Lilith e Eva

Una donna in Italia è la stessa donna anche in Inghilterra? Come ci racconta la tv di Stato

Alessia Camera, che da oltre 10 anni segue aziende e multinazionali nel marketing digitale, confronta la tv italiana e quella inglese su come appaiono le donne nelle tv di Stato
come stirare e rimanere sexy

Articolo a cura di Alessia Camera

Quando, ormai più di 2 anni fa, ho deciso di rientrare in Italia dopo anni di vita a Londra avevo molte paure ma avevo una certezza: non avrei avuto la TV.  A Londra mi ero abituata a vivere senza questo potente mezzo. 

Trovavo online tutto quello che mi serviva: dai documentari, ai film, alle pubblicità digitali personalizzate di prodotti e servizi. E in questa disabitudine, trovavo particolarmente interessante osservare le mie reazioni ogni volta che tornata in Italia per le vacanze, mi trovavo a guardarla a casa di mia madre, la TV, dov’era praticamente sempre accesa, come nella maggior parte delle case degli italiani.

Vedevo che poco era cambiato negli ultimi 7 anni di distanza. 

Media inglesi e media italiani: trova le differenze

Tuttavia ero io ad essere cambiata. Perché quello che mi saltava agli occhi era la differenza nella mia percezione di qualità degli spettacoli e delle trasmissioni che nasceva dal confronto tra media pubblici inglesi e italiani, soprattutto quando si parlava o si aveva a che fare con il tema donne.
Se già nel 2019 nel Regno Unito era entrato in vigore il divieto di mandare in onda pubblicità che si basavano sulla differenza di genere e sugli stereotipi con la consapevolezza potessero causare offese serie pesanti e serie, in Italia erano i goffi i tentativi dei mass media uscire dall’idea che le donne fossero solo madri e mogli amorevoli ma, senza riuscirci davvero.


Dov’era il problema? Perché non si riusciva? Cosa bloccava registi, case di produzione e creativi dall’evitare di scivolare nello stereotipo? Era davvero un problema legato al risultato oppure succedeva perché chi si prendeva questo compito non ne era pienamente convinto e quindi a sua volta il risultato diventava poco convincente?
Tutto ciò portava ovviamente a pessimi risultati e a polemiche che rimanevano spesso fine a se stesse, senza raggiungere nessun obiettivo.

Spesso mi sono chiesta se questo fosse il vero fine di tutta la manovra comunicativa italiana.

Sanremo e le figure femminili che affiancano o che stanno dietro ad un grande uomo

Partiamo da un esempio recente. 
Qualche giorno fa leggevo il comunicato dell’ufficio stampa di Sanremo che annunciava la presenza di cinque “figure femminili” in affiancamento al conduttore nell’edizione 2022. Perché questa definizione? 

Perché non dare loro un nome, un cognome e una motivazione per averle invitate al festival che si basava su competenze, curriculum, esperienza o talento?


Forse perché basta che in modo superficiale il genere sia presente sul palco di Sanremo in modo da evitare polemiche. Le competenze delle donne o il curriculum saranno davvero importanti? Amadeus l’ha esplicitamente detto durante la kermesse musicale 2020 qual è il suo pensiero sul tema, quando si è congratulato con Francesca Sofia Novello, la ragazza di Valentino Rossi, per “essere riuscita a stare un passo indietro rispetto a un grande uomo”. 

Difficile considerare una frase del genere non sessista. E soprattutto difficile pensare che per la RAI un’uscita del genere abbia rappresentato un problema dato che il direttore artistico del festival è ancora al suo posto, definendola come “un’interpretazione sbagliata per una frase dettata dalle migliori intenzioni”.

Mamma Rai ci insegna come rimanere sexy nel fare la spesa

Si tratta di un errore. Tutti noi commettiamo errori. Anche il commentatore di Wimbledon 2016 Andrew Castle aveva commentato la bellezza della fidanzata di un tennista ed era stato accusato di sessismo, sono errori che possono accadere. Ci si scusa e passato tutto. Ma quella che viene a essere minata è la reputazione.

Perché non è la prima volta che questi errori avvengono sulla rete pubblica nazionale, se di errori vogliamo parlare.

“Mamma Rai” infatti, di questi errori si è fatta quasi promotrice, dato che succedono davvero spesso in qualsiasi tipo di trasmissione, anche in quelle dove ci sono conduttrici e non solo direttori artistici.
Vi ricorderete del “tutorial per fare la spesa rimanendo sexy” andato in onda a Detto Fatto condotto da Bianca Guaccero a novembre 2020, qualche giorno prima della giornata mondiale contro la violenza sulle donne, in cui si spiegava come muoversi al supermercato, sia spingendo il carrello con la giusta postura, che raccogliendo i prodotti dagli scaffali in maniera “intrigante” ed eventualmente da terra con le gambe chiuse per non “sembrare volgare”.

Bruno Vespa che “confonde” l’amore con un tentato omicidio

Oppure delle frasi completamente inopportune, fuori luogo e denigratorie fatte da Bruno Vespa a Lucia Panigalli scampata al suo femminicidio: “ma tu sei fortunata perché sei ancora viva” “ma lui ti amava troppo e aveva paura di perderti”, quasi a voler giustificare l’aggressore. O quando nel 2017 Paola Perego raccontava del fascino che avevano le donne dell’Est nei confronti degli italiani, con una lista di cliché e stereotipi che hanno portato alla chiusura del programma. Se fosse anche solo stato un siparietto da ultima puntata, come negli altri casi, sono tutti errori dove le donne vengono considerate per il loro aspetto fisico, e mai per caratteristiche professionali che invece vedono sempre al centro i colleghi maschi.

 

Perché la tv di Stato non prende posizione?

Quindi, torniamo alla domanda iniziale: perché, con tutta l’attenzione internazionale che questo tema sta ricevendo, la TV pubblica italiana non solo non prende posizione, ma non lavora per educare e informare il pubblico sul gender gap? Perché i media italiani non prendono posizione?
Perché abbiamo giornaliste bravissime e professionali che vengono derise perché decidono di non tingersi i capelli quando in tutte le altre reti nazionali l’aspetto estetico non assume nessuna importanza, come nel caso di Giovanna Botteri?

Le risposte che ancora cerchiamo e non troviamo in Italia

Non so se riuscirò a trovare risposte a queste domande.
Quello che so è che non smetterò di cercarle.
E a fare in modo che ognuno di noi possa farsi queste domande perché solo analizzando con occhio critico quello che è lo status quo possiamo provare a cambiare le cose tra la percezione tra i generi e il futuro della nostra società. Solo facendoci queste domande possiamo cercare di far capire che se le donne continueranno a rappresentare solo la bellezza, la perfezione, la compostezza, ci perdiamo moltissimo delle loro competenze, del loro approccio e del loro modo di vedere il mondo.
E in un mondo che diventa sempre più complesso è un problema, per tutti. 

Ognuno di noi può fare in modo che le donne professioniste, con competenze, con esperienza abbiano rilevanza in tutti i settori ed eventi, non solo in quelli dello spettacolo.
Con SheTech abbiamo creato una lista di 500 professioniste con esperienza e competenze nel digitale e nella tecnologia, che si sono rese disponibili per essere invitate come speaker a eventi, conferenze, tavole rotonde, interviste e trasmissioni. Per un futuro dove voci diverse ci possano aiutare ad andare dove altri Paesi sono già arrivati, ma la strada è lunga e non conta chi arriva prima. Possiamo ancora cambiare le cose. 

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