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Perché gli stipendi non crescono mentre i prezzi sì? Cosa si potrebbe fare e come funziona in Germania

Pubblicato: 17/03/2022 07:37

L’invasione senza senso da parte della Federazione Russa (guidata da quel criminale di Vladimir Putin) dell’Ucraina ha aggiunto altre preoccupazioni al cittadino medio italiano. Secondo un sondaggio realizzato da SWG meno di 1 italiano su 10 ritiene comprensibili le ragioni di Putin. Mentre si pensava di uscire gradualmente dalle restrizioni legati al Covid, sulla testa dell’italiano sono piovuti gli aumenti significativi del pieno di benzina, i costi delle bollette (gas e luce), l’aumento dell’inflazione (che erode i risparmi e diminuisce il potere d’acquisto).

La ciliegina finale è la persistenza disgraziata di Putin che addirittura è capace di sparare missili sugli ospedali dei bambini. Ha ragione l’ex procuratore della Corte Internazionale dell’Aja: “Putin è un criminale e va processato”.

Salari e stipendi non crescono: il motivo

La ridotta capacità di spesa degli italiani – che incide a valle sui consumi, che languono da anni – è legata al fatto che i salari e gli stipendi sono al palo, non crescono. Sono in molti a lamentarsi, ma spesso non ne viene compreso il motivo.

La causa principale sta nella bassa produttività oraria (valore aggiunto per ora di lavoro, ossia quante unità di prodotto/servizio vengono realizzate in una unità di tempo) del lavoratore. Nel lungo termine, per mantenere un sistema economico competitivo, i salari non possono crescere più della produttività. In Italia, soprattutto nel settore dei servizi e nella Pubblica Amministrazione, la produttività è molto bassa, e nonostante tutte le innovazioni consentite dalle nuove tecnologie, i miglioramenti non si percepiscono.

Domanda e offerta del lavoro non si incontrano

In relazione al mondo delle imprese. Due noti economisti, Thomas Manfredi e Paolo Manasse, hanno scritto un interessante PaperFlessibilità, mito infranto del lavoro in Italia – dove si evince un grave inceppamento della funzione allocativa del mercato del lavoro italiano. In altre parole, domanda e offerta di lavoro non si incontrano, le imprese cercano competenze che non trovano sul mercato. La disoccupazione è alta (di persone senza le competenze giuste) e le imprese, pur disposte ad assumere, sono impossibilitate a ingaggiare persone impreparate.

  1. A partire dal  2000  in  Italia  i  salari  sono cresciuti di più nei settori dove la produttività del lavoro è cresciuta di meno; 
  2. Nel  breve periodo,  l’occupazione  tende  a  spostarsi verso i  settori produttivi in cui la produttività del lavoro aumenta di meno.

I dati stilizzati e l’analisi econometrica suggeriscono che:

  1. In Italia, a differenza di quanto avviene in Germania i salari riflettono pochissimo la produttività dei settori nel breve periodo, mentre la loro tendenza di lungo periodo  è  di  aumentare  di  più  dove  la produttività cresce di meno;
  2. Gli occupati tendono a spostarsi verso i settori meno produttivi. È chiaro che in queste circostanze una maggiore flessibilità del lavoro rischia di produrre effetti perversi, se l’occupazione si sposta verso settori maggiormente protetti anziché verso quelli più produttivi.  

Questo fallimento nella funzione allocativa del mercato del  lavoro  danneggia  la  crescita  della produttività  e  chiama  in  causa  il    modello  di  contrattazione  dei salari (che dovrebbero essere decisi nel luogo di lavoro e non dai sindacati ai tavoli romani).

I contratti collettivi nazionali

Quali sono gli aspetti critici? Attualmente solo il 30-40% delle imprese utilizza la contrattazione  aziendale, percentuale che tende a zero per le imprese del Sud.

Molto diverso è l’assetto istituzionale in Germania: la contrattazione collettiva settoriale avviene a livello di singolo Land, e ciò contribuisce a rendere il  salario più  corrispondente  alla  produttività  specifica d’impresa in presenza di forte eterogeneità territoriale, cosa che ci accomuna alla  Germania. Inoltre in  Germania  le  parti  sociali possono  agevolmente  derogare  alla  contrattazione  settoriale  in diverse materie (mansioni, orari di lavoro e  condizioni salariali) in caso  si  renda  necessaria  una  ristrutturazione  aziendale.

Nella scala  delle  priorità  delle  riforme  del  lavoro  si  dovrebbe dunque ripristinare innanzitutto  il legame tra salari,  produttività a livello di impresa e lavoratore, e limitare gli aspetti collettivi al ruolo di tutela di standard minimi. Introdurre nuovi elementi di flessibilità in un mercato del lavoro distorto avrebbe effetti negativi o nulli su produttività, salari e occupazione.

Ultimo Aggiornamento: 17/03/2022 15:12