Lilith e Eva

Chi ha pagato di più la crisi nella pandemia? Nuove disuguaglianze e vecchi sistemi

Si parla spesso di donne e lavoro, un tema caro a chi lotta per la parità di genere. Durante la pandemia il tema è diventato ancora più forte e la crisi ha creato nuove disuguaglianze.
Chi ha pagato la crisi economica

C’è un aspetto che ha reso la crisi economica scatenata dalla pandemia, per altri versi assolutamente unica nella storia moderna, molto simile alle altre che abbiamo attraversato. Si tratta delle disuguaglianze che ne hanno caratterizzato l’impatto sulle persone, sia in Italia che altrove. 

Disuguaglianze che sono cresciute perché a essere più colpiti sono stati coloro che già si trovavano in una situazione più fragile, dal punto di vista sociale ed occupazionale. 

Nel nostro Paese vi sono due categorie che strutturalmente possono essere definite più deboli in ambito economico, e sono le donne e gli immigrati.

Le lavoratrici, le studentesse, le madri, le figlie nate fuori dall’Italia o nate in Italia da una famiglia straniera sono doppiamente sfavorite nel loro tentativo di farsi una carriera e guadagnare il giusto, e la pandemia non ha reso loro più facile la vita.

Solo il 43,8% delle immigrate extracomunitarie ha un lavoro

Il tasso di occupazione femminile nel nostro Paese balla da tempo intorno al 50%. Aveva superato questa soglia appena prima del Covid, è tornato al di sotto di esso con la crisi del 2020, ed è risalito al di sopra solo negli ultimi mesi. 

I dati di seguito si riferiscono al 2020 ed evidenziano come vi sia un gap tra la percentuale, pur bassa, di italiane con un lavoro e quella delle immigrate.

Almeno delle immigrate extracomunitarie.

Quelle che provengono da altri Paesi Ue, in gran parte rumene, non presentano grandi differenze dalle donne che sono nate in Italia, da questo punto di vista. 

Sono le peruviane, le marocchine, le bengalesi, le eritree ad essere caratterizzate da un tasso di occupazione ancora più basso, del 43,8%. La maggioranza di loro, in sostanza, non ha un impiego. 

Questo divario si somma a un altro che in Italia è da diverso tempo molto accentuato, quello tra giovani e anziani.

 

Possiamo anzi dire che i primi costituiscono la terza categoria più fragile oltre a donne e immigrati. 

Non ci possiamo meravigliare, quindi, se le straniere tra i 15 e i 39 anni che lavorano sono solo il 34,1%. Significa che quasi 2 giovani donne immigrate su 3 non hanno una carriera, e non sono indipendenti.

Tasso di occupazione femminile per età e origine
Dati Eurostat, rielaborazione di The social post

Come è cambiata la situazione con la pandemia

Spesso in economia, e non solo, chi presenta valori più bassi in occasione di una crisi presenta un calo inferiore di coloro che partono da livelli superiori.

Non è quello che è accaduto in questo caso. 

Tra il 2019 e il 2020 il tasso di occupazione delle donne immigrate extracomunitarie è sceso molto più di quello delle italiane, il decremento è stato del 4,1% contro il 0,7%.

Anzi, dai numeri scopriamo che la crisi è stata pagata quasi solo da coloro che sono nate all’estero. 

In questo caso a perdere terreno sono state anche le straniere comunitarie, che in precedenza erano, in proporzione, più presenti nel mercato del lavoro delle italiane stesse. 

Qui non vi sono grandi differenze a livello di età, sono state colpite dai lockdown e dall’interruzione forzata delle attività sia giovani che anziane.

I motivi sono gli stessi che in partenza portano le immigrate a lavorare meno, la scarsa integrazione, la mancanza di un welfare che aiuti chi ha più figli (come è nel loro caso) a intraprendere una carriera, la minore istruzione. 

Var tasso di occupazione 2019 e 20
Dati Eurostat, rielaborazione di The social post

Tra le straniere anche le laureate, però, hanno sofferto la crisi 

Che il titolo di studio sia importantissimo nel mondo del lavoro è risaputo, sia tra gli uomini che tra le donne la percentuale di inattivi e disoccupati diminuisce al crescere degli anni passati sui banchi.

 

Questo però è un po’ meno vero per le donne straniere. 

Se nel caso delle italiane vi sono ben 50 punti di tasso di occupazione tra chi non è andata oltre la terza media e chi si è laureata, in quello delle immigrate comunitarie ve ne sono 22,5 e in quello delle extracomunitarie meno di 16. 

Tra i motivi vi è anche il fatto che coloro che vengono da altri Paesi e hanno un titolo di studio molto basso accettano di svolgere lavori più “umili”, che richiedono meno competenze, nell’ambito dei servizi alla persona per esempio, per sbarcare il lunario. 

Hanno anche una rete di protezione familiare spesso meno estesa, e partner che non guadagnano abbastanza per consentire alla famiglia di vivere con un solo salario. 

Più sconcertante, però sono forse altri due dati. 

Uno si riferisce al minore tasso di occupazione di quelle laureate, di 20 punti inferiore a quello delle italiane con gli stessi studi. Impossibile non pensare, in questo caso, anche a discriminazioni oltre che ad altri fattori già citati. 

Un altro è l’impatto della pandemia. Tra 2019 e 2020 le italiane con titolo universitario e con un lavoro sono diminuite di meno di un punto nonostante partissero da livelli altissimi, dal 77,4%, mentre le straniere extracomunitarie occupate con gli stessi studi sono scese dal 59,5% al 53,6%. 

La laurea non è bastata a proteggerle di fronte alla crisi, che, anzi, hanno sofferto anche più delle diplomate.

Tasso di occupazione per origine e istruzione
Dati Eurostat, rielaborazione di The social post

Le giovani immigrate con un contratto a termine sono meno delle italiane, ma non è una buona notizia

A questo punto potremmo pensare che, in quanto più fragili della media per genere, origine, e anche età (le straniere sono mediamente più giovani) le donne immigrate siano anche destinate a lavori più precari.

 

In realtà non è così. Prima della pandemia la percentuale di lavoratrici a termine non cambiava significativamente in base alla provenienza, bensì, come è ovvio, solo con l’anzianità. 

E, anzi, con il Covid vi è stato un calo che ha caratterizzato solo le donne straniere, sia quelle europee che extraeuropee, sia giovani che meno giovani. 

Perché? È una buona notizia? No, purtroppo. 

La ragione è che sono troppo poche le donne che lavorano. Così non entrano nelle statistiche migliaia che, se venissero occupate, otterrebbero un posto a tempo determinato. 

E quello che è accaduto nel 2020 indica che le imprese in crisi a causa del virus hanno scelto, anche per il blocco dei licenziamenti, non solo di sacrificare il personale precario, ma soprattutto quello di origine straniera. 

Per questo risultano così poche lavoratrici straniere a termine, perché sono disoccupate, o, più di frequente, inattive, soprattutto se hanno meno di 35 anni, come si è già visto.

Donne con contratto a termine
Dati Eurostat, rielaborazione di The social post

Vi è ancora molta strada da fare. Certamente scontiamo la relativa freschezza del fenomeno dell’immigrazione, che non ha consentito una vera integrazione, ma a questo dobbiamo aggiungere un razzismo sotterraneo e a volte anche inconsapevole che striscia sotto pelle nel mondo economico, e la scarsa istruzione degli stranieri che giungono in Italia. 

Sono quelli che mediamente hanno il titolo di studio più basso tra tutti quelli che approdano in Europa. 

Di fronte a questi numeri appare sempre più vero che quando si parla di investimenti strutturali in Italia non si può pensare solo a ferrovie, aeroporti, autostrade, gasdotti e tecnologia, ma anche a capitale umano e integrazione tra quello nuovo e quello già esistente. Per il bene non solo dei nuovi italiani, ma anche di quelli vecchi. 

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