Cronaca Italia

Detenuta di 23 anni partorisce in cella al carcere di Rebibbia: la ministra Cartabia manda gli ispettori

Una donna di 23 anni ha dato alla luce la figlia nella cella del carcere di Rebibbia, senza un medico e aiutata dalle compagne di cella, nonostante le istanze di trasferimento
donna partorisce a rebibbia

Una giovane donna di 23 anni ha partorito nel carcere di Rebibbia, senza l’assistenza di un medico, dove è detenuta per furto. Una storia agghiacciante che si è conclusa, fortunatamente, con madre e figlia in salute, ma che sta destando giusta indignazione su quanto avvenuto.

Le richieste per il trasferimento della giovane, condotta in carcere dopo aver rubato 40 euro secondo i resoconti, erano state presentate a inizio agosto, ma non avevano trovato risposta. La ministra della Giustizia Marta Cartabia ha disposto indagini sull’accaduto.

Partorisce nel carcere di Rebibbia a 23 anni

La donna di origine rom è stata condotta nel carcere di Rebibbia lo scorso 23 giugno, nonostante fosse agli ultimi mesi di gravidanza.

Per questo, il primo agosto, è stata presentata un’istanza di revoca o sostituzione della misura cautelare, a cui, secondo la nota del Dap, l’Autorità Giudiziaria si riservava di decidere nell’arco di una settimana. L’attesa sarebbe stata dovuta alla richiesta all’Area sanitaria del carcere di verificare le condizioni di salute della 23enne, ma nonostante il rapporto fosse arrivato, nulla è stato fatto.

La detenuta è rimasta nella struttura detentiva fino al 3 settembre, quando è arrivato il momento del parto. La nascita della quartogenita della giovane è avvenuta nella cella dell’infermeria, dove è stata aiutata dalle compagne di cella presenti, anche loro in stato interessante. Il medico è arrivato sul posto solo a parto avvenuto, e a quel punto la donna è stata condotta in ospedale.

La denuncia della Garante dei detenuti di Roma

Già a metà agosto Gabriella Stramaccioni, Garante dei detenuti di Roma, aveva segnalato le condizioni della 23enne, che era stata trasferita a Rebibbia su istanza del giudice prima ancora del processo.

La legge prevede che per le donne incinte la custodia in carcere debba essere applicata soltanto quando le esigenze cautelari non possono essere soddisfatte con nessuna altra misura“, scrive Stramaccioni, “Ed a Roma ci sono altre possibilità di accoglienza per mamme con bambini e per donne in gravidanza“.

A nulla sono serviti gli appelli della Garante ai magistrati, molti dei quali in ferie, e agli organi competenti. In particolare ci si chiede perché la donna sia stata mandata in carcere prima ancora del giudizio, nonostante la gravidanza.

Proprio per questo la ministra Cartabia ha inviato ispettori del Ministero per chiarire la vicenda e i motivi per cui la bambina sia dovuta nascere in una cella, in una situazione che ne poteva mettere a rischio la salute di madre e figlia.

La nota del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria

Bernardo Petralia, capo del Dap, ha espresso il suo rammarico per quanto accaduto. “Come responsabile dell’Amministrazione Penitenziaria, non posso che essere rammaricato per il fatto che una donna abbia dovuto partorire in carcere. Fortunatamente si tratta di una vicenda che si è conclusa senza alcuna criticità e ora sia la mamma che la neonata stanno bene“, si legge nella nota, “Tengo a precisare che nessuna responsabilità può essere addossata all’istituto penitenziario che si è adoperato, nel limite delle proprie responsabilità e competenze, per velocizzare al massimo le comunicazioni con l’Autorità Giudiziaria e le Autorità Sanitarie competenti, in relazione all’istanza di revoca della custodia cautelare avanzata dalla detenuta“.

Le donne-madri in carcere in Italia

La nota continua spiegando che il Dap “si sta attivando per ridurre il numero delle detenute-madri in carcere“.

Attualmente ci sono 22 detenute-madri nelle sezioni nido degli istituti penitenziari e di custodia attenuata, come informa il Ministero della Giustizia. Insieme a loro ci sono 25 minori: “Come già anticipato dalla Ministra Cartabia, il Dipartimento si sta adoperando anche con la Comunità Papa Giovanni XXIII per poter ottenere per loro una sistemazione diversa e migliore all’esterno delle strutture penitenziarie“.

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