Lilith e Eva

Quanto è la differenza di stipendi tra uomini e donne in Italia? Tutti i dati sulla parità di genere

Se confrontiamo i dati italiani con quelli europei sulla differenza di genere nell'occupazione, negli stipendi e nella scolarizzazione l'Italia ne esce sconfitta
Gender gap in Italia

A che punto è l’Italia nell’eterna ricerca dell’uguaglianza di genere? Negli ultimi anni il tema è tornato più attuale. Era inevitabile vista la maggiore sensibilità verso i diritti civili, quelli delle minoranze e le discriminazioni di ogni tipo. 

E vista anche la posizione del nostro Paese, che su questo versante, come su altri, era rimasto indietro rispetto ai nostri vicini, soprattutto quelli dell’Europa occidentale cui aspiriamo da sempre di paragonarci, spesso senza mai riuscire a raggiungere i loro livelli.

Effettivamente in determinati ambiti il ritardo italiano è notevole, ma non dobbiamo trascurare le buone notizie che provengono dall’esame di altri indicatori, quelli in cui le performance del cosiddetto “sesso debole” sono in realtà migliori di quelle maschili.

  

In realtà spesso tutto dipende dalla prospettiva da cui guardiamo ai dati. Se li confrontiamo al passato possiamo tirare il più delle volte un piccolo sospiro di sollievo: vi è quasi sempre un minore gap di genere rispetto a, per esempio, 20 anni fa, ma se invece il paragone è, appunto, con altri Paesi, ecco che dobbiamo ammettere che ancora molto c’è da fare. 

Come quasi sempre accade, il panorama è in chiaroscuro, e si deve essere capaci di leggere attentamente attraverso i numeri per capire cosa esattamente si muove dietro, quando vi è discriminazione, e quando alcune statistiche sono più il frutto di 20 anni di declino economico, che si è incrociato con fattori culturali già presenti.

 

Occupazione femminile: ancora meno di metà delle donne italiane lavora

Sicuramente se vogliamo avere un chiaro esempio di ciò i primi indicatori da guardare sono quelli sul lavoro. Il tasso d’occupazione femminile è tra i più bassi d’Europa: solo il 49% delle donne italiane l’anno scorso lavorava, contro il 73,2% delle tedesche e il 73,9% delle olandesi (tra cui va fortissimo il part time).

 

Come in mille altre statistiche solo in Grecia i numeri sono peggiori dei nostri, mentre in Spagna viene raggiunto il 55,7%.

Certo, siamo indietro anche se ci riferiamo all’occupazione maschile, ma in questo caso il gap rispetto agli altri Paesi del Vecchio Continente è decisamente inferiore, dell’11,8% rispetto alla Germania, per esempio, mentre in ambito femminile la differenza sale al 24,2%.

Rispetto al 2000, quando il tasso d’occupazione delle donne era solo del 39,3% in Italia, ci sono stati molti passi avanti, ma altrove sono stati anche maggiori, e non possiamo parlare esattamente di un grande progresso.

 

Men che meno se guardiamo alle più giovani, quelle tra i 30 e i 34 anni. Tra queste la percentuale delle occupate è passata in 20 anni dal 54,8% al 56,4%, Nello stesso lasso di tempo in Germania cresceva dal 70,6% all’80,8%. 

In queste ultime statistiche è evidente, però, anche lo zampino delle crisi economiche attraversate, che hanno fatto in modo che il tasso d’occupazione degli uomini della stessa età addirittura si riducesse tra 2000 e 2020.

In Italia se si hanno uno o due figli si lavora meno, altrove accade l’opposto

Parlando di donne giovani viene spontaneo pensare al tema della maternità e a come questo si incrocia a quello delle disuguaglianze di genere.

 

Ed è facile immaginare la presenza e l’influenza di queste ultime di fronte ai dati che dicono che nel nostro Paese, al contrario di quanto accade altrove,le donne più figli hanno, meno lavorano. 

Tra i 25 e i 49 anni il tasso di occupazione di quelle senza prole, infatti, è del 63%, una percentuale già bassa rispetto a quella delle coetanee spagnole, francesi, tedesche, ecc. Ma è destinata a scendere al 58,9% se queste donne hanno un figlio, e al 55,7% se ne hanno due, mentre crolla al 41,7% per quelle poche che ne hanno 3 o più.

 

In altri Paesi almeno fino al secondo figlio si vedono poche differenze. Anzi, in Francia e in Svezia le donne che ne hanno due risultano avere un tasso d’occupazione addirittura superiore a quello di chi non ne ha. Probabilmente perché al contrario di un tempo è soprattutto chi ha maggiori possibilità economiche che decide di allargare la propria prole. 

Ma la vera ragione sta soprattutto nella presenza di un welfare che in queste realtà è maggiormente orientato alle famiglie, alla genitorialità (vi sono congedi parentali più importanti anche per i padri), ai minori che in Italia, dove si occupa quasi solo della popolazione anziana.

Dati Eurostat, elaborazione di Momento Finanza

Il gender pay gap in Italia è tra i più bassi al mondo, ma c’è il trucco

Apparentemente pare esserci, però, una buona notizia sul versante della disuguaglianza di genere nel mondo del lavoro. 

Riguarda il cosiddetto gender pay gap, ovvero la differenza tra gli stipendi degli uomini e delle donne. Che in Italia sembra essere tra le più basse, solo del 4,7%, contro il 19,2% in Germania, il 16,5% in Francia, l’11,9% in Spagna. 

Significa che nel nostro Paese vi è maggiore parità salariale tra i sessi? In realtà no, perché questo è un dato “non aggiustato”, come si dice in termini tecnici, ovvero paragona situazioni molto differenti. Per esempio tassi di occupazione diversissimi. 

Il gender pay gap italiano, per esempio, è fortemente influenzato dal fatto che a lavorare nel Belpaese sono soprattutto le donne più istruite e con più competenze, quindi solitamente con salari buoni, mentre tra gli uomini a entrare nel mondo del lavoro sono anche coloro che non hanno titoli di studio elevati. 

In sostanza tutte coloro che, se fossero occupate, avrebbero stipendi molto bassi, in realtà non lavorano e non entrano nelle rilevazioni ufficiali, al contrario di quello che accade in Germania, dove anche le straniere con bassa istruzione fanno parte della forza lavoro, magari part time. 

Nel nostro Paese, poi, vi è un’enorme divario tra il comparto statale, in cui le donne sono molto presenti, e quello privato. Nel primo caso il gender pay gap è molto basso, inferiore al 4%, mentre nel secondo schizza al 17%. 

Vuol dire che i dati sono distorti da una situazione particolare, fatta da poche lavoratrici, concentrate in alcuni settori, in particolare quello pubblico. Mentre più di metà delle donne non rientra in nessuna statistica, rendendo quelle esistenti poco significative.

Dati Eurostat, elaborazione di Momento Finanza

La vera buona notizia riguarda l’educazione: le donne sono sempre più istruite rispetto agli uomini

Degli aspetti positivi nell’ambito dell’uguaglianza di genere ce ne sono, anche se non riguardano strettamente l’economia, bensì l’educazione. 

La percentuale di donne laureate cresce, e cresce bene più di quanto non accada tra gli uomini. Nel 2020 erano il 20,6% quelle tra i 15 e i 64 anni che avevano terminato gli studi universitari o quelli equivalenti (per es. gli ITS), e fatto ancora più importante, si arrivava al 34,3% nel caso delle 30-34enni, ovvero della generazione che ha da poco terminato gli studi e sta iniziando una carriera. 

Tra gli uomini, invece i numeri sono molto più bassi, e ci si ferma al 15,1% di laureati tra tutti coloro che sono in età di lavoro e al 21,4% tra i trentenni. 

Se guardiamo ai dati di inizio millennio comprendiamo come molto sia cambiato su questo versante in 20 anni. Da allora la proporzione di donne con il titolo d’istruzione più alto è quasi triplicato, se ci riferiamo alle 30-34enni, mentre è poco più che raddoppiato nel caso della popolazione maschile.

Si tratta di un ottimo viatico per una minore disuguaglianza di genere anche in altri campi, in primis l’occupazione. Se le donne acquisiscono competenze e diventano sempre più appetibili per le imprese la quota di quelle che rimangono inattive e disoccupate può realmente diminuire. 

A due condizioni: che effettivamente possano specializzarsi nelle discipline che oggi sono al centro dello sviluppo economico, e che vi sia veramente un welfare all’altezza per il momento in cui vogliano avere un figlio e continuare a lavorare. 

Dati Eurostat, elaborazione di Momento Finanza

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