Sara Pedri scomparsa

Sara Pedri è scomparsa a Trento, e di lei si sono perse le tracce il 4 marzo scorso. 31 anni, ginecologa “brillante e preparata” – come l’hanno definita alcune ex colleghe -, secondo il più atroce dei sospetti si sarebbe tolta la vita al culmine di una spirale di vessazioni subite nel reparto in cui lavorava, Ostetricia e Ginecologia del Santa Chiara di Trento. Un luogo diventato epicentro di un’ondata di scosse che vanno dalle testimonianze di alcuni dipendenti al trasferimento di alcuni dei vertici dopo la sparizione della giovane.

Sara Pedri: la scomparsa della ginecologa

Sono trascorsi 4 mesi da quando Sara Pedri, ginecologa originaria di Forli è scomparsa.

Un giallo che affonda le radici nella data del 4 marzo scorso, con l’allarme lanciato dalla famiglia ai carabinieri della Compagnia di Cles. I militari hanno trovato la sua auto in prossimità di un ponte sul torrente Noce, parcheggiata in località Mostizzolo, nel Comune di Cis, vicino all’incrocio tra le statali 43 e 42. All’interno, il telefonino della 31enne. Le ricerche di Sara Pedri non hanno dato esito, e nel mistero si sarebbe innestato il sospetto che possa aver compiuto un gesto estremo perché vittima di vessazioni sul posto di lavoro.

Sara Pedri ginecologa scomparsa: le testimonianze e le indagini

Ogni volta che andavo a lavorare, pregavo Dio di fare un incidente, rompermi le gambe o restare paralizzata per rimanere a casa per sempre”. È un passaggio della testimonianza di una ex collega di Sara Pedri a Chi l’ha visto?, seguito da un’altra serie dichiarazioni che restituiscono un quadro di ombre pesantissimo intorno alla vicenda: “Non puoi portare il tuo dipendente a questo livello, ti fanno lavorare per tre, ti ammazzano di lavoro, e quando ti ammali ti mandano in disciplinare perché ti sei permessa di metterti in malattia, fino a farti fuori.

Per me verrà archiviato tutto, sono tutti ammanicati qua“.

Nel corso delle settimane successive alla scomparsa della giovane ginecologa, altri ex dipendenti del Santa Chiara si sarebbero fatti avanti, riporta Il Corriere della Sera, a raccontare di un ambiente lavorativo divenuto invivibile a causa di presunti maltrattamenti e pressioni. La stessa Sara Pedri, secondo una delle testimonianze, avrebbe ricevuto uno schiaffo sulla mano durante un intervento chirurgico che si apprestava ad effettuare.

Secondo quanto riferito dal quotidiano, il reparto sarebbe diventato un vero inferno di soprusi e umiliazioni, in una escalation di condotte determinate alla mortificazione dei dipendenti presi di mira.

Questo avrebbe spiegato ai pm, e alla commissione titolare di una indagine interna, una delle 110 testimoni sentite nell’ambito dell’inchiesta sul caso Pedri. Le dinamiche dipinte nei racconti delle persone ascoltate sarebbero le stesse che avrebbero indotto Sara Pedri a vivere in uno stato di ansia continua.

Sara Pedri scomparsa a Trento: trasferito il primario del reparto

L’ospedale Santa Chiara di Trento ha avviato un’inchiesta interna e sarebbe emersa una trama di evidenze davanti alla quale sarebbero scattati i primi provvedimenti.

Ma il caso sembra aver assunto proporzioni sempre più vaste e il tessuto degli elementi si fa fluido e in continuo divenire. Secondo quanto riportato dal Corriere, 6 professionisti del nosocomio, nel mese di aprile (poche settimane prima della scomparsa di Sara Pedri), avrebbero denunciato due specialisti per “le continue vessazioni mortificanti” che avrebbero spinto 62 lavoratori ad abbandonare il posto negli ultimi 6 anni.

Nel fuoco dei sospetti sarebbero finiti Saverio Tateo e Liliana Mereu, rispettivamente primario e dirigente dell’Unità di Ginecologia.

All’esito di 110 audizioni, analisi dei turni (definiti insostenibili da alcuni testimoni), verifica di mail e documenti, l’Azienda sanitaria trentina avrebbe trovato riscontro di “fatti oggettivi e una situazione di reparto critica“, riporta Ansa. Il 12 luglio scorso sarebbe scattato il trasferimento dei due. La stessa Azienda avrebbe definito “necessari” i provvedimenti alla luce di quanto rilevato, “decisi al fine di tutelare la serenità delle pazienti, di tutti gli operatori coinvolti e a salvaguardia del buon funzionamento del reparto” (ora affidato al direttore della struttura complessa di Ostetricia e Ginecologia dell’ospedale di Rovereto).