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Lo smart working oltre la pandemia: da situazione emergenziale a nuovi modelli di organizzazione del lavoro

Nel pieno dell’emergenza sanitaria erano quasi 9 milioni gli italiani che lavoravano da remoto. Come sono cambiate le cose e cosa pensano oggi gli italiani.

Agli italiani lo smart working piace, lo sottolinea il rapporto Inapp 2022, realizzato su un campione di 45 mila lavoratori tra i 18 e i 74 anni. Dalle interviste emerge che il 46% di loro continuerebbe a lavorare da remoto almeno un giorno a settimana, anche dopo l’emergenza sanitaria.

Nel complesso la valutazione dei lavoratori è positiva, anche se si manifestano alcune criticità“, spiega Sebastiano Fadda, il presidente dell’Inapp. Difatti il 64% dei lavoratori ritiene che il lavoro agile generi isolamento, mentre il 60% pensa che non aiuti nel rapporto coi colleghi. Altre problematiche riguardano il diritto alla disconnessione, rispetto al quale le leggi Italiane sono ancora poco chiare.

Nonostante ciò, il 55% dei lavoratori considera lo smart working come un’esperienza positiva.

Dunque la possibilità di svolgere la propria attività lavorativa non ancorati a un luogo e ad un orario fisso, laddove è possibile, è generalmente accolta in modo favorevole. Tant’è che c’è chi direbbe di sì alla diminuzione dello stipendio pur di lavorare da casa e chi lascerebbe la città per trasferirsi in un piccolo centro, sempre secondo quanto riportato dal rapporto Inapp.

Lo smart working in alcuni casi ha aiutato ad aumentare la produttività complessiva, mentre in altri tipi di attività non ha rappresentato una soluzione sempre virtuosa.

Basti pensare ai settori di produzione, del commercio o della ristorazione, dove il lavoro da remoto è attualmente poco, se non per nulla, applicabile. Generalmente il lavoro agile viene percepito come attuabile nelle aziende più grandi, nei settori di servizi e dell’informatica.

Una percezione che spacca a metà il mondo del lavoro: da una parte lo “zoccolo duro” legato a un modo di lavorare più tradizionale, dall’altra chi invece è proteso verso un futuro in cui il lavoro agile diventa paradigma del cambiamento.

Ma in questa “società del cambiamento continuo” l’unica costante sembra essere proprio la ricerca di nuovi equilibri.

Il lavoro da remoto: una scelta delle nuove generazioni

L’era del cartellino e dell’orario “fisso” sta tramontando, almeno secondo la percezione delle nuove generazioni. Lo evidenzia l’ultima edizione del Deloitte Global 2021 Millenial and Gen Z Survey: per i ragazzi della generazione Millenial (nati tra il 1983 e il 1994) e della Z generation (fra il 1995 e il 2003) la possibilità di lavorare da remoto gioca un ruolo decisivo nelle scelte professionali.

Oltre a ciò incidono anche i propri valori e ideali, per cui la tendenza di molti è quella di scegliere aziende con cui ci si sente allineati.

Va da sé che la sfida delle aziende di oggi consiste nel comprendere il cambiamento, diventando attraenti per le nuove generazioni. In questo senso lo smart working è emblematico, poiché rimette in discussione tutto: i confini dell’azienda, il tempo dedicato al lavoro e gli obiettivi di produttività. Diventa simbolo di una nuova cultura organizzativa che non vede più il lavoro come altare sacrificale, ma come luogo in cui poter esprimere se stessi e i propri ideali.

Un nuovo modo di intendere il lavoro

Il ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali definisce il lavoro agile (o smart working) come “una modalità di esecuzione del rapporto di lavoro subordinato caratterizzato dall’assenza di vincoli orari o spaziali un’organizzazione per fasi, cicli e obiettivi, stabilita mediante accordo tra dipendente e datore di lavoro; una modalità che aiuta il lavoratore a conciliare i tempi di vita e lavoro e, al contempo, favorire la crescita della sua produttività”.

Dunque lo smart working, ben diverso dal telelavoro, presuppone un ripensamento intelligente del concetto stesso di prestazione lavorativa, non più ancorata a un luogo o a un orario fisso.

Si tratta di un concetto molto lontano dal “ripiego d’emergenza” a cui si è ricorso durante la pandemia, che in alcuni casi ha portato a peggiorare le proprie condizioni lavorative.

Lo smart working è un nuovo modo di intendere il lavoro e porta con sé nuovi paradigmi: fiducia, flessibilità, personalizzazione e sostenibilità. Le barriere spaziali si infrangono e questo permette flussi di connettività tra le persone, in un’ottica partecipativa e creativa.

In una società digitale, fluida nella sua natura più intrinseca, modelli organizzativi conservatori rischiano di diventare obsoleti per alcune realtà. Fenomeni come l’iperconnessione e il burn out sono spesso collegati a una mentalità basata sul controllo e sul ritorno ai vecchi schemi consolidati. Dunque la sfida la vincerà chi sarà in grado di lavorare sul terreno fertile dello sviluppo, aiutando i propri dipendenti a crescere e a mettersi in gioco per creare insieme una nuova idea di successo.

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