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‘Ndrangheta e violenza sulle donne: fa arrestare l’ex marito e il suocero che la rapirono e la costrinsero al matrimonio

Pubblicato: 02/12/2023 14:48

Rapita e costretta al matrimonio, ora è la principale teste contro l’ex marito e il suocero, ‘ndranghetisti del clan Pesce di Rosarno. Sono stati arrestati questa mattina all’alba, Domenico e Rosario Arena, padre e figlio “specializzati in estorsioni e minacce”, esponenti di spicco del clan Pesce. La Repubblica racconta la storia terribile della donna che li ha denunciati e che ora vive in una località segreta sotto falso nome.
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“Ho vissuto un incubo e ora ho paura per i miei figli”

Si era innamorata a quindici anni di Rosario Arena, ma era stato “un errore di gioventù”, dice lei, rimasta anonima anche nelle udienze contro l’ex marito e l’ex suocero. Il suo ragazzo, però, non le ha permesso di lasciarlo. Insieme ad altre quattro persone, l’ha aspettata fuori da scuola, l’ha rapita e l’ha costretta a sposarlo. Da lui ha avuto due figli e ha vissuto per anni in un clima di minacce e di sottomissione. “Volevo iscrivermi all’università a Messina, ma mio marito me l’ha impedito. Alla fine mi sono laureata con un’università online e lui mi ha detto che avrei dovuto portare il lutto al braccio per questo gesto”.

Ha subito minacce anche dalle altre donne della famiglia. Una famiglia ‘ndranghetista, affiliata al clan Pesce di Rosarno, dove una storia simile è accaduta a Giusy Pesce, protagonista anche della serie “The good mothers” su Netflix. Una realtà allucinante, che racconta di una provincia, come quella della Piana di Gioia Tauro, attanagliata da mentalità arcaiche, patriarcali e asfissiate dal familismo mafioso.

“Mio marito mi ha raccontato molte cose”, quelle che poi la donna ha deciso di raccontare ai giudici. “Ed ero terrorizzata, perché si vantava di poter corrompere magistrati, poliziotti, funzionari di ogni genere e rappresentanti delle istituzioni”. Fino a questa mattina, però, quando i carabinieri hanno posto in stato di arresto lui e suo padre, con l’accusa di “attività estorsive – perpetratesi per lungo tempo – e violenze private, tutte aggravate dalle finalità mafiose, avvenute in Rosarno e Cinquefrondi”.

La donna racconta a Repubblica di non essere ancora riuscita a ottenere il divorzio, e di temere per la vita dei figli, rimasti a Rosarno. Per il più piccolo in particolare, ora adolescente. “Lui ha mantenuto i rapporti con il padre. Voleva fare il medico, ora mi dice di voler fare principalmente l’agricoltore e di apprezzare uno status economico molto diverso da quello che potrebbe avere un onesto dottore”.

“Vorrei poter restare a Rosarno senza dover rischiare che mio figlio si inserisca nel circuito criminale della famiglia”, conclude la donna. Solo nel 2018 era riuscita a sfuggire alle trame della famiglia. Si è rivolta a Libera e da quel momento è incominciato il suo percorso di emancipazione completa.

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