Lilith e Eva

Cos’è per me la violenza sulle donne: indifferenza che lascia sole perché il mondo guarda dall’altra parte

Dopo una profonda riflessione, partendo dalla domanda "Che cos'è per te la violenza sulle donne?" sono arrivata ad una conclusione
alessandra rocchi

Sono passati quasi cinque anni da quando ho iniziato a fare concretamente il lavoro della giornalista e da quel mese di aprile del 2017 ad oggi non so più quanti casi di cronaca con protagonista una donna vittima di violenza, giovane o adulta che fosse, ho visto passare nei titoli o in televisione. Una più terribile e violenta dall’altra, tante, diverse ma legate da un filo rosso: l’indifferenza.

Indifferenza da parte di tanti, di troppi. Della società che spesso lascia sole le vittime, ma anche di chi si cela dietro un muro di omertà e di ipocrisia, creando così una rete che avvolge la vittima stringendola fino a soffocarla.

L’indifferenza è la vera violenza che si trascina da secoli

“Pochi giorni prima era scappata, aveva chiesto aiuto ma nessuno le aveva creduto”


“Lui ha raccontato di come lei avesse problemi psichici che la rendevano instabile”


“Come può essere sposata con suo marito e non voler avere rapporti, e quando succede non essere consenziente?”, 


“Ma se non voleva, perché è andata a casa con loro”


“Ci andate solo per i soldi con questi qua e poi piangete” 


“Chiedevo aiuto ma nessuno si è avvicinato a me”


“Sto bene, è andato tutto bene”


“Ma signorina, lei sta male solo nella sua testa, non ha nessuna malattia mi creda, vada da uno psicologo, il problema è nella sua testa

Queste sono alcune frasi tipo ricreate basandomi su quei centinaia, anzi, migliaia di commenti che ogni volta leggo a corredo di un caso di cronaca con soggetto un episodio di violenza sessuale, fisica, psicologica… ad una donna. In quante si sono trovate a nascondersi per paura della vergogna o peggio, di non trovare nessuno in grado di ascoltarle, capirle e crederle.

Quante volte sentiamo storie di donne che sono rimaste preda del loro aguzzino perché non c’era altra soluzione, quante volte, trovando il coraggio di denunciare si sono trovate di fronte a muri altissimi fatti di pregiudizi e maschilismo.

Molte volte è più facile nascondersi dietro una bugia, continuare a subire, innescare meccanismi mentali nei quali ci si convince di non valere nulla e di meritare solo quella sofferenza, quegli abusi psicologici, verbali e fisici che si scambiano per amore, è così che anche le vittime cedono all’indifferenza dissociandosi dal dolore, chiedendosi se davvero quello che hanno subito sia stata una violenza.

Un meccanismo che perdura anche per anni condizionando le loro vite, in molti casi, anche in peggio. 

Alcune volte, però, capita che la vittima si trasformi in sopravvissuta così piena di cicatrici che non bastano anni di terapia a curare. In altre, si va sempre più a fondo, come in un pozzo o un buco che non è però quello di Alice, non c’è nessun Paese delle Meraviglie, ma solo un inferno che neanche Dante avrebbe saputo descrivere.

Non siamo più nel medioevo, ma continuiamo ogni anno a leggere dei dati orribili in merito ad episodi di violenza (nel report del Viminale, aggiornato all’8 novembre, risultano 103 donne uccise dall’inizio dell’anno), non è colpa del passato se oggi alcuni pensano sia normale una sessualità violenta e, soprattutto, condivisibile ampiamente sui social, ma della società che oggi, come ieri, guarda dall’altra parte, ignorando invece di educare.

La verità è che la società dell’indifferenza ha creato dei mostri, impedendo a molte donne di qualsiasi età di vivere serenamente e spesso anche di difendersi o chiedere aiuto. Perché quando arriva quel momento è lo stesso sistema ad abbandonarle, incapace di capirle, aiutarle e proteggerle.

Il non essere credute è lo scoglio più grande che ogni donna vittima di abusi debba superare, insieme alla paura della vergogna e dell’onta sociale. Nel processo di negazione verso sé stesse si creano meccanismi che diventano nutrimento dell’indifferenza. Sono micro-elementi che non ci si rende conto di aver accumulato, innanzitutto l’auto-colpevolizzazione, il “Te la sei cercata” detto a sé stessi. “Che cosa ne parlo a fare? Alla fine ho scelto io di…” al quale segue il “Nessuno mi crederà perché tanto è stata una mia scelta quella di ….” “Nessuno capirebbe”.

Chi dà da mangiare all’indifferenza

Torniamo a qualche mese fa quando è stato denunciato sui social un fenomeno noto (a quanto pare) nel mondo con il nome di “Cat Calling”: tradotto letteralmente“Chiamare il gatto” ovvero un richiamo a versi, a voce o con un fischio per attirare l’attenzione di un gatto di strada.

Questa espressione si usa per indicare le molestie verbali che le donne subiscono quando camminano in strada, sono in macchina, sull’autobus, in bici, al supermercato, in palestra… l’elenco è lungo.

Ecco, nel momento in cui è stato palesato questo fenomeno, sui social si è scatenata una bagarre non-sense, fatta di insulti (per la maggior parte da maschi) alla persona che aveva esternato questo raggelante fenomeno, e a tutte quelle donne che le hanno dato manforte. “Esagerate” è stata la risposta più comune (sempre ovviamente da maschi). 

Indifferenza, risate, critiche e il focalizzarsi sul problema sbagliato

Ecco come la bestia dell’indifferenza viene nutrita, addirittura con commenti osceni, poco importa se al mondo ci sono donne che appena fa buio tremano al pensiero di camminare da sole in strada, che magari fingono di star parlando al telefono pur di non essere avvicinate da un estraneo, poco importa se c’è chi cammina guardandosi intorno, pur se pieno giorno, solo perché sta camminando in strade isolate. L’elemento più dissonante (e frustrante) è che chi ridicolizza è il primo a riempire i social con frasi slogan tipo “Io sto con le donne afghane” perché, ed è questa la verità, è più facile guardare al medio-oriente o al medioevo; scandalizzandosi per gli episodi di violenza, piuttosto che guardare in casa propria. 

La verità è che indifferenza e ipocrisia vanno a braccetto in questa società ridotta all’osso, consumata al punto da non ricordare che dovrebbe esistere un valore supremo che è quello del rispetto. Il fatto che il mondo vada più veloce, che grazie ai social le dinamiche sociali siano cambiate non deve essere una scusante per i mostri che si stanno creando. 

103 donne uccise non può limitarsi ad essere un conteggio statistico. Quelle 103 donne avevano chiesto aiuto ma nessuno era stato in grado di capirlo e le loro voci sono annegate nel silenzio di un mare di indifferenza. 

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