Lilith e Eva

Cos’è per me la violenza sulle donne: da maschio etero, essere incolpevole non è abbastanza

Che cosa posso dire io, maschio etero, sulla violenza sulle donne? E cosa posso fare per evitare di essere parte del problema, ma stare invece dalla parte giusta della soluzione?
cristiano bolla

Per uno strano caso del destino o un preciso scopo dell’universo, quando la direttrice di The Social Post Marta Pettolino ha chiamato per parlare di cosa avremmo fatto in occasione della Giornata contro la violenza contro le donne del 25 novembre, mi trovavo in casa di una signora di 97 anni che da pochi anni ha perso il marito. Una coppia d’altri tempi, insieme per oltre 70 anni. Giusto pochi istanti prima mi aveva detto, in un contesto del tutto scollegato, che il marito non l’ha mai picchiata, “un po’ per il rispetto che provava per me, un po’ per educazione”.

D’improvviso, quella violenza ricordata dalla giornata di oggi e spesso avvertita aliena e distante da chi non la vive di persona è diventata reale e tangibile, raccontata come se la sua assenza fosse qualcosa di straordinario e non la normalità.

La coincidenza mi ha costretto a pensare subito alla consegna e non ci è voluto molto prima che una certa ansia da prestazione prendesse il sopravvento sulla spinta reazionaria, sull’entusiasmo per poter affrontare un tema importante come questo. Il cruccio è uno: che cosa posso dire io, maschio etero, sulla violenza sulle donne? Sono in grado di dire qualcosa che non corra il rischio di spostare inutilmente l’attenzione di nuovo su di me e tutto ciò che incarno?

Maschio ed etero, cosa posso dire sulla violenza sulle donne? 

Sarebbe facile iniziare alzando le mani e giurando, spergiurando di non aver mai alzato un dito su una donna e di ritenere aberrante la violenza di genere. Sarebbe facile e vero, ma nessun discorso valido può partire da una giustificazione inavvertitamente necessaria, su una difesa preventiva generata dalla paura di poter essere colpevolizzato a mia volta.

Come dire: “È vero, faccio parte della stessa categoria che è responsabile del problema, ma ci tengo innanzitutto a dire che non sono come loro”. E una volta che è stato chiarito? Una volta che un singolo uomo, uno per volta, si tira fuori dalla questione, che cosa è cambiato? Che non tutti gli uomini sono violenti è una cosa che anche le donne vittime di abusi probabilmente sanno, ma ciò non migliora le cose.

Ecco allora quale potrebbe o dovrebbe essere la prima cosa da fare per un uomo che vuole partecipare al discorso sulla violenza contro le donne: smetterla di sentire l’istintivo bisogno di giustificarsi, di lavarsene le mani, di tirarsi fuori dalla questione e rintanarsi in un angolo sperando che la rabbia e il senso di ingiustizia non arrivino a mettere in dubbio le proprie singole qualità morali.

Bisogna uscire da quell’angolo di vergogna aprioristica e non temere di unirsi ad una lotta, ad una protesta che è giusta, sacrosanta e necessaria. Ed è ancor più necessario che a combatterla non siano solo le dirette, loro malgrado, interessate.

Violenza: assenza di vocabolario, assenza di amore

La violenza sulle donne – così come altre battaglie sociali di decenza e egualitarismo di genere, come la tampon tax – non riguarda solo loro: riguarda il tessuto stesso della società, i rapporti umani, l’idea di famiglia, di amore e tutto ciò che per cui vale la pena lottare, soffrire, vivere e sopravvivere.

Tutte cose che si sgretolano dietro a quei gesti, ai soprusi, agli abusi, alle vessazioni psicologiche e altri orrori. Perché la violenza è il problema di cui ritiene d’essere la soluzione, ha detto Friedrich Hacker, ma è anche una questione di assenza: di vocabolario, diceva Gilles Vigneault, ma soprattutto di amore, verso gli altri e verso se stessi, e di empatia.

Un concetto probabilmente molto cattolico, ma se c’è un insegnamento cristiano che anche un agnostico tendente all’ateismo non può che apprezzare è proprio l’idea che l’amore sia la risposta e la cura del mondo. La violenza è generata dalla sua mancanza, per combatterla è quindi necessario che chi può, come può, lo riporti al centro della questione, degli insegnamenti, dell’educazione, dello spirito civile e del vivere quotidiano.

Stare dalla parte giusta, senza aspettare 70 anni

Ci è voluta un giro molto più lungo, perché partivo da un punto diverso, ma arrivo alla domanda. Che cosa è per me la violenza sulle donne: è una vergogna, un orrore, un male dal quale tuttavia non scappare o sentire il bisogno di ritirarmi in un angolo, ma da affrontare passo dopo passo. Il primo, è senz’altro non essere parte del problema: questione di educazione, di rispetto, di qualità morali e umane. Il secondo è capire come poter essere parte della soluzione: un processo complesso ma necessario, che imprescindibilmente deve partire dalla “nostra parte”, perché la responsabilità di fermare le violenze da parte degli uomini non può in alcun modo gravare sulle spalle delle donne, già impegnate in una battaglia per la civiltà per la quale hanno bisogno di tutto il supporto possibile. Il terzo farlo. E non occorre aspettare 70 anni, per poi guardarsi alle spalle e stupirsi della straordinarietà di un amore non violento. 

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