Lilith e Eva

Educazione sessuale a scuola: perché in Italia non è ancora obbligatoria e quali sono i miti da sfatare

L'Europa chiede l'educazione sessuale come materia obbligatoria a scuola, per prevenire gravidanze indesiderate e malattie e per una cultura diversa, ma l'Italia non si adegua
Educazione sessuale a scuola

Articolo a cura di Giulia Porzionato – Hella Network

Ne sentiamo parlare spesso, ma cos’è davvero l’educazione sessuale?
Se avete in mente gli anni Novanta, probabilmente ricorderete qualche imbarazzante lezione a scuola, con poche nozioni basilari, pochissima attenzione al concetto di piacere, risatine dalle ultime file e professori che avrebbero voluto essere ovunque ma non lì.
Qual è la situazione in Italia nel 2022?

Che cos’è l’educazione sessuale

Il Ministero della Salute la chiama “Educazione all’affettività e alla sessualità”.

Uno dei paragrafi precisa che “L’educazione sessuale è qualcosa di più un trasferimento di informazioni di tipo medico-sanitario essendo strettamente connessa con l’educazione all’affettività e alle relazioni, al rispetto dei diritti umani e della parità tra i sessi.” 

Incontriamo quindi due concetti: le informazioni sanitarie e l’affettività.

Illustrare delle nozioni anatomiche -in modo diverso, a seconda delle fasce d’età – alle persone giovani è importante, ma non finisce lì: l’educazione sessuale è un concetto multisfaccettato, uno strumento per crescere adulti maturi ed emotivamente consapevoli.

Gli aspetti che ne fanno parte sono tantissimi, e hanno tutti bisogno di attenzione.

Se parlare sia di fisiologia sia di relazioni è importante, altrettanto lo è dedicare del tempo a discuterne con gli studenti, per ascoltare le loro domande, stimolare il confronto e risolvere dubbi in un ambiente protetto e il più possibile privo di giudizio.

La situazione italiana: tra tabù e miti da sfatare 

L’educazione sessuale è un argomento molto vasto e delicato, che ha bisogno di trattamenti diversi a seconda dell’età e dal grado scolastico dell’auditorio. 

Non aiuta il fatto che non esista una regolamentazione a livello nazionale: si tratta di una materia facoltativa, i programmi possono variare e ogni scuola agisce liberamente, senza una guida dall’alto.

La mancanza di fondi e tempo rischia di relegare la materia a costo eliminabile, o come un tema da trattare superficialmente.

Le ragioni per queste particolarità sono tante, complesse e insite nel tessuto sociale italiano. Un certo conservatorismo di fondo e il retaggio cattolico hanno fatto sì che la materia venisse percepita come qualcosa di inadatto all’aula scolastica, oppure come un’incombenza da lasciare alle famiglie.

La parola agli studenti: oltre il 95% vorrebbe l’educazione sessuale a scuola

Torniamo alla domanda iniziale: qual è la situazione italiana sul tema? 

Come dicevamo, al momento non è una materia obbligatoria, ma questo non significa che non se ne senta l’esigenza. Meno di uno studente su cinque riceve una formazione che comprenda anche questo tipo di informazioni, che spesso sono etero e cis-normate.
Secondo uno studio dell’Istituto Superiore di Sanità, su un campione di studenti, “oltre il 95% suggerisce che la scuola debba garantire l’educazione sessuale, il 23% dalle elementari e il 58% dalle medie inferiori.”

Per allinearsi al trend europeo, le leggi per renderla una materia obbligatoria a scuola sono state proposte diverse volte, la prima nel 1975 e le ultime nel 2015 e nel 2021, ma finora senza successo.

Inoltre, non è sempre garantito che i ragazzi e le ragazze trovino a casa le risposte alle loro domande o che il lavoro a carico dei genitori sia sufficiente.

Questo può essere fonte di disinformazione: dalle lavande con la Coca Cola per non rimanere incinte, fino al coito interrotto, sono stati e sono ancora molti i miti legati alla sessualità, soprattutto tra gli adolescenti.

Esistono persone che, al primo ciclo mestruale, hanno avuto paura di morire dissanguate perché non sapevano cosa stesse succedendo al loro corpo.

Oppure c’è anche chi durante “quei giorni” non cucina o non cura le piante, assecondando credenze sfatate da tempo.

Il linguaggio: come la vergogna passa dalle parole

Se l’insegnamento a scuola potrebbe essere migliorato, lo stesso vale per l’aiuto a combattere pregiudizi, tabù e miti.
Uno dei tabù principali è quello legato al linguaggio che usiamo per parlare di sessualità, che tende ad essere edulcorato quando ci rivolgiamo ai più giovani.
Un esempio classico sono le mestruazioni: il termine è spesso bollato come cacofonico, e porta con sé una serie di leggende. C’è chi le chiama “la vergogna”, chi usa termini edulcorati come “ciclo”, “marchese” e “le mie cose”. Lo stesso vale per le parti anatomiche: pene e vagina sono chiamati con i nomignoli più disparati, come “pisellino”, “farfallina” o “patatina”.

A chiunque è capitato di sentire i divieti e i termini più disparati per definire alcuni ambiti della sessualità, soprattutto femminile, che oscillano tra disprezzo e vergogna, tra slut shaming e proibizioni.

Il mito della purezza e la demonizzazione della masturbazione

Il linguaggio non è l’unico caso in cui la sessualità è edulcorata o mal interpretata. La conoscenza del proprio corpo e la concezione di una sessualità libera e piacevole sono osteggiate da una  serie di tabù che, a loro volta, possono essere sradicati solo con una buona dose di conoscenze scientifiche e psicologiche.

La sessualità e l’identità di genere sono, inoltre, concetti strettamente legati.

Il mito della purezza e la condanna dell’autoerotismo sono infatti a loro volta due costrutti in contrasto con una formazione completa sul tema.

Tantissime ragazze si sono sentite dire che non dovevano “darla al primo che capita” perché “è da poco di buono”, mentre i ragazzi non si sono mai dovuti preoccupare della loro reputazione se avevano rapporti con tante persone (rigorosamente etero, naturalmente). In realtà questa discriminazione ha molto a che fare con sessismo e maschilismo, e molto poco con un’effettiva purezza. 

La condanna dell’autoerotismo e della masturbazione ha le stesse radici: farlo è da sessuomani, da ninfomani, perché una donna che ama il sesso deve avere per forza qualcosa che non va, o essere una “facile” – quindi, automaticamente, di poco valore agli occhi del maschio etero.

L’educazione sessuale in questo frangente ha un ruolo fondamentale: aiuta a proporre una visione paritaria, eliminando il binarismo di stampo maschilista tra santa e puttana, e aiutando a vedere la ricerca del piacere – in solitaria e non – come una tappa naturale e consensuale, indipendentemente dal genere.

Educazione sessuale in Europa 

La situazione in Europa è piuttosto diversa.

Secondo il  rapporto “Policies for Sexuality Education in the European Union” (2013) del Dipartimento Direzione generale per le politiche interne del Parlamento Ue “l’educazione sessuale deve essere considerata come uno strumento appropriato per prevenire […] effetti negativi”, come le malattie trasmissibili sessualmente e gravidanze indesiderate in giovane età.

Questo si traduce nell’obbligatorietà della materia a scuola in tutta l’Ue, tranne che per sette Paesi, tra cui l’Italia. Nonostante questo, però, la norma non è priva di problemi: ad esempio, non è semplice giudicare la qualità dell’insegnamento delle singole scuole. 

Insomma, il tema da noi potrebbe essere trattato in modo più approfondito e, in un certo senso, utile: questo però non significa che non ci siano piccoli, ma significativi, segnali di cambiamento.

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