Le Picconate

Il Cashback? Un regalo ai ricchi, giusto eliminarlo

Cashback eliminato - Perché è utile che il premier Mario Draghi lo abbia tolto? L'analisi di Beniamino Andrea Piccone
Cashabck e pagamenti elettronici

Il Cashback – ma non era meglio definirlo con un termine in italiano?, che so “rimborso digitale” – ha rappresentato l’ennesimo regalo che la classe dirigente grillina ha voluto dare ai cittadini per mantenere il consenso ottenuto attraverso i vari “vaffa” o le grida “onestà” che si sono rivelate vane e inconcludenti.

Cashback e il parere del premier Mario Draghi

Il presidente del Consiglio – asciutto ed efficace come pochi – ha spiegato l’intenzione di voler mettere fine a questa regalia di Stato eccessivamente onerosa che favorisce le categorie e le aree del Paese più ricche: “la misura rischia perciò di accentuare la sperequazione tra i redditi, favorendo le famiglie più ricche, con una propensione al consumo presumibilmente più bassa, determinando un effetto moltiplicativo sul Pil non sufficientemente significativo a fronte del costo della misura”.

 

Il presidente del Consiglio ha inoltre sostenuto, dati alla mano, che “il Cashback ha un carattere regressivo ed è destinato ad indirizzare le risorse verso le categorie e le aree del Paese in condizioni economiche migliori”.

Visto che nella Costituzione all’art. 43 si legge che l’imposizione deve seguire criteri di progressività, non si capisce che senso abbia un provvedimento regressivo, dove le aliquote decrescono all’aumentare del reddito del soggetto.

L’ex presidente della Banca centrale europea utilizza i dati disponibili per prendere le decisioni corrette, basandosi sui precetti aurei di Luigi Einaudi – già governatore della Banca d’Italia (1945-1948) e presidente della Repubblica (1948-1955) – che invitavano a “conoscere per deliberare”, ossia a studiare prima di decidere, l’esatto contrario del populismo grillino, il cui mantra (fallimentare) è stato “uno vale uno”.

Come se Stefano Patuanelli, ministro delle politiche agricole e promotore del Cashback ne sapesse come Mario Draghi. Scappa da ridere.

Cashback: quanto è costato all’Italia

I numeri dicono che nei primi mesi del 2021 la maggiore concentrazione dei mezzi alternativi al contante si registra tra gli abitanti del Nord e, più in generale delle grandi città, con un capofamiglia di età inferiore a 65 anni, un reddito medio-alto e una condizione diversa da quella di operaio o disoccupato. Chi veramente vive in situazioni di disagio è privo di carte di credito o le usa per un ammontare inferiore al plafond perché non in grado di spendere quelle cifre.

Quanto è costato il Cashback nel 2021? Un’esagerazione, ben 4,75 miliardi di euro. Ben cinque volte il costo del reddito di emergenza. Benefici concreti contro l’evasione? Nulli? Aiuto concreto a chi sta male? Zero. Coloro che nel 2020 – 335 mila nuovi nuclei familiari e oltre 1 milione di persone in più – sono entrati nella fascia di reddito della povertà assoluta (dati Istat) non ne hanno beneficiato.

A fronte degli effetti regressivi, dei costi e delle criticità applicative, è emerso che le transazioni elettroniche sono cresciute (per effetto del Cashback) soprattutto in settori già a bassa evasione, come la grande distribuzione organizzata che, secondo l’Istat, assorbe quasi la metà della spesa al dettaglio, piuttosto che in quelli critici.

Tutte le perplessità del provvedimento, compreso il mancato rispetto dell’obbligo di consultare l’autorità di Vigilanza, erano state evidenziate da una lettera di Yves Mersch, membro del direttivo della Banca centrale europea, indirizzata all’ora ministro dell’Economia Roberto Gualtieri, il quale non fu in grado di replicare.

Ciò che grida ulteriore vendetta al cielo è l’esistenza di un super Cashback (1.500 euro che ha prodotto una serie di comportamenti anomali che, tra i primi mille utenti attivi, ha raggiunto anche il 20% con più di dieci transazioni per singolo esercente (in particolare i benzinai, dove si moltiplicano le transazioni per importi ridicoli).

Ultima chicca all’italiana. Le informazioni sui pagamenti di cui dispongono gli acquirer e le organizzazioni che analizzano il settore dei pagamenti elettronici non sono conoscibili dalle istituzioni pubbliche che hanno finanziato l’iniziativa. La famosa privacy incombe su di noi e sul povero contribuente onesto che vede i suoi denari sprecati a man salva.

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