regole del gioco.


Come ha detto l’ex ministro delle Finanze Giulio Tremonti, la sostanza e l’efficacia delle misure si giocherà sugli aspetti tecnici: “un conto è prevedere l’aliquota unica, un conto è permettere basi imponibili diverse”. 

Basta alla concorrenza fiscale fra i Paesi

La dichiarazione di Janet Yellen è limpida: “È importante lavorare con altri paesi per porre fine alla concorrenza fiscale e all’erosione della base imponibile dell’imposta societaria. Stiamo lavorando con le nazioni del G20 per concordare una imposta minima globale sulle società che possa interrompere la race to the bottom” (dove race to the bottom è la rincorsa dei singoli Paesi a diminuire le aliquote per far migrare la residenza fiscale nel proprio Paese, vedasi per esempio l’Irlanda).

Con le nuove regole, una multinazionale italiana che sposta i profitti in Irlanda per sfruttare un’imposizione effettiva del 12,5% dovrà pagare la differenza tra il 12,5% e il 15% in Italia. Il tema poi si sposterà sulla capacità dei singoli Paesi di abbassare la pressione fiscale sul lavoro, che andrebbe favorito rispetto ad altre forme di reddito. Fino a che in Italia il lavoro sarà tassato al 45% e le rendite da capitale o immobiliari saranno tassate nell’intorno del 20%, non esisterà un sistema equo.

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