Cronaca

Giornata mondiale della libertà di stampa: 47 i giornalisti uccisi nel mondo, più di 300 quelli attualmente imprigionati

Una giornata che rappresenta un momento importante per riflettere sul ruolo dei giornalisti e del loro lavoro nel mondo, mettendo a rischio la propria vita o finendo in carcere.
Giornata mondiale della libertà di stampa: 47 i giornalisti uccisi nel mondo più di 300 quelli imprigionati

Il 3 maggio si celebra la Giornata mondiale della libertà di stampa, un’occasione che ricorre ogni anno e che permette di riflettere sull’importanza del lavoro dei giornalisti e del ruolo di una stampa libera nella società. Un tema delicato, soprattutto dopo due anni di pandemia e ora con la guerra in Ucraina dove il lavoro del giornalista, e l’integrità di esso, sono spesso messi in discussione. Proprio in occasione della giornata mondiale della libertà di stampa è interessante analizzare alcuni dati quali la posizione dell’Italia nell’indice della libertà di stampa e quanti giornalisti hanno dato la vita o si trovano in carcere a causa del loro lavoro.

I giornalisti morti per fare il loro lavoro nel 2021

Il report ufficiale è stato stilato, come ogni anno, dall’IFJ-International Federation of Journalists. Sono 47 i giornalisti e gli operatori uccisi nel 2021 durante lo svolgimento del loro lavoro, la killed list, è questo il nome del report annuale; molti di loro sono rimasti uccisi durante attacchi mirati, bombardamenti, sparatorie. Il Paese con il più alto numero di vittime tra i giornalisti è l’Afghanistan, seguito dal Messico e dal Pakistan, ma ci sono anche Paesi come: Azerbaïdjan, Bangladesh, Burkina Faso, Repubblica Democratica del Congo, Ethiopia, Yemen, Somalia, Nigeria…

Seppur un numero impressionante, i giornalisti e gli operatori dei media uccisi nel 2021 sono 18 in meno rispetto all’anno precedente anche se i rischi e le minacce sono alte.

Come denuncia la Federazione italiana stampa, una delle minacce più preoccupanti è quella del software Pegasus, in grado di bucare i sistemi di sicurezza personali spiando e registrando conversazioni, ma anche rubando dati.

Giornalisti imprigionati, trend in peggioramento: numeri abnormi

Non solo decessi, a preoccupare è il numero di giornalisti che in questo momento si trovano in carcere per aver fatto il loro lavoro.

Secondo lo stesso report di IFJ, sono 357 quelli che si trovano in prigione; questa volta ad essere in testa sono Paesi come Arzebaidjan, Cina, Bielorussia, Russia ed Egitto. Ci sono anche Eritrea, Myanmar, Vietnam, Yemen, Turchia…

A differenza dei dati in merito ai decessi, quelli riguardo i giornalisti in carcere mostra un trend in peggioramento, infatti erano 235 quelli registrati nel 2020.

La libertà di stampa sempre più utopia: cosa dice l’indice

Eppure, nonostante al mondo ci siano giornalisti che perdono la vita o finiscono in prigione, l’analisi proposta dall‘indice della libertà di stampa, ovvero la classifica annuale compilata e pubblicata da Reporter senza frontiere, che mette in mostra il grado di libertà dei giornalisti e non solo nei rispettivi Paesi, mostra un quadro a dir poco allarmante.

Ai primi posti troviamo Norvegia, Finlandia, Svezia, Paesi Passi, Danimarca e Svizzera. Sul fondo della classifica troviamo Paesi come Russia, Arabia Saudita e Siria.

La posizione dell’Italia nell’indice della libertà di stampa

L’Italia è al 41esimo posto e, come rilevato da Raffaele Lorusso, segretario generale di FNSI, “È il risultato della situazione in cui si trovano numerosi colleghi minacciati, alcuni dei quali sotto scorta, e dello stallo in cui versano le proposte di legge di tutela del diritto di cronaca e della professione“.

Sono numerose le proposte di riforma che il Parlamento continua a rinviare. Per non parlare dell’assenza di politiche di sostegno del lavoro regolare e di contrasto al precariato dilagante. È sotto gli occhi di tutti e il Rapporto annuale di Reporter Senza Frontiere lo fotografa in maniera impietosa: l’informazione italiana è indebolita da problemi strutturali che colpiscono i cronisti e il mercato del lavoro, dove libertà e autorevolezza sono schiacciate dal peso insopportabile della precarietà“.

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