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“Via pantaloni e mutande”. La richiesta shock dei carabinieri: è successo in strada

Pubblicato: 18/12/2025 13:46

Ci sono episodi che, più di altri, aprono interrogativi profondi sul confine tra sicurezza e tutela dei diritti, soprattutto quando coinvolgono soggetti fragili come i minorenni. Vicende che impongono prudenza, rigore e un’analisi accurata dei fatti, proprio perché toccano principi fondamentali dello Stato di diritto. È in questo quadro che si colloca l’inchiesta aperta dalla Procura di Torino su un controllo avvenuto nella cintura nord del capoluogo piemontese e che ha come protagonista un ragazzo di 15 anni.

I familiari del giovane parlano di un intervento sproporzionato e lesivo delle garanzie previste dalla legge. Una versione che ora dovrà essere vagliata dalla magistratura, chiamata a chiarire se le procedure adottate siano state compatibili con le tutele rafforzate previste quando un’operazione di polizia coinvolge un minorenne.
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L’episodio e l’esposto della difesa

I fatti risalgono al pomeriggio di venerdì scorso e si sarebbero verificati nei pressi di un impianto sportivo, sotto lo sguardo di un altro ragazzo, di 13 anni. Secondo quanto riportato nell’esposto presentato dall’avvocato Enrico Maria Picco, il quindicenne sarebbe stato sottoposto a una perquisizione personale che avrebbe oltrepassato i limiti consentiti.

Il giovane, sempre secondo la ricostruzione della difesa, sarebbe stato costretto a spogliarsi in strada, rimuovendo anche gli indumenti intimi, e a eseguire alcuni movimenti fisici, in una situazione descritta come fortemente umiliante. Un controllo che, a giudizio dei familiari, sarebbe avvenuto senza le necessarie garanzie e senza un’adeguata informazione sui diritti del minore.

Nella denuncia vengono ipotizzati diversi reati, tra cui abuso di potere e falso ideologico, e si sollecitano verifiche urgenti sulla condotta dei militari e sulle modalità con cui l’ispezione sarebbe stata eseguita.

Le versioni a confronto

La ricostruzione fornita dalla famiglia contrasta con quanto emerge dai verbali ufficiali consegnati ai genitori del ragazzo. In quei documenti l’intervento viene giustificato con esigenze di necessità e urgenza, legate alla ricerca di armi o oggetti atti allo scasso, motivate da un comportamento ritenuto sospetto.

Negli atti si fa inoltre riferimento a una presunta rinuncia, da parte del minore, a contattare un familiare. Una circostanza che la difesa contesta in modo netto, sostenendo che al ragazzo non sarebbe stata data alcuna reale possibilità di avvisare i genitori o di essere assistito.

Il racconto del quindicenne

Secondo quanto riferito dal giovane ai suoi familiari e al legale, l’intervento avrebbe coinvolto un numero significativo di mezzi, con più pattuglie dell’Arma e anche un’auto priva di contrassegni istituzionali. Il ragazzo ha raccontato di essersi recato al campetto nel pomeriggio per incontrare degli amici e di essere rimasto successivamente con un altro minorenne.

Sempre secondo la sua versione, al momento dell’arrivo dei carabinieri stava parlando al telefono con alcuni familiari e non gli sarebbe stato spiegato che poteva chiedere la presenza dei genitori o di un avvocato prima dell’inizio della perquisizione.

Le verifiche e il ruolo della magistratura

Dopo un primo confronto con la madre del quindicenne, il comandante della compagnia competente ha assicurato l’avvio di verifiche interne per accertare la correttezza dell’operato. Ora spetta alla magistratura torinese confrontare le versioni contrapposte e stabilire se, nel corso dell’intervento, siano state rispettate le procedure e le garanzie previste per i controlli su soggetti minorenni.

L’inchiesta dovrà chiarire se quanto avvenuto rientri nei limiti della legge o se, al contrario, siano state superate soglie che l’ordinamento tutela con particolare attenzione quando in gioco ci sono i diritti e la dignità di un minore.

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