Lilith e Eva

Cos’è per me la violenza sulle donne: quando le donne sono costrette a vivere nella paura

Il 25 novembre è la Giornata internazionale per l'eliminazione della violenza contro le donne, un giorno che dovremmo ricordare anche tutti gli altri giorni, perché le donne non hanno paura un solo giorno all'anno.
valentina ciambrone

Le Nazioni Unite definiscono la violenza contro le donne un “qualsiasi atto di violenza di genere che provoca o possa provocare danni fisici, sessuali o psicologici alle donne, incluse le minacce di tali atti, la coercizione o la privazione arbitraria della libertà, sia che si verifichi nella vita pubblica o privata“. Se è più semplice individuare e capire la violenza quando questa porta a dei danni fisici è molto più difficile comprendere cosa sono, e soprattutto fin dove arrivino, i danni psicologici.

Gli abusi di tipo psicologico possono essere di molti tipi diversi: dall’insulto, alla denigrazione, fino alle minacce verbali, ma nessuno si sofferma mai a pensare alla paura, e non a quella che nasce da una minaccia o da una violenza, ma quella che la società e la cronaca costruisce tutti i giorni nella mente delle donne.

La paura delle donne

Capita molto spesso di sentire dire ad una donna “a quell’ora in quel quartiere non giro”; “il pullman a quella fermata non lo prendo”, “sto girando da sola meglio se chiamo qualcuno al telefono”. È parlando con un amico che ho capito quanto sia difficile per un uomo capire questo tipo di pensiero che per molte donne è quasi giornaliero.

La consapevolezza, però, è un’arma potente. Lo stesso amico, l’altro giorno, si è trovato di fronte alla manifestazione tangibile di una di quelle frasi. Mi ha raccontato di essere tornato a casa tardi la sera, di essersi fermato davanti al portone di casa in cerca delle chiavi quando ha sentito un rumore all’angolo della strada. Voltandosi, ha visto una ragazza fermarsi, intimorita dalla sua presenza, di notte, e da quella di nessun altro. Ha tergiversato per poi attendere che lui entrasse nel portone prima di proseguire per la sua strada.

Il fatto forse non avrebbe lasciato strascichi nella sua mente se non fosse accaduto dopo una di quelle conversazioni sulla paura. Era deluso e continuava a ripetere di non aver fatto assolutamente niente se non tentare di entrare in casa sua.

Credetemi, provare a spiegare perché una ragazza debba avere paura di tornare a casa in una strada in cui non c’è nessuno, se non un uomo, fermo, non è così facile.

Come lui mi sono sentita delusa anche io al pensiero che due persone si siano trovate in strada, una con la paura di fare un passo avanti e l’altro con la delusione di essere ritenuto pericoloso solo perché uomo.

La sensazione è di totale abbandono, abbandonati da una società che non ha saputo lavorare affinché le donne si sentissero sicure ad attraversare le strade delle loro città, per fare ritorno tra le mura di casa e chiudere quella porta che la mette al sicuro da “quegli uomini” dall’altra parte.

La colpa non è del mio amico, che tenta di entrare in casa e non sa come reagire alla paura di qualcun altro, e non è della ragazza che attende di sentirsi sicura prima di attraversare. La colpa è invece della società in cui viviamo e di uno Stato che non fa nulla per educare i propri cittadini.

E di fronte alla paura di due persone, una di essere donna e rischiare la vita o la violenza fisica e l’altro di essere visto come un pericolo perché uomo, quello su cui dobbiamo tutti riflettere è cosa abbiamo sbagliato per arrivare a questo punto.

La violenza contro le donne e le responsabilità della società

La Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne cade oggi, e i numeri che dovrebbero sottolineare il peso di questa violenza non ci dicono ancora abbastanza. Il Ministero della Salute e l’Istat, tanto per fare un esempio, per comprendere a pieno quanto sta accadendo hanno monitorato gli accessi in Pronto Soccorso: nel triennio 2017-2019, le donne che hanno avuto l’indicazione di diagnosi di violenza sono 16.140 per un numero totale di accessi in Pronto Soccorso con l’indicazione di diagnosi di violenza nell’arco del triennio pari a 19.166.

Ognuna di queste donne ha avuto paura prima, durante e avrà paura dopo; come hanno avuto paura moltissime altre donne che non sono state vittime di violenza fisica ma della mentalità della società. Nessuno può capire cosa sia vivere nella paura costante, e quanta violenza psicologica ci sia nel timore. Non ci sono dati sulla paura, la paura non è quantificabile.

I dati sulle violenze dovrebbero fare paura, sì, ma quanta impressione fa sapere di vivere nella paura.

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