Le Picconate

Elezioni presidente della Repubblica e debito pubblico: la sostenibilità dell’Italia dipende anche da chi verrà eletto

Il Presidente della Repubblica è anche garante della solvibilità del debito pubblico e del rispetto del Patto di stabilità europeo. Ecco perché è fondamentale la scelta del prossimo presidente
Sergio Mattarella e il debito pubblico

Mentre le schermaglie politiche proseguono in attesa dell’inizio della procedura di elezione del presidente della Repubblica, sono in molti a dimenticarsi di una variabile chiave: il debito pubblico. Di fatto, il Presidente della Repubblica è il garante finale della solvibilità del debito pubblico italiano. La funzione è esercitata principalmente al momento della nomina del presidente del Consiglio. E quindi, anche quando si ha un primo ministro dimissionario.

Guido Carli e il patto di stabilità e crescita

Fu il governatore della Banca d’Italia dal 1960 al 1975 Guido Carli a coniare l’espressione “vincolo esterno”, ossia il fatto che l’Italia aveva – fortunatamente – dei vincoli europei di politica economica, doveva rispettare determinati limiti al deficit e al debito pubblico, condizioni poi stabilite formalmente nel 1992 con il Trattato di Maastricht (la cui è evoluzione è il Patto di Stabilità e crescita).

Questi vincoli nel tempo – in un paese abituato al “keynesismo delinquenziale” dove la spesa pubblica è spesso corrotta (Marcello de Cecco, cit.) – hanno alimentato un forte populismo contro la UE e i mercati finanziari, i quali invece svolgono una funzione fondamentale: vigilano sul nostro Paese prezzando tutti i giorni i titoli del debito pubblico (BTP e CCT) e influenzando lo spread Btp-Bund, il differenziale tra tassi di interesse a 10 anni, misura chiave della credibilità di un Paese.

Carlo Azeglio Ciampi e l’Italia tra i leader dell’Unione Economica e Monetaria

Gli ultimi tre presidenti della Repubblica hanno lavorato proprio come garanti della stabilità finanziaria. Carlo Azeglio Ciampi, eletto al primo scrutinio nel 1999, ha sempre rappresentato l’emblema dell’europeismo. Nei suoi ruoli in Banca d’Italia – direttore generale prima e poi governatore dal 1979 al 1993 – ha sempre perseguito l’obiettivo di far rimanere l’Italia nel gruppo dei Paesi leader dell’Unione Economica e Monetaria.

Successivamente, prima da Presidente del Consiglio (1993-94) poi da Ministro del Tesoro del Governo Prodi (1996-1998) ha pervicacemente lottato per l’ingresso della lira nell’euro. Senza lo scudo dell’euro e dell’Europa probabilmente l’Italia sarebbe sulla china dell’Argentina, permeata da default che si susseguono nel tempo. Fu proprio Ciampi a convocare l’Ecofin nel novembre 1996 per poi negoziare direttamente fino a tarda notte il rientro della lira (a 990 contro marco) nel Sistema Monetario Europeo (SME), condizione decisiva secondo il Trattato di Maastricht per entrare a far parte dell’Euro.

Un diplomatico presente nel novembre 1996 a Bruxelles parlò di capolavoro: “Ciampi gave the performance of his life”.

Giorgio Napolitano, Monti e la riforma Fornero

Giorgio Napolitano, il cui mandato (doppio) è durato dal 2006 al 2015, ha operato tenendo sempre presente l’importanza dei vincoli dati dal debito pubblico. Quando un Paese è indebitato come il nostro, la sovranità è per definizione limitata. Se viene meno la fiducia, le aste dei titoli di Stato dovessero andare deserte, lo Stato italiano si troverebbe nell’impossibilità di pagare gli stipendi pubblici.

Proprio nel 2011, quando la fiducia del mondo verso l’Italia raggiunse livelli minimi ai tempi del governo guidato da Silvio Berlusconi, Napolitano preparò il terreno per la nomina a presidente del Consiglio di Mario Monti, già commissario europeo, uomo di rigore morale e percepito molto affidabile.

Il presidente della Bocconi riuscì con alcuni provvedimenti – il più importante dei quali fu la riforma pensionistica disegnata in poche settimane da Elsa Fornero (sempre sia lodata) – a riportare la fiducia nel debito pubblico: lo spread Btp-Bund rientrò velocemente dai picchi raggiunti di 550 punti base.

Sergio Mattarella e il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNNR)

Lo stesso si può dire di Sergio Mattarella, il cui mandato (2015-2022) sta per scadere. È stato Mattarella, una volta caduto il governo Conte II, a conferire l’incarico a Mario Draghi, l’italiano attualmente con la maggiore credibilità, affinché portasse avanti il piano vaccinale e riscrivesse il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNNR), necessario per ottenere i miliardi di euro messi a disposizione dell’Europa per facilitare la ripresa post-pandemia.

Come ha sottolineato il professor Carlo Alberto Carnevale Maffè della SDA Bocconi, il fatto che nel dibattito pubblico pre-elezione presidenziale non si parli della garanzia politica e istituzionale sulla sostenibilità del debito pubblico (oltre il 150% del pil) è molto grave. Il Paese meriterebbe un dibattito all’altezza del momento.

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