La lente di TSP

La Dott.ssa Fulvia Pedani, l’oncologa che segue sempre la luce e non si arrende mai

Ricevere una diagnosi di cancro al seno è molto doloroso e destabilizzante. Il ruolo dei medici come la Dottoressa Fulvia Pedani, che mettono al centro la persona e il percorso di cura del paziente, fa davvero la differenza
Fulvia Pedani oncologa

Quando ci si trova ad affrontare un periodo difficile e si ha davanti una diagnosi di malattia che inizialmente sembra una condanna da cui si vuole scappare, si pensa: perché proprio a me? Fondamentale è capire con chiarezza e onestà quello che si sta iniziando a combattere. L’incontro con la Dottoressa Pedani inizia così, un viaggio che mi ha dato speranza e fiducia, non solo nella scienza ma anche nel valore unico ed irripetibile delle persone.
Parlare con lei per me è stato molto più che un’intervista.

Gli inizi della professione e l’esigenza del rapporto umano

Quando si è iscritta a medicina immaginava così la professione medica?

“Obiettivamente abbastanza, devo dire forse con un po’ più di spazio e con un po più di leggerezza, ma me l’aspettavo movimentata, a contatto con la gente. Io ho iniziato in patologia medica e mi sono occupata per un anno e mezzo delle modificazioni dei mitocondri nelle cellule cancerogene di topi.

Mi sono accorta però che mi mancava il rapporto con le persone e andai a parlare con il preside Dianzani, direttore di patologia medica, e gli dissi che volevo provare qualcosa di più clinico. Lui mi presentò il Professor Gianfranco Lenti che all’epoca era direttore della clinica medica e nel 1977, un giorno di novembre entrai alle Molinette di Torino e da li non sono più uscita.”

Come immaginava il rapporto con i pazienti e soprattutto con le loro famiglie?

All’epoca, ero molto più timida, in questo mi ha aiutato molto sia l’associazionismo, sia avere frequentato il mondo dei circoli e ho imparato a osservare, aprire la mente come il professor Lenti ci insegnava sempre. Il mondo del volontariato extralavorativo è stato per me una grande scoperta, un grande amore e ha cambiato il mio modo di operare. Ho imparato ad essere meno formale, molto più a contatto con le persone, molto più attenta a quelle che erano le loro esigenze e mi ha insegnato una cosa: saper ascoltare e tacere.”

L’incontro con ANDOS è stato una folgorazione

Come è nata l’esigenza di curare le donne e di stare accanto a loro nella malattia?

“Curare le donne, aiutarle, stare accanto a loro e seguirle nel percorso di cura è stato naturale. Ma il vero colpo di fulmine è capitato undici anni fa, quando andando ad un convegno a Milano mi presentarono ANDOSAssociazione nazionale donna operate al seno e io rimasi folgorata da quello di cui si occupava. Mi sono attivata immediatamente per farla nascere anche a Torino e infatti sono socio fondatore del Comitato di Torino e coordinatrice a livello nazionale.

Da quel momento è stato un crescendo di esperienze, di gratificazione.
Noi diamo uno ma riceviamo mille: questo è il grande dono che dà il volontariato, il rapporto diretto con le persone non ha pari.

Quello che ho ricevuto io è stata la forza di andare avanti e la gioia e il piacere di farlo è molto di più di quello che io possa avere dato a loro.”

Da quale bisogno nasce l’associazione ANDOS?

“Nasce a Trieste nel 1976 come centro di riabilitazione delle donne che hanno affrontato una mastectomia. ANDOS nasce da un bisogno, da un desiderio di poter fare qualche cosa. Fu il Presidente Pertini che trasformò questi gruppi in associazione nazionale delle donne operate al seno.

L’ANDOS ha cambiato la mentalità, ha fatto sì che nascesse un modo diverso di concepire il tumore al seno, un modo diverso di considerare la donna operata al seno. Abbiamo lavorato per l’equilibrio della postura, per ritornare alla normalità, con una maggiore attenzione in fisioterapia, che oggi cura in modo specifico.

Grazie alle nuove metodiche, abbiamo fatto pressing perché ci fosse la psico-oncologia, anche se siamo ancora lontani. Fondamentale è la settorialità, la capacità di conoscere le problematiche. Oggi non si può parlare più di psicologia in generale, perché per esempio il problema che ha un autistico o un traumatizzato non è lo stesso che possono avere le donne operate al seno o gli stomizzati, quindi ci vanno delle specifiche conoscenze.
Un’altra cosa che abbiamo fatto grazie ad ANDOS e di cui sono estremamente orgogliosa è stato far entrare nei Lea (Livelli essenziali di assistenza), la gravidanza assistita e la preservazione della fertilità per le donne al di sotto dei 35 anni. Questo è importante perché noi siamo in una società in cui la donna si accosta già molto tardi alla gravidanza e il tumore al seno è diagnosticato in donne sempre più giovani. Questo permette di non buttare via la loro progettualità e il loro desiderio di maternità e di famiglia, oltretutto non dimentichiamo che il 30 – 35% delle donne con tumore al seno viene abbandonato dai propri compagni.”

Noi sognatori per far crescere la scienza e la conoscenza

Di cosa avrebbe ancora bisogno ANDOS oggi?

“Noi siamo dei sognatori, siamo riusciti a far accettare i test genomici per ridurre al minimo l’utilizzo della chemioterapia. Tutte le donne in Italia devono poter accedere nello stesso modo alla prevenzione, alle cure innovative, ai test genomici, ad una diagnosi precoce, ad un trattamento sempre più selettivo ed efficace con il minor danno possibile. Abbiamo bisogno che la società scientifica si muova, perché si esca da questa mentalità vecchia che ormai è superata, noi dobbiamo diventare molto più attenti all’individuo, a quello che è la mutazione del singolo soggetto, ai nuovi farmaci agnostici.

Dobbiamo aiutare tutti, perché il nostro mondo non vada indietro rispetto alla crescita della scienza e della conoscenza e non ci sia quel freno che rende la scienza obsoleta quando viene applicata.
Non dobbiamo arrivare in ritardo perché è fondamentale fornire a tutte le donne la stessa possibilità. Non ci deve essere una migrazione da una da una regione all’altra. Bisogna che questo Paese capisca che per quanto ci possa essere stato un referendum che non ha approvato il ritorno a un sistema sanitario nazionale e ci sia questa frammentazione sanitaria nelle regioni, bisogna rendersi conto che la frammentazione è morte, è ritardo diagnostico e non permette a tutti di avere lo stesso diritto alla salute e per questo noi ci dobbiamo battere.”

I problemi non esistono, se non sei capace di risolverli aggirali

Quanto conta il carattere nella sua professione?

“Più che il carattere è il non arrendersi. Il mio amato professor Lenti che è stato mentore di arte medica, come amava definirsi, ricordava sempre questo vecchissimo proverbio che recita: I problemi sono delle elucubrazioni mentali, non esistono, se tu hai un problema risolvilo, se non sei capace di risolverlo aggiralo. Questo è stato il pacemaker della mia vita.”

Ha mai pensato di non farcela per la troppa sofferenza?

“Devo dire di no, perché vedere entrare una persona sofferente e vederla uscire rasserenata è sempre stato il motore di tutto quello che ho fatto. Io spero quando vengono i nostri allievi di riuscire a trasmettere questo che è un pochino il mio pensiero. Noi siamo dei trasformatori, diamo strumenti ma non possiamo dare garanzia di risultato, ogni individuo è a sé e noi non sapremo mai in anticipo come reagirà l’organismo del soggetto.

Abbiamo due obblighi e due doveri: quello di curare sempre è quello di essere sempre a disposizione e di non gravare chi abbiamo davanti dei nostri problemi. Devo trovare una soluzione e mi devo far aiutare, il lavorare in equipe e lavorare insieme è la grande risorsa, la benzina che mi ha sempre aiutato a superare l’ansia e la paura e la sofferenza degli altri. Anche se il problema non era risolto al 100%, aver aiutato la persona anche solo ad accettarlo per me è sempre stato un grande successo.

Tutto questo mi ha sempre mandato avanti, per carattere sono molto ostinata e se mi dicono un no mi stimolano a trovare una via d’uscita.”

La risposta è seguire la luce sempre

Quando torna a casa la sera, dopo un turno faticoso in ospedale cosa ripete a se stessa?

“Quando torno a casa sono soddisfatta di quello che ho fatto perché io finché non ho finito a casa non vado e quindi non lascio sospesi. Il mio nonno diceva sempre: «Vivi come se questo giorno fosse l’ultimo della tua vita, lascia in sospeso solo quello che non ti interessa».”

Quale frase invece finale si sente dire a chi sta attraversando un calvario così doloroso, lungo e sfidante come quello del cancro?

Che ogni problema ha una sua soluzione, che può essere non completamente appagante, ma che ci può aiutare ad andare avanti e quella luce noi la dobbiamo seguire sempre.”

Aver conosciuto la storia e le difficoltà che affronta un medico oncologo ha rappresentato molto per me, più di quello che mi aspettavo. Ho vissuto questo scambio con la Dottoressa Pedani immedesimandomi nella sua voglia di lottare, andare oltre e non arrendersi mai. Una donna forte, non solo una medica, un concentrato di conoscenza, tenacia e femminilità, una professionista che fa del suo lavoro uno stile di vita, con grande dignità e coraggio.

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