
La giornalista e reporter di guerra Francesca Mannocchi, tra le più apprezzate della sua generazione, ha raccontato in un’intervista al Corriere della Sera il momento in cui scoprì di avere la sclerosi multipla, una diagnosi che cambiò radicalmente la sua vita. «Di quel giorno mi è rimasto soprattutto il colore del linoleum della clinica privata e la glacialità del neurologo», ricorda Mannocchi, descrivendo un quadro clinico freddo e distaccato: dopo una risonanza magnetica urgente, pagata profumatamente, il medico le comunicò la malattia senza alcuna preparazione emotiva.
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L’esame si rese necessario in una fase particolarmente delicata: alla vigilia di una partenza per l’Iraq, insieme al compagno dell’epoca Alessio Romezi, padre di suo figlio Pietro, Mannocchi si era svegliata senza percepire metà del corpo. «Quando chiesi al medico se potevo partire tranquilla, mi gelò con una domanda: “Ma lei dove vuole andare nel suo stato?”». Un episodio che ha segnato profondamente la reporter, non solo come donna, ma anche come professionista che da sempre affronta conflitti e scenari estremi nel suo lavoro.
La malattia come strumento di narrazione
A distanza di anni, Mannocchi riflette su come la sclerosi multipla abbia modificato il suo modo di osservare e raccontare il mondo. «La mia malattia e la guerra sono simili», afferma, spiegando che, dopo aver fatto pace con la sua condizione, questa è diventata uno strumento per comunicare con linguaggi diversi. Se in passato il reportage televisivo era sufficiente, oggi sente l’esigenza di esplorare strumenti come il teatro, per raggiungere un pubblico più ampio e diverso.
L’esperienza della malattia, dunque, non ha fermato Mannocchi, ma le ha offerto nuove chiavi interpretative e modalità narrative, trasformando una difficoltà personale in una risorsa professionale.

Origini e formazione
Francesca Mannocchi nasce in una famiglia tipica della periferia romana, nel quartiere di Prima Porta. «Papà commerciante di mobili; mamma figlia di un benzinaio, e mia nonna che ha lavorato fino a quando il fisico glielo ha permesso», racconta. La sua formazione scolastica la porta dal liceo scientifico ai Parioli, dopo aver frequentato le medie al Fleming, un percorso che le ha permesso di confrontarsi con mondi sociali diversi.
La carriera giornalistica prende avvio dalle radio romane della sinistra radicale, come Radio Città Futura e Radio Città Aperta, per poi approdare a Nessuno Tv. Nel frattempo, Mannocchi ha sperimentato altri lavori, dalla cameriera all’insegnante in istituti con bambini adottati da famiglie italiane, esperienze che hanno contribuito a sviluppare una sensibilità particolare verso il mondo delle fragilità e delle ingiustizie.
La maternità e la consapevolezza del pericolo
Suo figlio Pietro, oggi di nove anni, percepisce le storie della mamma senza poterne vedere direttamente le immagini. Mannocchi ha scelto di proteggere il figlio dalle situazioni più pericolose: «Non voglio che veda la mamma in una situazione di pericolo», spiega. Ha evitato il tipo di educazione distorta che spesso caratterizzava la sua infanzia, come il paragone con i bambini che soffrono nei Paesi in via di sviluppo, ma riconosce come gli scenari di guerra e le storie di bambini mutilati, ad esempio un bambino palestinese evacuato a Doha con un solo dito utile per prendere una penna, abbiano lasciato un segno indelebile.
Queste esperienze le hanno permesso di creare una distanza profonda tra le realtà vissute nei conflitti e la quotidianità di chi osserva da lontano, rendendo il suo lavoro giornalistico non solo reportage, ma anche testimonianza etica e morale.

Il racconto della resilienza
Francesca Mannocchi rappresenta oggi un esempio di resilienza e adattamento, dove la sclerosi multipla non è solo un limite, ma una nuova lente attraverso cui osservare il mondo. La sua vita professionale e personale si intrecciano, dando vita a un racconto di coraggio, consapevolezza e capacità di trasformare la sofferenza in narrazione.
Il percorso di Mannocchi dimostra come la malattia possa diventare uno strumento di introspezione e comunicazione, e come la maternità, il giornalismo e la passione per il racconto si fondano in un unico filo conduttore: la volontà di trasmettere verità anche nei contesti più difficili, senza mai perdere la propria umanità.


