Finanza

Studiare conviene, soprattutto se si è donna, ma molto meno nel Mezzogiorno

Studiare conviene sempre soprattutto se guardiamo i dati dell'occupazione femminile. Se si nasce al Nord si è più fortunati rispetto al mezzogiorno.
Studiare conviene, soprattutto se si è donna

Conviene studiare? Conviene rimandare l’ingresso nel mondo del lavoro affrontando altri anni sui libri, sborsando migliaia di euro in tasse universitarie ed eventualmente affitti in caso si vada fuori sede? 

Se lo chiedono molti ragazzi e genitori che devono affrontare questa scelta alla fine delle scuole superiori. 

La vulgata comune e le discussioni da bar e da sala d’attesa del medico, soprattutto in passato, ci restituivano l’immagine di diplomati che in pochi anni guadagnavano cifre considerevoli svolgendo, magari, lavori manuali (classico l’esempio dell’elettricista) a fronte di laureati che dopo il titolo faticavano a trovare un lavoro, soprattutto stabile.

 

È veramente così? Non proprio, in realtà. 

Naturalmente, però, non si può negare che non sia certo l’istruzione in sè l’unico fattore che influisce sul tasso d’occupazione degli italiani, soprattutto dei più giovani. 

Vi è anche la tipologia di studi che si scelgono e il luogo in cui si vive. Anzi, come vedremo spesso è proprio quest’ultimo elemento ad essere dominante in un Paese così diseguale come il nostro

Per i giovani laureati il lavoro è diminuito negli anni in Italia

Un primo dato che si può esaminare è, appunto, la percentuale di quanti poco dopo la laurea, a 30-34 anni, ha un lavoro nel nostro Paese e in quelli vicini.

 

Nel 2019 erano il 78,9%, scesi al 78,3% nel 2020. Si tratta di una quota apparentemente alta, ma prima della grande recessione globale del 2008-2009 era ancora maggiore, dell’81,2%. 

Vi è stata, dunque, una riduzione, che appare ancora più rilevante proprio perché eravamo già tra i Paesi in cui tale tasso d’occupazione era tra i più bassi. 

Mediamente nella Ue, infatti, a lavorare è l’87,2% dei laureati, anche se pure in questo caso vi è stato un calo rispetto al 2008. Calo che, però, non si vede nel Regno Unito e in Germania, dove la percentuale degli occupati è altissima, come lo era già 13 anni fa, tanto da sfiorare o superare il 90%.

Il nostro Paese appare l’unico in cui a lavorare è meno dell’80% di chi ha terminato l’università. 

Dati Istat, Rielaborazione di Momento Finanza

Ai diplomati però va peggio, specie se sono di genere femminile

Tuttavia questo non significa che proseguire gli studi non convenga, perché il vero paragone, più che con gli altri Paesi, è con coloro che si sono fermati al diploma (o ancora prima) in Italia. 

I dati dell’Istat più recenti ci dicono che, nonostante tutto, coloro che dopo i 30 anni hanno un’istruzione terziaria un titolo di laurea o equivalente, come quello dato da un ITS, sono maggiormente occupati di coloro che non sono andati oltre le superiori.

Tra gli uomini a lavorare è il 4% in più, con un vantaggio che è rimasto inalterato o è addirittura cresciuto rispetto al passato. 

E che è massimo nel caso delle donne. infatti la percentuale di quante lavorano fa un balzo di più di 20 punti se si confrontano le diplomate e le laureate, passando dal 54,5% al 74,8%. Nel 2008 il gap era solo di 10 punti.

Questo vuol dire che a dispetto di molti stereotipi studiare non è solo produttivo, e oggi lo è più di ieri, ma si rivela essere anche uno dei più efficaci strumenti per contrastare quelle differenze di genere che nel mondo del lavoro italiano sono ancora enormi.

Dati Istat, Rielaborazione di Momento Finanza

È la laurea in informatica, ingegneria e architettura quella che offre più lavoro, ma conta soprattutto dove si vive

Studiare cosa, però? Le differenze tra le opportunità di lavoro che le diverse tipologie di laurea offrono sono ben visibili. Sono le facoltà di informatica, ingegneria, architettura (ma presumibilmente soprattutto le prime due) quelle cui corrisponde un tasso di occupazione più alto, dell’86,6% nel 2020.

Superano di pochissimo le discipline medico-sanitarie e farmaceutiche, con l’86,4%. E fino al 2019, a dire il vero, erano queste ultime a prevalere.

Seguono le lauree in ambito scientifico e tecnologico, le cosiddette STEM. L’84,5% di chi le aveva conseguite lavorava l’anno scorso. 

Sopra l’80% il tasso di occupazione di chi ha studiato scienze e matematica e discipline socio-economiche e giuridiche, mentre scende al 75,2% nel caso di coloro che hanno preferito il campo umanistico e dei servizi. 

Tuttavia appare evidente come ancora più della facoltà conti il luogo in cui si abita. Diventare ingegnere o informatico nel Mezzogiorno dà meno chance che laurearsi in lettere al Nord, questa è la realtà.

Nel primo caso, infatti, si avrà il 77,5% di possibilità di trovare un impiego, questo è il tasso di occupazione per chi studia ingegneria, informatica, architettura nel Sud e nelle Isole. Mentre nel secondo, quello di chi predilige le discipline umanistiche nelle regioni settentrionali, sale all’80%.

Dati Istat, Rielaborazione di Momento Finanza, 25-64enni

Nel Mezzogiorno meglio fare il medico

Se abitare nel Sud del Paese rappresenta un indubbio svantaggio anche per i laureati, cosa dovrebbe studiare chi ci vive per abbassare oggi e in futuro le possibilità di rimanere disoccupati?

Secondo i dati degli ultimi 13 anni raccolti dall’Istat conviene diventare medici o comunque intraprendere studi in campo sanitario. Nonostante le diverse crisi, quella finanziaria, dell’euro e pandemica, il tasso di occupazione di chi ha frequentato la facoltà di medicina o altre affini è sempre rimasto sopra l’80% anche nel Mezzogiorno. 

Mentre quello di chi qui ha studiato altro è sceso nei momenti peggiori sotto il 70%, arrivando al 61,6% nel 2014 per coloro che avevano preferito studi umanistici. 

Naturalmente ha un ruolo fondamentale il fatto che il settore pubblico sia di gran lunga il più frequente datore di lavoro per coloro che sono impiegati nella sanità. Questo consente loro di subire molto poco i rovesci del mercato. E non è un caso, quindi, che in questo ambito non solo le differenze nel tempo, ma anche quelle tra le diverse macro-aree del Paese siano minime. 

Dati Istat, Rielaborazione di Momento Finanza, 25-64enni

Tuttavia non possiamo lavorare tutti nello Stato, non può essere questa la soluzione, bensì rendere il sistema-Paese più produttivo, più “affamato” di competenze, così da spingere ancora più giovani a studiare per acquisirle. In qualsiasi disciplina.

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