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Banca MPS: lo salvi chi può

Una lunga trattativa tra il Tesoro, azionista di maggioranza di MPS e Unicredit. All'orizzonte la possibilità che si debba correre da soli.
Mps trattativa Unicredit

Il 29 luglio il Tesoro, azionista di maggioranza del Monte Paschi con il 64% delle azioni, e Unicredit, dopo una fase di successivi abboccamenti, hanno dato il via ufficialmente al negoziato per la cessione del pacchetto di maggioranza, ma dopo tre mesi di trattative hanno dovuto gettare la spugna e comunicare ai media e ai mercati che almeno per ora, non se ne fa nulla.

Il fallimento del negoziato ha grandi implicazioni politiche ed economiche e i Presidenti delle Commissioni Finanze di Camera e Senato hanno già chiesto che il Ministro dell’Economia, Daniele Franco vada a riferire in Parlamento sulle ragioni del mancato accordo e sulle possibili soluzioni della crisi.

Cosa sta succedendo in sintesi

Non c’è bisogno però di attendere l’intervento del Ministro per sintetizzare in pochi numeri la grande distanza tra le richieste delle parti. Unicredit ha sempre detto che non avrebbe accettato costi di acquisizione, che avrebbe voluto avere mano libera nel definire il perimetro aziendale da acquistare e che si attendeva una sostanziosa ricapitalizzazione di MPS da parte dello Stato per affrontare gli onerosi e indispensabili accantonamenti, necessari per fronteggiare la massa di sofferenze ossia crediti incagliati e inesigibili, che avrebbe appesantito i conti dell’Istituto milanese.

Tradotte in numeri, non ufficiali ma che provengono da fonti ben accreditate. Queste precondizioni significano che Unicredit voleva comprare circa 60 miliardi sugli 80 di attivi della banca senese e non più di un migliaio di sportelli sui 1350 oggi presenti sul territorio.

Unicredit valutava 1,3 miliardi la rete degli sportelli (circa 1 milione a sportello) e ricordava che l’ultimo bilancio di MPS si era chiuso con un rosso di 1,69 miliardi. Il Tesoro replicava che gli sportelli erano correttamente valutati intorno ai 4 miliardi e che la redditività potenziale della rete era di 600 milioni l’anno e che quindi, ai prezzi di Unicredit, in soli due anni l’acquirente avrebbe ripagato con gli utili i costi di acquisizione.

Unicredit rilanciava dicendo che prima di tutto era necessario ricapitalizzare l’Istituto con almeno 5 miliardi che si sarebbero aggiunti ai 2,2 miliardi di sgravi fiscali già previsti con il decreto Sostegni.

Insomma da una parte un compratore che diceva “compro solo per farti un favore, ma prima mi devi dare una bella ripulita ai conti, anzi sei tu che mi devi pagare perché ti libero dal rischio – molto probabile – di continuare a perdere soldi e perché ti smarco dalle pressioni comunitarie”.

Pressioni che vedono in effetti il Tesoro impegnato a uscire dal capitale della banca entro l’approvazione del bilancio 2021, come da impegni precedentemente assunti al momento del salvataggio del 2017 (MPS era già stata oggetto di operazioni di messa in sicurezza più volte negli ultimi anni e in particolare l’intervento del 2017 era costato alle casse pubbliche 5,4 miliardi).

Dall’altra un venditore che, sentendosi preso per il collo, aveva sempre più la spiacevole sensazione di essere costretto a una svendita e che avrebbe comunque voluto veder riconosciuti nella determinazione del prezzo i miglioramenti oggettivi della gestione corrente (contenimento costi e previsioni di ritorno all’utile) e l’alleggerimento delle sofferenze grazie alla parziale cessione (al valore del 20% sul nominale) a fondi specializzati nella gestione di NPL (crediti “non performanti”).

Le due parti su posizioni sempre più lontane

Distanze dunque incolmabili tra le due parti e questo prima ancora di aver affrontato in modo definitivo lo spinosissimo capitolo del costo degli esuberi e del quantitativo del personale da ricollocare.

 

Nonostante la situazione di oggettiva grande difficoltà, al Tesoro provano ad ostentare un certo ottimismo, anche se forse solo di facciata. La proroga della Commissione Europea per cedere la maggioranza di MPS verrà probabilmente concessa e gli interventi statali di rafforzamento del capitale senese potrebbero ottenere dall’Antitrust Europeo la qualifica di “ricapitalizzazione precauzionale”, escamotage tecnico che eviterebbe l’accusa di “aiuti di stato” che renderebbero poi  impraticabile l’intervento del Tesoro.

Al momento però soluzioni alternative a Unicredit non si vedono all’orizzonte. BPM ha confermato di non voler intervenire ed è comunque troppo piccola per un boccone indigesto come MPS.  È perciò possibile che il Tesoro debba andare avanti da solo nella gestione della banca, almeno fino al punto di averle fornito capitale sufficiente e ritrovata competitività, in modo da renderla appetibile per un altro investitore privato. Ma questo significherà un aggravio di spesa pubblica recuperato con aumento della pressione fiscale. Comprensibile che Draghi non voglia. E che tantomeno lo vogliano gli obbligazionisti privati della banca che corrono il serio rischio di veder trasformati i loro titoli subordinati (cioè le famose “obbligazioni bancarie”) in azioni e poi come azionisti di dover partecipare ai costi di rifinanziamento dell’Istituto.

Insomma un bel ginepraio in attesa che compaia un improbabile cavaliere bianco pronto a farsi carico della più vecchia banca del mondo.

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