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Il libro di Selvaggia Lucarelli sulla Ferragni. Testimonianza shock di un’ex dipendente: “300 euro al mese per…”

Pubblicato: 17/05/2024 18:03

È stato pubblicato da poco Il Vaso di Pandoro, il libro di Selvaggia Lucarelli dedicato all’inchiesta che ha colpito Chiara Ferragni per il ‘pandoro gate’. Tra i capitoli ce n’è uno dedicato alle testimonianze delle ex dipendenti della società dell’imprenditrice, che hanno rilasciato dichiarazioni scioccanti sulle condizioni di lavoro al servizio della Ferragni. La giornalista Charlotte Matteini, con un video pubblicato su Instagram e ricondiviso dalla stessa Lucarelli su X, si è soffermata sulla questione parlando della testimonianza di una ragazza in particolare, raccontata nel libro.

Il video di Charlotte Matteini comincia così: “Mi è arrivato oggi il libro di Selvaggia Lucarelli. Non è un adv, non è un gift, né un supplied, perché il libro me lo sono comprata con i miei soldi. L’ho fatto perché c’è un capitolo dedicato alle testimonianze degli ex dipendenti. Fra queste ce n’è una particolarmente eloquente. La ragazza in questione, per questioni di privacy, è stata chiamata Giulia. Giulia è una ragazza che è entrata in stage e ha lavorato per il sito di The Blonde Salad dal 2019 al 2022. È evidente leggendo il libro che Ferragni della gestione delle sue società non sapeva nulla” racconta.

“La società veniva gestita in tutto e per tutto da Fabio Maria Damato, il suo braccio destro, e dal team aziendale – continua il racconto – Lei non sapeva neanche i nomi dei suoi dipendenti, ma questa non è una scusante, perché i contratti li firmava lei. Il giro d’affari rispetto alla vendite delle immagini di Chiara Ferragni era altissimo. Giulia ha lavorato in stage per TBS Crew per un anno a 300 euro al mese, a Milano. Lavorava per 8 ore al giorno. Extra ed eventi compresi. Lo stage non era formativo perché nessuno l’ha mai formata, lei lavorava e basta. Allo scadere dell’anno, a Giulia le viene proposto un contratto di collaborazione a partita iva a 1500 euro al mese”.  

Charlotte Matteini, quindi, prosegue: “Giulia racconta che era di fatto una dipendente, aveva tutti gli obblighi di una dipendente ma non le tutele. Giulia dice che quando è rimasta incinta ha lavorato fino alla data del termine e poi loro le avrebbero detto ‘tu continua a fatturarci la stessa cifra, se poi ogni tanto c’è bisogno di fare qualcosa ti scriveremo‘. Ma cosa succede? Che a due mesi dal parto Fabio Maria Damato inizia a darle dei compiti fuori dalle sue mansioni. Questo perché ovviamente essendo un contratto a partita iva lei non aveva le tutele che spettano di solito alle dipendenti in maternità”.

La giornalista riassume poi che, a tre mesi dal parto della ragazza “arriva però la grande proposta: l’assunzione come manager editoriale del sito a 1600 euro al mese, ma senza rimborso spese. Lei tentenna e chiede del tempo per pensarci, ma neanche dopo 12 ore la proposta viene ritirata e le dicono che deve parlare con Fabio Maria Damato“. La Matteini, a seguire, legge uno stralcio della testimonianza della ragazza: “Lo chiamo e gli chiedo: ‘Perché la proposta per me non è più valida?’. Fabio mi risponde che nelle mie condizioni dove pensavo di andare? Avrei dovuto accettare subito, mi disse: ‘C’è la guerra, c’è il covid, fai un lavoro in via di estinzione, hai anche appena partorito, cosa pensavi di trovare di meglio?“. L’ex dipendente, alla fine, ha deciso di licenziarsi e ha cambiato posto di lavoro.
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Poco dopo, offrono alla ragazza un contratto da manager editoriale del sito a 1600 euro al mese, da assunta, ma senza rimborso spese. Giulia è un po’ incerta e, dopo 12 ore, viene a sapere che hanno dato il lavoro a un amico di Damato e, perciò lo chiama: «Gli chiedo “Perché la mia proposta di lavoro non è più valida?” e lui mi risponde “Ma nelle tue condizioni dove pensavi di andare? dovevi accettare subito! c’è la guerra, c’è il covid, fai un lavoro in via di estinzione, cosa pensavi di trovare di meglio?”». Matteini ha concluso dicendo: «In un’azienda con marginalità altissime le offerte che si sono susseguite non sono state all’altezza del nome dell’azienda». 

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