Politica

Romano Prodi al Salone del Libro: “Presidente della Repubblica? Lo fa chi ha meno veti, non più voti”

Romano Prodi arriva al Salone del Libro, e le voci sulla possibilità della sua candidatura a presidente del Consiglio lo seguono fino a Torino. Il Professore tra suggestioni e una vita al servizio della politica
romano prodi

Romano Prodi è stato ospite del Salone del Libro 2021, la nuova edizione della kermesse letteraria che riapre i battenti dopo il Covid-19. L’ex presidente del Consiglio è stato accompagnato sul palco dal costituzionalista Gustavo Zagrebelsky, con cui ha parlato del libro biografico, Strana vita, la mia, scritto con Marco Ascione. Prodi è stato e rimane uno dei protagonisti della politica italiana degli ultimi decenni, come dimostrano le continue voci che lo vorrebbero prossimo presidente della Repubblica.

Prodi al Salone del Libro di Torino: suggestioni da presidente della Repubblica

Nonostante Zagrebelsky abbia aperto l’incontro al Salone del Libro specificando che non si sarebbe parlato dell’attualità politica, un accenno alle prossime elezioni per la Presidenza della Repubblica non poteva mancare.

Soprattutto date le insistenti voci che vogliono Prodi tra i papabili per il Quirinale, anche se hanno già dimostrato di essere poco affidabili in passato. Ciclicamente però ritornano ed è impossibile soprassedere.

Il costituzionalista descrive Prodi come un personaggio “molto osteggiato ma anche molto amato.

Una persona che divide“. E proprio questo tratto, l’essere “divisivo“, viene ripreso dal Professore per parlare della possibilità di diventare presidente della Repubblica: “Divisivo vuol dire avere idee forti e quindi, in una situazione in cui il compromesso è il modo di gestire, non fanno compromessi“.

Per quanto riguarda la carica più importante dello Stato, quindi, non potrebbe essere occupata da una persona divisiva, “perché il presidente della Repubblica non lo fa chi ha più voti, ma chi ha meno veti. Quindi il problema non si pone“. Prodi ritiene che l’essere divisivo non escluda il dialogo, fondamento della politica, ma che a questo bisogna arrivare “con delle proprie idee.

Confrontarsi in modo leale, ascoltando gli altri, ma dialogo con dei contenuti che alla fine sono anche divisivi. La mia idea di Paese è che vi sia un raggruppamento riformista, uno conservatore, tutti hanno uguale dignità, chi vince governa. Evidentemente è diviso questo, però la democrazia è questa qui“.

Prodi e il Quirinale: una lunga storia

Già nelle settimane scorse, Romano Prodi ha escluso per questioni anagrafiche la possibilità di ricoprire il ruolo di presidente della Repubblica.

Ho 82 anni, sarebbe un’incoscienza“, ha dichiarato durante il conferimento del Premio Cavour 2021 al Castello di Santena. Un retrocedere che forse è dovuta anche al ricordo di quando il Professore era vicino, vicinissimo alla soglia del Quirinale, nella primavera del 2013, momento in cui la sua elezione sembrava cosa fatta.

Il fondatore dell’Ulivo si è visto poi affossare dai tristemente famosi 101 franchi tiratori, un boicottaggio nato in seno proprio del partito che lo aveva candidato, il PD. Nell’Italia imprevedibile però, tutto torna e diventa possibile.

Difficile quindi destreggiarsi tra le manovre per la sostituzione di Sergio Mattarella, che nei prossimi mesi, fino al febbraio 2022, entreranno nel vivo.

Romano Prodi e Gustavo Zagrebelsky al Salone del Libro
Romano Prodi e Gustavo Zagrebelsky al Salone del Libro

Strana vita, quella di Prodi: dalla Libia di Gheddafi all’Unione Europea

Romano Prodi si conferma comunque uno dei personaggi più incisivi di 30 anni di politica italiana, come si evince anche dalla mole di aneddoti e retroscena contenuti nel suo libro. Strana vita, la mia, presentato al Salone del Libro, ripercorre tappe fondamentali per la storia recente italiana. La scelta di non appoggiare l’intervento contro Gheddafi nel 2011: “Il dialogo era importantissimo e sarebbe stato importantissimo anche per il dopo“, dichiara Prodi, che con l’ex dittatore dittatore libico aveva mantenuto buoni rapporti, così come con le tribù libiche, nello spirito di lungimiranza politica.

Viene questa sciagurata guerra, con Gran Bretagna e Francia che fanno la guerra alla Libia e non riescono a vincere. L’Italia che si accoda facendo la guerra contro se stessa“, continua il Professore, proposto all’epoca da diversi Paesi come mediatore dell’ONU, carica poi sfumata. “Poi è successa la morte di Gheddafi ed è accaduto quello che avevo previsto, il Paese è scoppiato. La Libia non si risolve con le interferenze esterne, ma mettendo intorno a un tavolo i veri capi della Libia, cioè i capitribù. Oggi comandano i russi e i turchi“.

Sono poi due i momenti principali dei governi Prodi, che hanno determinato anche il corso dell’Unione europea, di cui è stato presidente della Commissione europea dal 1999 al 2004. Anni cruciali, che si sono poi concretizzati nelle svolte della moneta unica e dell’allargamento ad Est dell’Unione.

In merito a quest’ultimo punto, oggi ampiamente contestato per le resistenze dei Paesi di Visegrád, Prodi commenta: “Pensate se oggi la Polonia, con tutti i problemi che ha, fosse come l’Ucraina. Dove non c’è stata la guida dell’Europa, come nella Jugoslavia, vedete i risultati. Adesso naturalmente si dice che la Polonia e l’Ungheria vanno un po’ per conto loro. È verissimo ma l’esportazione della democrazia, e noi siamo stati gli unici ad esportarla, perché la democrazia si esporta con la democrazia, ha anche dei rischi“. Polonia e Ungheria “hanno diluito le regole democratiche“, dichiara Prodi, soprattuto con il “vero salto indietro” che è la dichiarazione della predominanza del diritto nazionale su quello europeo. “Però cos’è la democrazia?“, chiede il Professore, “Centomila persone sono subito andate in piazza per protestare. Sarebbero arrivati i carri armati ai vecchi tempi. E io sono contento che col tempo Polonia e Ungheria saranno definitivamente conquistate dalla democrazia. Perché quando si deve dire sì o no all’Europa, la gente dice sì“.

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