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Matteo morto suicida in carcere. La madre accusa: “Era disperato, me lo hanno ammazzato”

Pubblicato: 08/01/2024 11:23

E’ morto suicida nel carcere Montacuto di Ancona la sera del 5 gennaio. Matteo Concetti, 25 anni di Rieti, la mattina di quel giorno aveva avuto un colloquio straziante con la mamma, nel quale si era disperato e aveva implorato di non tornare in quella struttura. Matteo soffriva di una patologia psichiatrica e aveva costantemente bisogno di cure. Ora sua madre, Roberta Faraglia, non si dà pace e chiede giustizia: “Lo hanno lasciato morire come un cane. Lo Stato me l’ha ammazzato”.
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L’incontro con la mamma poche ore prima del suicidio

È la mattina del 5 gennaio. La donna lascia il carcere terrorizzata perché suo figlio, racconta al Corriere della sera, “malato psichiatrico e tenuto in isolamento senza cure”, era disperato. “Piangeva e urlava: mamma non mi lasciare, se mi portano di nuovo laggiù io mi impicco”. Alle 20 la struttura la richiama per dirle che Matteo si è suicidato. “Fino all’ultimo ha continuato a urlare che si sarebbe ammazzato — racconta Roberta —. C’era anche un’infermiera del Sert. L’ho supplicata di aiutarmi, di chiamare un medico, di metterlo in sicurezza, di fargli un Tso. Ho chiesto di parlare con il direttore. Niente”. (Continua a leggere dopo la foto)

La mamma di Matteo: “Un delitto annunciato, lo Stato me l’ha ammazzato”

La madre parla di un “delitto annunciato” e ricostruisce i tanti allarmi inascoltati. Il 25enne aveva una patologia psichiatrica per la quale era in cura. In passato era stato anche in una comunità terapeutica. “Per questo avevo mandato due pec, l’ultima il 28 dicembre, perché mio figlio stava male. Mi diceva: “Portatemi in ospedale. Ho il cervello che mi scoppia”. Ma questi problemi sono cominciati a Ancona. Fino a quando era a Fermo stava bene, anche se era in carcere”. Ora la famiglia di Matteo ha già presentato denuncia ai carabinieri. Sarà la Procura a decidere come procedere per stabilire se questa morte si poteva evitare.

La condanna per reati contro il patrimonio

Matteo era detenuto per reati contro il patrimonio. Gli mancavano da scontare altri otto mesi. All’inizio aveva goduto di un regime alternativo: lavorava in una pizzeria con l’obbligo di far rientro a casa entro un certo orario. Ma aveva violato di un’ora il rientro e per questo il giudice lo aveva mandato in carcere. Prima a Fermo e da novembre ad Ancona. “Per un’ora di permesso lo hanno messo in carcere — si sfoga ancora la madre al Corsera —. Il giudice si dovrebbe vergognare. Anche lui ce l’ha sulla coscienza. Mio figlio aveva bisogno di cure. Era giusto che scontasse la sua pena, ma in modo adeguato alla sua patologia”.

I dubbi della famiglia sul suicidio

Vorrei capire dove si è impiccato – si domanda la madre –  visto che era alto e palestrato e nella cella non c’è né un lavandino, né un termosifone. Come si può impiccare un detenuto in isolamento, dove non si dovrebbe avere niente, neanche i lacci delle scarpe? E invece mi hanno ridato le sue scarpe con i lacci e infangate. Ma com’è possibile visto che non poteva andare da nessuna parte?”. E anche sul perché fosse finito in isolamento ci sono tante domande che si pone la famiglia che al momento non hanno risposte. La versione ufficiale è per una lite con gli agenti hanno sostenuto dal carcere, ma anche su questo la madre ha un’altra teoria. “Matteo e altri detenuti avevano protestato per le condizione del carcere. Gli avevano fatto bere anche l’acqua non potabile e si erano ammalati tutti. Lui ci ha scritto una lunga lettera su quello che succedeva in quel carcere”.

Ultimo Aggiornamento: 08/01/2024 17:22