Lilith e Eva

Cos’è per me la violenza sulle donne: non accade solo alle altre, alle mie amiche, a mia madre, a mia nonna, è capitato anche a me

Ho scoperto il vero volto della violenza sulle donne dopo che per anni ne ho sentito parlare credendo che non mi riguardasse. Femminicidi, maltrattamenti, insulti, catcalling, violenza piscologica, le forme di violenza sono molte e le vittime troppe.
Progetto Donna_Barbara Buffa

Il 17 dicembre 1999 l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha individuato il 25 novembre come giornata dedicata all’eliminazione della violenza contro le donne. Da allora sono trascorsi quasi 22 anni e le iniziative attivate in tutto il mondo per sensibilizzare in merito a questa tematica sono state molte. Eppure solamente dall’inizio dell’anno a oggi, in Italia hanno perso la vita più di 100 donne. Quasi 90 sono state uccise in ambiti familiari. 60 sono rimaste vittime della ferocia di una persona alla quale erano o sono state legate sentimentalmente.

I nomi delle donne uccise sono raccolti in liste che, giorno dopo giorno si fanno tragicamente più lunghe.

Le loro vicende si susseguono finendo talvolta addirittura per sovrapporsi. Il racconto delle loro storie diventa pubblico troppo tardi, quando ormai nessun può più intervenire in loro aiuto. Il grido di chi lotta per arrestare il massacro dei femminicidi risulta vano. Questo però non è che uno dei molteplici fronti sui quali da anni si combatte la battaglia per cercare di arrestare per sempre la violenza sulle donne.

Da giovane donna del ventunesimo secolo, so di aver scoperto solamente da pochi anni il reale aspetto della violenza contro le donne.

Di fronte alla già atroce conta delle vittime, ho imparato ad aprire gli occhi di fronte alla realtà dei fatti, rendendomi conto di come la violenza sia molto più vicina a me di quanto immaginassi.

Il mio incontro con la battaglia contro la violenza sulle donne

Non ricordo precisamente quando ho sentito per la prima volta parlare di violenza sulle donne. Non so dire quanti anni avessi, né dove mi trovassi e per quanto mi sforzi di immaginare riesco solamente a supporre di esserne venuta a conoscenza tramite un telegiornale.

Di certo però ricordo di aver percepito una sensazione di profondo dolore, conseguente al tentativo di immedesimarmi nei panni delle vittime. Da giovane ragazzina quale ero, ho cercato rapidamente di rimuovere la forte sensazione di disagio percepita, allontanando da me il pensiero. “Non è successo a te. Non pensarci!” devo essermi ripetuta, per soffocare la preoccupazione.

Crescendo, so di aver continuato a provare le stesse emozioni negative ogni volta in cui un fatto di cronaca riportava le vicende di donne maltrattate, stuprate, uccise.

Negli anni però il pensiero che ha trovato voce in me è andato mutando. “Non è successo a te. Pensaci, ma sappi che per quanto ti sforzi non potrai mai davvero comprendere il dolore provato dalle vittime”, ho iniziato a ripetermi.

Ho percepito la violenza contro le donne come un’atrocità lontana da me, finché non ho iniziato a guardarmi intorno, analizzando la società in cui mi trovavo a vivere. Solo così ho compreso che la violenza ha molte facce e che può essere subdola e silenziosa, insidiandosi nella quotidianità di chiunque, compresa la mia.

Siamo tutte vittime della violenza sulle donne

Per anni mi sono chiesta cosa potesse motivare la mia sensazione di fastidio provata quando per strada ricevevo commenti da passanti o automobilisti.

Parole che riguardavano me, il mio aspetto, i miei abiti, saluti, cenni, occhiolini. Un colpo di clacson, un “ciao bella!” gridato da un perfetto sconosciuto, un fischio, frasi che apparentemente non avevano in sé alcun significato negativo. Eppure perché- mi sono a lungo domandata- io provavo sempre una forte sensazione di disagio?

Ho trascorso l’intera adolescenza pensando a cosa davvero potesse esservi di sbagliato nel mio sentirmi inadeguata, chiedendomi perché in quei momenti io percepissi un fastidioso misto emotivo a metà fra imbarazzo e timore che non mi permetteva di fare altro che non fosse rimanere in silenzio.

Immobile di fronte ai gesti altrui, mi chiedevo cosa potessi aver fatto di male per scatenare le reazioni che tanto mi turbavano. Solo crescendo ho imparato il significato della parola catcalling, scoprendo che ciò che tanto mi faceva paura aveva un nome e che il disagio percepito non era solo mio, ma di molte altre donne, più o meno giovani di me.

Proprio in quel momento, una nuova voce ha iniziato a farsi spazio nella mia mente. “Non è vero che non è successo a te. È successo proprio a te. È capitato anche alle tue amiche, a tua madre, a tua sorella, sicuramente anche a tua nonna. E se nessuno farà nulla per arrestarlo in tempo, il catcalling riguarderà anche le tue figlie. Le molestie da strada hanno colpito te e altri milioni di donne. Certo, il loro effetto non è stato fatale come le ferite ricevute dalle vittime di femminicidio, ma pensaci bene. Come stai ogni volta che qualcuno ti fischia per strada? Come ti senti? Come cambia il tuo atteggiamento? Cosa ne pensi ora della violenza contro le donne? Sei ancora sicura che accada solo alle altre e che tu non possa sapere cosa si prova?”.

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