Sostenibilità

Inquinamento e riscaldamento domestico, perché non se ne parla e cosa si può fare per essere più green

Il riscaldamento domestico è responsabile di un'ampia fetta dell'inquinamento nelle città, eppure rimane la Cenerentola della transizione green. Ne parliamo con Riccardo Bani, imprenditore e presidente di ARSE
torino inquinamento

Il rincaro bollette, la transizione energetica, il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza… argomenti che stanno entrando prepotentemente nel dibattito pubblico, con il cittadino spesso sopraffatto da nuove rotte di politica energetica che devono essere più “green”, ma il cui quadro generale spesso sfugge. E benché nel mondo della mobilità la necessità di diminuire le emissioni di anidride carbonica ha incontrato la risposta di un mercato che cambia, che punta su trasporti più sostenibili, dall’auto elettrica alla micromobilità con piste ciclabili e monopattini, diverso è il discorso del riscaldamento domestico.

Eppure, questa voce è responsabile in Italia da sola dell’emissione del 60% di CO2 e del 53% di Pm10, secondo i dati Legambiente. Le alternative per fonti di riscaldamento più pulite ci sono e le analizziamo insieme a Riccardo Bani, presidente di ARSE, l’Associazione Riscaldamento Senza Emissioni attiva nella promozione di energie rinnovabili e cofondatore e CEO di Veos, realtà imprenditoriale italiana che punta su tecnologia innovativa per proporre un modello sostenibile di riscaldamento domestico.

Riscaldamento domestico: troppo inquinante, bisogna dare una svolta

La questione del riscaldamento domestico è al centro della strategia europea per ridurre le emissioni di CO2 nell’ambiente, nell’ambito dei più vasti Obiettivi in linea con l’Agenda 2030 dell’ONU per lo sviluppo sostenibile.

La Commissione europea, tramite diverse raccomandazioni, ha chiesto agli Stati membri di aumentare l’efficienza energetica per arrivare al 32.5% entro il 2030. Eppure, in Italia, non solo la maggior parte degli edifici utilizza ancora combustibili fossili, ma non ha una chiara strategia energetica di lungo periodo.

Le indicazioni dell’Unione europea per diminuire le emissioni del riscaldamento

La tendenza dell’Europa verso un riscaldamento meno impattante sull’ambiente viene confermata anche dal dottor Bani, che dichiara come “anche recentemente, la Commissione europea, ha adottato questa direttiva, l’Energy Performance of Buildings Directive, che obbliga, o impone, di migliorare la qualità dei nostri edifici in materia di consumi, e quindi anche sugli impatti positivi di tipo sociale, ambientale“. Non è un caso dato che “In tutta Europa, il 36% delle emissioni in atmosfera sono collegate alla climatizzazione, in particolare al riscaldamento degli edifici.

Il 40% dell’energia viene assorbita dagli edifici, quindi è un tema che ormai è un po’ sotto l’occhio di tutti“.

Il problema “è legato ovviamente al fatto che il nostro parco immobiliare è particolarmente obsoleto: anche qui il dato europeo è che il 75% degli edifici non ha tenuto conto delle via via pubblicate direttive sulla qualità energetica degli edifici. In Italia questo numero è ancora più alto, perché l’80% circa degli edifici è stato realizzato prima degli Anni Novanta, quindi con la legge 9 gennaio 1991 n.

10, dove per la prima volta abbiamo introdotto questi principi“. E questa, spiega Bani, “è la motivazione per cui noi oggi abbiamo un impatto rilevante nelle nostre città legate al riscaldamento. Gli edifici sono di scarsa qualità sotto il profilo energetico e li riscaldiamo ancora con combustibili fossili, seppur meno inquinanti e più pregiati, come il gas naturale“.

Le nuove tecnologie a disposizione anche per i vecchi edifici

Il problema del nostro Paese nel ridurre l’inquinamento causato dal riscaldamento si acuisce se pensiamo che le opzioni più green vengono indirizzate principalmente al nuovo edificato “o quando si fanno interventi di ristrutturazioni importanti“, aggiunge Bani.

A quel punto la possibilità di impianti a basse emissioni si concretizza “sia per motivi normativi, il 50% dell’energia deve essere prodotto da fonti rinnovabili, sia perché le tecnologie consento questo. Penso a Milano, dove io vivo: tutto il grosso degli edifici ormai non usa più caldaie, ma impianti a pompa di calore, tecnologia che effettivamente può indirizzare i problemi dell’inquinamento da riscaldamento. Ecco, mentre nel nuovo edificato viene normalmente adottata, nelledificato esistente si pensa che non si possa utilizzare. In realtà le tecnologie delle pompe di calore è evoluta“. “.

Il nodo centrale, in effetti, è che spesso “i cittadini, per colpa della non conoscenza, non tengono in considerazione questa tecnologia“, commenta il CEO di Veos. Per Bani bisogna lavorare per rendere note ai consumatori le nuove tecnologie disponibili, così da rendere più efficienti più abitazioni possibili. “Le caldaie oggi possono essere sostituite con tecnologie più efficienti, a 0 emissioni, lì dove il calore viene prodotto. Perché una pompa di calore, in particolare quelle elettrica, utilizza tre quarti dell’energia prelevata gratuitamente dalla natura e un quarto energia elettrica. Quell’energia elettrica lì dove si riscalda non inquina, se poi il nostro piano di sviluppo di fonti rinnovabili va nella direzione prevista, molto ambiziosa, verosimilmente noi avremo un Paese che non solo a livello locale, ma anche di sistema più complessivo, si potrà riscaldare non emettendo emissioni inquinanti“.

La necessità di accelerare sul rendere sostenibile il riscaldamento domestico

La questione centrale, in vista degli Obiettivi per il 2030, è “dare un’accelerata, gli strumenti ci sono. Ce ne sono anche diversi, probabilmente non sono indirizzati in maniera così efficace come dovrebbero per permetterci di perseguire gli obiettivi“. Per esempio, “il Piano Nazionale Integrato per l’Energia e il Clima 2030, che noi abbiamo fatto, e a cui sicuramente dovremo rimettere mano“.

Il motivo è che questo strumento adottato in Italia per indirizzare la politica energetica verso la decarbonizzazione “è stato fatto quando l’obiettivo era -40% di emissioni di CO2 al 2030, adesso abbiamo spostato almeno al 55%, quindi quel piano dovrà tener conto di quell’obiettivo. Non è sufficiente“, quindi, “che come stiamo facendo oggi continuiamo a riqualificare il 6,8%, o l1% del nostro edificato, annualmente, perché così non arriveremo mai al 55% al 2030 e tantomeno allo 0 nel 2050. Quindi dobbiamo dare una forte accelerazione che va a mio avviso in due direzioni: la prima, sulla riqualificazione degli edifici, e laltra è adottare, indirizzare sempre verso tecnologie più sostenibili rispetto a quelle che oggi stiamo continuando ad incentivare in presenza del Superbonus“. “.

Superbonus: sono efficaci per riqualificare gli edifici?

Anche il Superbonus, infatti, fa parte di quegli strumenti messi in campo dallo Stato per dare una svolta più green al consumo di energia in Italia. Recentemente, il governo ha prorogato fino al 2023 l’applicazione ai condomini, su cui Riccardo Bani fa qualche calcolo. “Esiste uno studio della fine del 2020, realizzato di concerto tra il Centro Studi della Camera e il Cresme, che prende in esame 20 anni di risultati, a livello di sistema Paese, dellEcobonus. Parlo di quello ante Superbonus, al 65%. Il risultato finale è che questo strumento nellarco di 20 anni ha generato circa 27 miliardi di euro di benefici per il Paese. Quindi il primo dato di fatto è che gli strumenti di sostegno, in particolare la detrazione fiscale per la riqualificazione energetica, hanno portato dei benefici“. 

L’accelerata del superbonus nell’ultimo semestre

L’Ecobonus 110% ha avuto qualche problema a prendere piede, per via della condizione posta in merito alla conformità urbanistica dell’edificio, ma “sta adesso, nella seconda metà del 2021, iniziando a dare unaccelerata al modello di riqualificazione“. Finora, infatti, la burocrazia e i frequenti abusi, anche minori, nell’edilizia italiana richiedevano “ulteriori tempi per poter essere sanati e così accedere al Superbonus. Tutto questo nel frattempo ha frenato lavvio di questi strumenti. Importanti, perché senza banalizzare troppo, lo Stato sta regalando degli interventi di riqualificazione ai cittadini, singole unità abitative e condomini“.

Lo strumento adesso sta iniziando ad operare, informa Bani, che cita i dati dell’ENEA al 30 settembre, secondo cui “sono stati fatti interventi per circa 50mila edifici. Ovviamente pesano molto le singole unità abitative, i condomini mi sembrano siano qualche migliaio“. Si parla comunque di “7 miliardi e mezzo di euro di interventi realizzati, dove i cittadini non hanno sostenuto spese. Il Superbonus scade al 31 dicembre 2022, in manovra di bilancio è prevista un’estensione (purtroppo limitata ai soli condomini) al 2023 che avrà effetto“.

Il Pnrr: la svolta necessaria

Altre risorse che saranno messe in campo sono quelle del Pnrr, che indirizza 15,36 miliardi di euro per l’”Efficienza energetica e riqualificazione degli edifici”. Di questi, circa 14 miliardi “sono per edifici pubblici e privati, si stimano 100mila edifici in termini di riqualificazione“, non esattamente un numero entusiasmante visto che “stiamo parlando di 9 milioni di edifici in Italia di cui un milione di condomini“. In ogni caso per Bani l’impatto rimane positivo: “Anche se i 100mila edifici sono tutti condomini, noi arriveremo a migliorare il 10% del nostro patrimonio immobiliare condominiale. Ovviamente la norma non è sufficiente, è sicuramente uno strumento che può migliorare“.

Il vero nodo che l’imprenditore sottolinea è l’orizzonte temporale in cui agisce lo Stato. Soprattuto dal punto di vista delle aziende, che si vedono dare indicazioni di politiche energetiche in archi di tempo ristretti. “Non possiamo traguardare degli obiettivi di anno in anno. Abbiamo deciso di mettere in atto a livello comunitario il Pnrr, quindi darci degli obiettivi almeno fino al 2026, nel contempo la Commissione UE ha proposto una riduzione del 55% al 2030, dichiara Bani, “Bene, ma perché non decidiamo, probabilmente con modalità diverse, degli strumenti di sostegno (detrazioni fiscali, conto termico, i certificati di efficienza energetica) che abbiano un orizzonte temporale pari agli obiettivi che ci vogliamo prefiggere. Così potremmo mettere in moto, sia dal punto di vista delle imprese che dei cittadini, un modello che cresce gradualmente, non con lintensità che stiamo vivendo in questo momento, che rischia di diventare una bolla che poi termina al 2022 o al 2023. Dobbiamo darci un orizzonte temporale lungo per perseguire quel piano. La chiamo politica energetica di riqualificazione degli edifici, dobbiamo farla scegliendo le soluzioni tecnologiche a zero emissioni, altrimenti così investiamo molti soldi in poco tempo ma non raggiungiamo gli obiettivi. Dobbiamo fare una road map, un piano pluriennale in cui imprese, cittadini, istituzioni si confrontano“. 

Gli esempi virtuosi: il fotovoltaico

Per quanto riguarda nuove tecnologie pulite che sono fiorite grazie alla spinta di politiche energetiche decise, possiamo citare il fotovoltaico, come ci racconta l’imprenditore. Tra il 2007 e il 2008 è partito un piano per la crescita del fotovoltaico e “abbiamo introdotto dei meccanismi di incentivazione molto forti, li abbiamo mantenuti fino al 2013. Purtroppo non abbiamo beneficiato nel nostro Paese dell’attività manifatturiera, perché i moduli li abbiamo sempre comprati dall’estero, e in particolare dalla Cina. Però cos’è accaduto in questi 5 anni? Che noi siamo passati da 0 a 20mila megawatt di impianti fotovoltaici installati nel nostro Paese. Il prezzo degli impianti si è ridotto di un quinto rispetto ai valori iniziali“. Per il riscaldamento domestico la strada deve essere la stessa, ma con una razionalizzazione degli strumenti a disposizione.

I limiti del Superbonus

Il Superbonus al 110%, infatti, secondo Bani, non può durare per sempre: “Da impresa, secondo me è necessario rivedere il meccanismo di incentivazione riducendo l’ammontare rispetto al 110% ma tenerlo per un periodo molto lungo. Ma non solo, riconoscerlo ai soli interventi che vanno effettivamente nella direzione di abbassare significativamente lemissione in atmosfera. Se io regalo il 110% a uno che aveva una caldaia, magari già a condensazione, e la cambia con un’altra caldaia a condensazione, il beneficio ambientale è praticamente nullo. E purtroppo quelledificio lì, per i prossimi 20 anni, visto che lintervento sarà realizzato tra il 2021-22-23, non verrà più toccato e continuerà a inquinare. Il rischio che corriamo disperdendo le risorse in questi 2 anni, è quello di intervenire riqualificando sì, perché quegli edifici consumeranno meno, ma continuando a immettere sostanze inquinanti nellatmosfera monossido. Dobbiamo riconoscere premialità più elevate, tipo il 110%, alle sole tecnologie zero emissive.“. Questo sarebbe importante per “dare un segnale forte alle famiglie: viene premiato lo sforzo nella direzione del miglioramento della qualità dellambiente e verso la concreta decarbonizzazione“. 

Aumento prezzi bollette: quanto conta un cittadino informato

Recentemente si è molto parlato dell’aumento sulla bolletta elettrica, dovuto ai rincari delle materie prime per la ripresa post Covid-19 e i prezzi dei permessi per emettere CO2 rilasciati dall’Unione Europea. Il governo italiano ha stanziato 3 miliardi di euro per diminuire l’impatto su famiglie e imprese, che si troveranno comunque un aumento del 30% nella bolletta dell’elettricità e del 14,4% per quella del gas.

“Questa crisi dei prezzi non è legata alla transizione ecologica, ma a dinamiche di tipo diverso, in particolare lEuropa e lItalia sono importatori netti di materia prima“, dichiara Bani, “Questo è un altro dei motivi che ci deve far spingere ad andare nella direzione delle rinnovabili anche nel settore del riscaldamento, per affrancarci da Paesi peraltro a forte rischio geopolitico. I principali paesi da cui ci approvvigioniamo sono la Russia, la Libia e lAlgeria. Purtroppo il gas che arriva dal Nord Europa si sta riducendo sempre di più“.

Fonti rinnovabili: l’investimento in bolletta

Questo non significa che in futuro non possano esserci dei costi legati alla transizione energetica. Ad esempio già oggi in bolletta “tutti noi sosteniamo i cosiddetti oneri di sistema che servono per pagare gli incentivi alle fonti rinnovabili“, spiega Bani, “circa 8 miliardi della nostra bolletta energetica allanno sono destinati alle fonti rinnovabili – eolico e soprattutto fotovoltaico – su cui abbiamo investito appunto tra gli anni 2007 e 2013-14, dove abbiamo erogato incentivi importanti“. 

Proprio questi oneri ci hanno però permesso di realizzare “circa 20.000 MW di impianti fotovoltaico e poco meno di 10.000 MW di impianti eolici nel nostro paese, con importanti riduzioni di CO2 in atmosfera e un’importante sviluppo di queste tecnologie che hanno ridotto i loro costi ad un quinto. Grazie a tutto questo oggi produrre energia elettrica con nuovi impianti fotovoltaici non richiede più alcun tipo di incentivo. Gli stessi risultati potremmo ottenerli nel settore del riscaldamento: un recente studio fatto dalla nostra associazione ARSE (Associazione Riscaldamento Senza Emissioni) prevede che sarebbe possibile sostituire un milione di caldaie con pompe di calore geotermiche riducendo le emissioni nel nostro Paese di circa 13 milione di tonnellate di CO2 all’anno (tanto quanto ottenuto dai 20.000 MW di fotovoltaico), dimezzando la bolletta del riscaldamento delle famiglie e riducendo anche le nostre importazioni di gas dall’estero“.

Dal lato dei cittadini queste dinamiche spesso sfuggono, perché “nessuno ha mai spiegato o definito bene le politiche energetiche che intendiamo intraprendere. Anche qui, però, guardando il bicchiere mezzo pieno, il cittadino ha chiaro che bisogna fare qualcosa per aiutare lambiente. Ormai la consapevolezza che alcuni eventi climatici estremi possono essere ricondotti a degli effetti di inquinamento del nostro pianeta stanno aumentando la sensibilità dei consumatori verso comportamenti di acquisto sostenibili“.

Ridurre i costi del riscaldamento una strada percorribile

La mancanza di conoscenza influisce anche sulla scelta del tipo di riscaldamento verso cui optiamo, sulla sua efficienza e sui conseguenti costi. Alla base ci sono i soggetti a cui il cittadino si appoggia, “un installatore, un manutentore“, spiega Bani, che spesso non sanno “che la tecnologia è evoluta.

Oggi la pompa di calore fortunatamente può essere più efficiente e più vantaggiosa rispetto alla caldaia“. Se il processo di trasmissione delle informazioni “non accade, ovviamente il cittadino si fida della persona che l’ha consigliato, quindi dobbiamo lavorare modificando tutti gli attori all’interno di questa catena del valore. Non possono essere solo le imprese produttrici, ma anche tutti quelli che lavorano nella distribuzione, nella manutenzione, nella progettazione di questi interventi che acquisiscono la conoscenza che questa è una tecnologia solida, e diffondono questa conoscenza nei loro clienti finali“.

Un esempio di questo processo si è avuto con “l’elettrificazione della mobilità. Lo stiamo vedendo, non è che dalla sera alla mattina passiamo da veicoli a combustibili fossili a veicoli elettrici, però anche qui i vari portatori di interessi, dal distributore, a chi implementa modelli di car sharing all’interno delle aree urbane, e ovviamente i costruttori di componenti, stanno andando in quella direzione. Pian pianino il cittadino acquisisce coscienza“. Ci sono ovviamente differenze con il settore automobilistico, “perché il riscaldamento non è un bene voluttuario, l’acquisto dellauto ad esempio ha anche un aspetto di piacere, mi compro lauto elettrica non solo perché fa bene allambiente ma perché va di moda, ecco faccio fatica ad immaginare che un domani dovendo cambiare la caldaia si scelga la pompa di calore perché ‘è più bella. Lì devono innescarsi altri meccanismi: il tema del ‘devo far del bene alambiente, perché lo sto facendo lì dove vivo io, e laltro perché abbasso la mia bolletta “. 

Una mano dalla politica

L’evoluzione energetica della società necessita però di uno Stato che ne indirizzi gli sviluppi, con un chiarimento rispetto a quale politica energetica si intenda adottare. Di nuovo, l’orizzonte temporale nel quale si vuole operare riveste un ruolo centrale: “Dobbiamo parlare dei prossimi anni, non del 2023. È importante ma lo è molto di più dire cosa vogliamo fare da qui al 2030, e questo lo dobbiamo scrivere da qualche parte. Abbiamo scritto degli obiettivi che non sono in linea con quello del -55%, però una volta che li abbiamo dobbiamo anche dire quali sono gli strumenti che diamo a sostegno dei cittadini e delle imprese consumatrici di energia affinché questo processo possa avvenire“.

Per Bani, nonostante la sensibilità ambientale delle persone sia aumentata, “c’è ancora una barriera da parte dei cittadini, la maggiore spesa. Sicuramente in alcuni casi, prendiamo lesempio delle lampadine al Led nella prima fase, queste nuove tecnologie costano di più e quindi dobbiamo accompagnare questo maggior costo con degli strumenti di sostegno perché si possa diffondere e anche migliorare e ridurre il proprio costo. Oggi le lampadine al led sono spesso le uniche che troviamo nei negozi della grande distribuzione. Questa è la strada che dobbiamo intraprendere, con una differenza: dobbiamo correre, non c’è più tempo“.

Le pompe di calore: un’alternativa sostenibile?

Il dottor Bani, che guida il gruppo Veos, ha individuato nelle pompe di calore la tecnologia che a suo avviso è la più promettente per diminuire l’inquinamento da riscaldamento domestico. “Noi abbiamo creduto in questa tecnologia, quella della pompa di calore, perché non casualmente è stata inventata nel periodo in cui è stata inventata l’auto elettrica e l’impianto fotovoltaico, alla fine dell’Ottocento“, spiega l’imprenditore, “Tutte e tre queste tecnologie sono poi scomparse per l’avvento dei combustibili fossili: carbone, petrolio, adesso il gas. Oggi, le prime due ormai sono tecnologie consolidate. È diventato una logica comune dire che ormai possiamo produrre energia, se non esclusivamente, quasi esclusivamente da fonti rinnovabili. Ed è così“.

L’emergere della pompa di calore come investimento, per Veos, è stata determinata dal fatto che, “a differenza delle altre, è stata trascurata nella sua evoluzione tecnologica. Abbiamo cercato di fare in modo che queste macchine oggi possono essere applicate e adattate anche a quegli edifici vecchi, che non possono avere interventi di riqualificazione importanti“. Proprio questo il punto centrale che sottolinea Bani, la possibilità cioè di “sostituire la caldaia con la pompa di calore, sia livello di singola unità abitativa sia a livello di condominio. Abbiamo visto in questa tecnologia, dove abbiamo investito molte risorse finanziarie, quello che è accaduto negli altri due settori“. Questa strada viene vista dall’imprenditore come pioneristicadi un nuovo modello di riscaldamento, assolutamente sostenibile, immaginando che da qui a 10 anni sarà anacronistico bruciare un combustibile per scaldarci, e quindi immaginando che siamo quelli che trainano, e sta accadendo, le imprese che operano in questo settore tecnologico nella direzione di adottare le pompe di calore su tutto l’edificato, superando i limiti tecnologici che fino ad oggi hanno impedito di applicarla“.

Bani: “Investiamo per una gestione intelligente dell’energia”

Il dottor Bani spiega alcuni dettagli della tecnologia su cui la sua azienda ha investito, dichiarando che “noi oggi abbiamo pompe di calore che producono acqua calda a temperature compatibili con i radiatori, e devo dire che la risposta del cittadino e dei progettisti è estremamente positiva. Con un intervento di sostituzione della caldaia con una delle nostre pompe di calore non si devono fare interventi invasivi all’interno dell’unità abitativa, ma solo sostituire il componente e si ottengono benefici diversi: non esce un milligrammo di nessuna emissione in atmosfera, la bolletta si dimezza e, con declinazioni diverse, riqualificando l’edificio l’immobile avrà più valore. Tutto questo con investimenti nulli oggi, domani spero con investimenti contenuti“. 

La tecnologia illustrata avrebbe poi altre ricadute nel caso di presenza di fotovoltaici, e di comunità energetiche, che porterebbero a ridurre ulteriormente la componente di energia elettrica necessaria (il 30%). Bani afferma inoltre che il sistema che si verrebbe a creare avrebbe anche il supporto di un’intelligenza artificiale: “Come imprese stiamo investendo per aiutare il cittadino nella gestione intelligente dell’energia. Dubbiammo utilizzare la tecnologia, in questo caso il mondo digitale. Noi abbiamo creato una gamba digitale nel gruppo Veos, che con algoritmi di intelligenza artificiale consentono al cittadino, senza che debba impazzire, di fare in modo che quelle stesse tecnologie vengano autogovernate e autoapprendano mentre funzionano, grazie a dei software che vengono messi a disposizione e integrati nelle nostre apparecchiature. È una gestione più intelligente rispetto a quello che possiamo fare con il combustibile fossile, e quindi non solo trasformare un edificio a zero emissioni, ma anche gestirlo, e ottimizzarne il funzionamento

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