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Poetica e tragedia dell’esilio in Vintilă Horia

Pubblicato: 30/05/2024 11:34

Non è soltanto la Biografia di un esilio, come Maurizio Stefanini definisce nel sottotitolo il suo complesso e intrigante saggio su Vintilă Horia. È anche una biografia della Romania e, in fondo, una biografia del Novecento europeo, con le sue tragedie, le sue contraddizioni, i suoi protagonisti folli, i suoi regimi dittatoriali, i suoi sogni infranti. Biografia letteraria, filosofica, storica, politica.

Rumeno, non nacque Horia. Ma nacque Caftangioglu, un cognome troppo “turco” per piacere a un giovane che si è percepito culturalmente rumeno al 101 per cento. Da soprannome, dunque, Horia diventa presto un cognome legale. E già questo dice tutto di una Nazione neolatina protagonista e vittima, nei secoli, dei labili, cangianti, confini politici che segnano i Balcani, fin dall’età antica. Valacchia veniva chiamata la Romania, fino alla seconda metà del XIX secolo. Nacque, Horia, da famiglia benestante a Segarcea, piccolo centro dell’Oltenia (Piccola Valacchia), terra di terme e monasteri. E di agricoltura.

“La radice campagnola – spiega Stefanini – è una delle chiavi della personalità di Horia, e presumibilmente anche della sua polemica contro una modernità tacciata di distruggere questa cultura”. Il futuro scrittore lascerà presto la campagna, ma nutrirà perenne nostalgia per quel mondo. Ricorda il Pier Paolo Pasolini convinto che <Il giorno in cui questo paese perderà contadini e artigiani non avrà più storia>. La poetica dell’esilio di Horia nasce con questo distacco. “Là si è formata la mia anima, è quello il paesaggio che ha generato – scriverà – il mio forno di immagini, il mio orizzonte, il mio stile, modellandoli a un tempo sulla misura dei miei istinti. È là che ho cominciato a leggere e ho visto il primo morto. È là che ho imparato ad amare. La natura non conosce mezze misure. Soltanto l’uomo della città è incompleto, voglio dire unilaterale, dunque invalido. Il contadino è un tutto, fin dall’infanzia”. Filippo Tommaso Marinetti non sarebbe stato d’accordo, da cantore di quella modernità montante che lo scrittore rumeno, pur convivendoci, rifiuta.

L’abbandono della campagna è il primo esilio di Vintilă. Poi sarà l’esilio perpetuo di un rumeno errante. Molti gli “esili” che lo colpiscono. Prima in patria, nella capitale Bucarest, dove studia legge e comincia a collaborare con la rivista Găndirea del filosofo conservatore cristiano Nichifor Crainic. E conservatore cristiano sarà, sostanzialmente, l’autore del capolavoro Dio è nato in esilio, che lo porterà agli altari della letteratura francese ed europea, ma anche nella polvere degli appestati. Accade tutto in Francia, nella Parigi che ha accolto i letterati rumeni, Ionesco, Eliade e tanti altri. La Parigi che da decenni accoglieva intellettuali e artisti da tutto il mondo, italiani compresi.

Il peregrinare di Horia comincia a Perugia, dove studia. Roma, Firenze, Vienna, in campo di prigionia tedesco in Slesia e in Austria, liberato dagli inglesi, ancora Roma, Assisi. A Firenze diventa amico del Giovanni Papini di Gog e di La storia di Cristo. La Francia, l’Argentina, la Spagna, dove morirà nel 1992. L’errante, da giovane, nella temperie degli anni Venti, aveva simpatizzato per l’estrema destra rumena. Lo ammetterà, pentito. Ma, scriverà, <i nostri movimenti nazionalisti sono stati accusati, di fascismo o nazismo. […] Dovevi essere cieco o distorto dalla propaganda comunista per credere in una semplificazione del genere. Perché c’è una differenza sostanziale tra l’agnosticismo fascista o l’anticristianesimo programmatico del nazionalsocialismo e l’essenza cristiana, che caratterizza tutti i movimenti nazionalisti rumeni nati tra le due guerre>.

Cristiano radicale, presto sfuggirà da quelle suggestioni. <Ma Horia – nota Stefanini – ha la sfortuna di vivere un’epoca difficile, e a cavallo tra totalitarismi l’uno peggio dell’altro>. Nella Romania ormai comunista, nel febbraio del 1946, viene condannato in contumacia dal Tribunale del Popolo ai lavori forzati a vita. La vita in esilio diventa una scelta irrevocabile. Dolorosa. Come la decisione di non ritirare, nel 1960, il premio Goncourt, che la giuria gli ha assegnato per Dieu est né en exil, consacrandolo come scrittore di livello mondiale. La giuria, che pure negli anni aveva “bocciato” Céline, Gide, Sartre, Camus, Yourcenar, Sagan, quella volta non sbagliò. Il protagonista del romanzo è il grande Publio Ovidio Nasone, esiliato sul Mar Nero, nell’attuale Romania, nell’ottavo anno dopo Cristo, dall’imperatore Augusto, senza ritorno. <Il tema dell’esilio e Ovidio come simbolo dell’esilio>, spiegava Horia.

Contro l’assegnazione del Goncourt si scatenò una violenta campagna di stampa manovrata dalla Securetate, la polizia segreta della Romania comunista, utilizzando come portavoce il quotidiano l’Umanité del partito comunista francese. Documenti falsi, frasi estrapolate, invenzioni. Così fu massacrato Vintilă. La giuria difese la sua scelta: “Non abbiamo motivo per cambiare idea su un libro che non ha affatto opinioni politiche. Horia non ha alcuna deportazione sulla coscienza”. Il romanzo divenne immediatamente un best seller. Lo scrittore  rinunciò al premio (10 euro di oggi), non all’onore. I cascami del Novecento peggiore ne confermarono il destino di esule. Come era accaduto a Ovidio, per gli intrighi della Roma imperiale. Al di là dell’esilio, e della storia europea di quell’epoca, il saggio di Stefanini invita molto opportunamente a riscoprire uno dei più grandi scrittori del “secolo breve” che non finisce mai.

Maurizio Stefanini, Vintilă Horia. Biografia di un esilio, prefazione di Diego Gabutti, WriteUp Books, Roma 2024

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Ultimo Aggiornamento: 30/05/2024 13:02