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Arriva la “bara per suicidarsi”. Un fai da te macabro, mentre impera una cultura di morte

Pubblicato: 08/07/2024 18:18

La “novità” arriva dalla Svizzera, e fa riflettere su una società che sembra affascinata da una cultura di morte anziché proteggere la vita. Non è una questione di ideologie, ma un sovvertimento di ciò che da sempre guida l’uomo: la volontà di sopravvivenza, la protezione dei più deboli, il considerare l’esistenza di ciascuno come qualcosa di sacro. Per questo, quando si viene a sapere che in terra elvetica qualcuno ha progettato una “bara fai da te” dove il soggetto può sdraiarsi, premere un pulsante e di fatto uccidersi riempiendo il piccolo spazio di azoto, si resta senza fiato. Una morte indolore, un’agonia che dura solo pochi secondi, e il caro estinto si trova già bello impacchettato e pronto per essere sepolto. L’invenzione è di un controverso medico australiano, Philip Nitschke. Qualcuno l’ha definita con macabro umorismo la “Tesla dell’eutanasia“, potrebbe essere collaudata – o se preferite sperimentata – per la prima volta nelle prossime settimane, secondo quanto riferito dal quotidiano svizzero NZZ Schweiz. L’idea rientra in un progetto chiamato Sarco, che secondo i realizzatori “cerca di integrare le nuove tecnologie per rendere la morte pacifica un diritto di tutti gli adulti razionali”.

Ovviamente il progetto non è passato inosservato e ha generato molte polemiche. Il soggetto che dovesse decidere di utilizzare questo strumento si dovrà sdraiare nel suo loculo tecnologico e potrà provvedere personalmente a schiacciare il pulsante per il rilascio dell’azoto. La morte sopraggiungerà in pochi secondi per assenza di ossigeno, “senza la necessità di somministrazione di veleno per via endovenosa”. Come se il problema di chi sceglie di morire fosse una puntura. I dubbi su uno strumento di questo genere sono molteplici. A parte l’orrenda sensazione di solitudine e, per chi ne soffre, di claustrofobia che ammanta la “bara dell’eutanasia”. Con il corpo di un essere umano trattato, inutile negarlo, alla stregua di un rifiuto da raccogliere tipo la differenziata. Senza fatica, visto che i soggetti moriranno già sdraiati nel loro contenitore. Che assomiglia tanto a una piccola astronave, ma non porta da nessuna parte.

Ma a sollevare dubbi è anche il fatto che, pur essendo propagandato come una “soluzione” per i malati terminali, questo strumento di morte finirebbe per essere a disposizione anche di chi malato non è. Una persona depressa potrebbe trovare molto allettante, anziché provare a curarsi, mettere fine alla propria angoscia esistenziale in modo così semplice e indolore. Intendiamoci, quasi tutti siamo favorevoli alla terapia del dolore, e riteniamo inutile prolungare le sofferenze di chi è malato e non ha alcuna possibilità di guarire. Certe pratiche mediche che allungano i tempi di vita senza motivo somigliano a esercizi di sadismo. Ma fra la terapia del dolore, l’accanimento terapeutico e la capsula del suicidio in solitudine c’è un abisso. Ed è l’abisso che separa la nostra umanità, il nostro bisogno di attenzioni e di conforto anche e soprattutto nel momento della nostra morte, con la freddezza spaventosa di strumenti che con l’umanità non hanno niente a che fare. E che riducono l’essere umano a una povera cosa solitaria da smaltire. Come un rifiuto.

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Ultimo Aggiornamento: 08/07/2024 18:22