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Guerra, tutta la verità: l’Ucraina ha vinto quando ha impedito alla Russia di prendersi tutto

Pubblicato: 13/12/2025 15:26

C’è una verità che nel dibattito pubblico sulla guerra in Ucraina viene sistematicamente rimossa, come se fosse imbarazzante o troppo semplice per essere detta. Oggi si discute ossessivamente di Donbass, di confini, di chilometri quadrati, di linee del fronte da congelare o da scambiare. Ma questa discussione stessa è già il segno di una sconfitta strategica di Mosca. Perché l’obiettivo iniziale della Russia non era affatto il Donbass. L’obiettivo era l’intera Ucraina.

Nel febbraio 2022, quando i carri armati russi hanno attraversato i confini e i missili hanno colpito Kiev, non era in corso un’operazione limitata, né una “correzione territoriale”. Era un tentativo di annessione politica totale: abbattere il governo ucraino, sostituirlo con un potere fedele al Cremlino, riportare il Paese nella condizione di Stato satellite, privarlo definitivamente di sovranità e autonomia strategica. Il progetto non era geografico, era storico: cancellare l’esistenza stessa dell’Ucraina come soggetto indipendente.

L’obiettivo russo era Kiev, non il Donbass

La traiettoria dell’invasione lo dimostra in modo lampante. Le colonne corazzate puntavano su Kiev, non su Donetsk. Le truppe aviotrasportate tentavano di occupare aeroporti strategici per un rapido cambio di regime. La narrativa ufficiale del Cremlino parlava apertamente di “denazificazione”, un termine che non indica una disputa territoriale ma la volontà di rifondare dall’esterno l’identità politica di un Paese. Il Donbass, in quella fase, era un dettaglio, non il cuore del piano.

È qui che si consuma la prima, enorme vittoria ucraina. L’esercito e la società civile hanno resistito all’urto iniziale, hanno impedito la caduta di Kiev, hanno trasformato una guerra-lampo pensata per durare giorni in un conflitto di logoramento che la Russia non aveva previsto né preparato davvero. Da quel momento, l’obiettivo russo si è progressivamente ridotto, ristretto, ridimensionato. Non per scelta, ma per necessità.

Perché oggi parlare solo di Donbass significa riconoscere una sconfitta russa

Il fatto che oggi il negoziato implicito e il dibattito internazionale ruotino intorno al Donbass è la prova più evidente che il piano originario di Mosca è fallito. Se l’obiettivo fosse sempre stato quello, la guerra avrebbe avuto tutt’altra forma, tutt’altra scala, tutt’altra intensità. Invece la Russia è stata costretta a ripiegare su obiettivi minimi, cercando di trasformare una disfatta strategica in una possibile “vittoria territoriale” da rivendere all’opinione pubblica interna.

Ma la verità è che l’Ucraina ha già vinto nel momento in cui ha impedito la propria cancellazione politica. Ha vinto quando ha dimostrato di esistere come nazione, come Stato, come comunità pronta a difendersi. Tutto ciò che viene dopo — le trattative, i confini, le mappe — è una conseguenza di quella resistenza iniziale. Ridurre il conflitto a una disputa sul Donbass significa adottare, consapevolmente o meno, lo sguardo del Cremlino dopo la sconfitta, non quello della realtà dei fatti.

La guerra non si misura solo in territori occupati o riconquistati. Si misura in obiettivi raggiunti o falliti. E l’obiettivo massimo della Russia — riportare l’Ucraina sotto controllo, annetterla politicamente, negarle il futuro — è fallito. Tutto il resto è una trattativa sul danno, non sul progetto. Ed è per questo che, al netto di ogni semplificazione, l’Ucraina ha già vinto la sua battaglia più importante.

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