Vaccini Astrazeneca

Questo articolo richiede immediatamente una precisazione fondamentale, che spesso faccio anche a proposito di politica: nelle prossime righe non parlerò di vaccini, ma di come alcune notizie riguardanti i vaccini vengono comunicate. In nessun modo dalle parole che seguono potrà evincersi la mia opinione riguardo il fare o il non fare il vaccino ed eventualmente la mia opinione su quale sia il mio vaccino preferito, così come quando parlo della grammatica oscena di Di Maio non mi riferisco alla sua politica ma, appunto, alla grammatica. Qualsiasi interpretazione o illazione sulle mie parole sarà a carico di chi la fa.

 

Ci sono molti modi per dare le notizie

Il primo tema interessante, quando si parla di notizie, riguarda la sequenza con cui vengono fornite le informazioni. Ad esempio, se su un quotidiano leggiamo “Brescia, 54enne vaccinato con AstraZeneca muore di trombosi. Non aveva nessuna patologia pregressa o problemi di salute. Esami e accertamenti per stabilire se la morte sia legata alla vaccinazione”, il cervello fa quello che è progettato per fare, trae conclusioni.

I latini dicevano “post hoc, ergo propter hoc”, ovvero “dopo di questo, quindi a causa di questo”. Le prime parole che leggo sono: “54 enne vaccinato con AstraZeneca muore di trombosi”.

La conclusione che ne traggo è abbastanza intuitiva. Il fatto che poi mi dica che non c’erano patologie e che comunque devono ancora essere fatti esami e accertamenti è del tutto inutile: il priming, ovvero la prima impressione, è già consolidata.

Potrebbe essere morto per un malore dovuto al caldo, per un infarto, per un incidente sul lavoro, poco importa. L’equazione vaccino = morte è scritta nella nostra mente. Se l’intento di chi scrive sia fare cattiva pubblicità al vaccino AstraZeneca o semplicemente attirare un click, non è dato saperlo.

Di certo, noi come minimo possiamo fare attenzione e leggere con accuratezza tutta la notizia, senza lasciarci fuorviare dalla trappola mentale di cui sopra. Anche perché oggi si parla di vaccino, domani chissà. La manipolazione è sempre in agguato. Volendo dirla con Wittgenstein, poi, forse la notizia non sarebbe stata nemmeno da dare, perché in effetti non c’è: se si vuole annunciare la morte di un povero cristo, la si annuncia: “54 enne morto”. Se si vuole annunciare la notizia di una morte dovuta a vaccino, si aspetta l’esito dell’esame: “dopo attenti esami, è emerso che un 54 enne è morto a causa di un vaccino”.

Altrimenti, si tace. A meno che la logica sia appunto quella del like. E allora tutto è lecito. Forse. 

Nessuna conclusione, tutte le conclusioni

Se io, ad esempio, leggo che (più o meno la notizia è la stessa, su molti giornali), che “le valutazioni oggi disponibili non permettono di trarre valutazioni conclusive rispetto al rapporto beneficio/rischio relativo al vaccino Janssen”, il mio cervello penserà che questo vaccino faccia male. Il motivo è molto semplice e riguarda da un lato la teoria dei frames e d’altro lato la naturale e biologica tendenza del cervello umano a fissarsi sui problemi invece che sugli scenari positivi.

Questa dinamica è talmente potente che esiste sin da quando siamo piccoli: le numerose ricerche svolte in ambito psicologia dello sviluppo hanno ampiamente verificato che persino a tre anni capiamo meglio e ci ricordiamo di più le critiche rispetto ai complimenti. Quindi, se io sento parlare di mancanza di dati sul rapporto beneficio/rischio, per prima cosa (teoria dei frames), penso che un rischio ci sia. Poi, nel dubbio, dovendo scegliere fra beneficio e rischio, punto la mia moneta sul rischio. Esiste sempre la possibilità di dire la stessa cosa in altro modo, volendo.

Ad esempio: “i medici stanno finendo di valutare nella loro interezza i dati relativi alla somministrazione dei vaccini attualmente in corso”. Si tratta della verità, ma di una verità diversa. Per prima cosa, non si evoca il concetto del “rischio”. Poi, non lo si collega in modo esclusivo al vaccino Janssen, visto che – per inciso – non è possibile calcolare il rapporto beneficio/rischio di alcun vaccino, considerato il fatto che la somministrazione è iniziata da qualche mese e che questo genere di valutazioni riguardano periodi di tempo che si misurano in lustri. Questi rapporti, per qualsiasi vaccino, saranno degni di attenzione fra 10 anni. Parlarne ora, e parlarne solo a proposito di un vaccino specifico, equivale ad affossarne la credibilità. Al di là, ripeto, della questione vaccinale in quanto tale, si tratta di studiare come è semplice (purtroppo) orientare il focus delle persone. Anche in questo caso, oggi è il vaccino, domani sarà la prossima guerra, dopo domani chissà. Occhi aperti, insomma. 

Dire o non dire

Il tenore delle notizie, insomma, è sempre lo stesso: “VACCINO JOHNSON & JOHNSON SOSPESO a causa di una morte SOSPETTA”. Una morte. Sospetta. Qui, lo ripeto per la milionesima volta, non si tratta da parte mia di propagandare o meno un vaccino o l’altro, ma di far notare quanto sia facile orientare l’opinione altrui. Che cosa vuol dire “una morte sospetta”? Per puro amore di linguaggio, “una morte sospetta” non ci dice molto. Su quante dosi? Su quante persone vaccinate che magari ridono e saltano perché stanno benissimo? Una morte su dieci è un numero enorme. Una morte su cento, meno. Una morte su centomila, meno ancora. Mancano i dati, manca la cornice, pare essere proprio e solo una caccia al like. Poi, sempre per amor di parole, potremmo persino chiederci come mai si parli di morte sospetta: quante altre morti certe, invece, ci sono? Per ogni morte sospetta, ecco ancora la teoria dei frames e delle implicature, ce ne sono altre non sospette. E così via, cospirazione dopo cospirazione. Per quel che mi riguarda, qui voglio solo farvi notare una cosa: fate attenzione alle notizie. Chiedetevi sempre come mai vi vengono fornite in un certo modo, qual è il contesto e quali dati mancano e invece ci dovrebbero essere, perché ci sarà sempre qualcuno che tenterà di farvi vedere le cose come vuole e non come sono, e a me questo non piace, vaccino o meno. A me piace che le parole vengano usate per dire la verità, e dirla come si deve.