
Gli Stati Uniti avrebbero accettato di offrire all’Ucraina “forti garanzie di sicurezza” per un periodo di 15 anni. A dirlo è il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, al termine di un incontro di due ore con Donald Trump tenutosi domenica in Florida, nella residenza di Mar-a-Lago. Restano però irrisolti i nodi territoriali, in particolare il futuro della regione orientale del Donbass.
Parlando durante il rientro in Europa, Zelensky ha spiegato che le garanzie statunitensi costituirebbero un elemento centrale di un piano di pace in 20 punti, discusso con Trump. Gli impegni americani, secondo il presidente ucraino, dovrebbero essere sottoposti a un voto congiunto del Congresso degli Stati Uniti e del parlamento di Kiev.
Per l’Ucraina, le garanzie sono considerate essenziali per scoraggiare nuove aggressioni russe in caso di cessate il fuoco. Zelensky ha ricordato come precedenti promesse, tra cui il memorandum di Budapest del 1994, sostenuto anche da Washington e Londra, “non abbiano funzionato” nel proteggere l’integrità territoriale del Paese.
Dettagli ancora incerti e no alle truppe Usa
I contenuti concreti degli impegni americani restano tuttavia poco chiari. Trump ha escluso l’invio di truppe di peacekeeping statunitensi, mentre Zelensky ha indicato nella presenza di osservatori internazionali la soluzione più efficace per garantire la sicurezza di un’Ucraina postbellica e rassicurare la popolazione.
Il presidente ucraino ha anche riferito di aver chiesto a Trump garanzie di durata più lunga, fino a 30, 40 o addirittura 50 anni, definendo una simile scelta una possibile decisione storica. Trump, secondo Zelensky, si sarebbe limitato a rispondere che avrebbe riflettuto sulla proposta.
Donbass e distanze ancora profonde con Mosca
In una conferenza stampa congiunta, Trump ha dichiarato che un accordo per porre fine alla guerra sarebbe “più vicino che mai”, ma i segnali provenienti da Mosca indicano una realtà diversa. Il Cremlino ha ribadito che l’Ucraina dovrebbe ritirare le proprie truppe da una cintura di città fortificate nell’oblast di Donetsk, avvertendo che, in caso contrario, Kiev rischierebbe di perdere ulteriore territorio.
Il portavoce di Vladimir Putin, Dmitrij Peskov, non ha commentato la questione della centrale nucleare di Zaporižžja, occupata dalle forze russe dal 2022 e considerata uno dei punti più delicati dei negoziati.
Nessuna cessione territoriale e ipotesi referendum
Zelensky ha escluso in modo netto la possibilità di cedere territori alla Russia, sostenendo che l’obiettivo di Mosca resti la cancellazione stessa dell’Ucraina come Stato. In alternativa, ha proposto la creazione di una zona economica smilitarizzata lungo l’attuale linea del fronte, con il ritiro reciproco delle truppe.
Il piano potrebbe essere sottoposto a un referendum nazionale, a condizione che la Russia accetti un cessate il fuoco di almeno 60 giorni. Un voto popolare, ha spiegato il presidente, rappresenterebbe uno “strumento potente” e un’espressione diretta della volontà del popolo ucraino.
Rapporti con l’Europa e reazioni a Kiev
Trump ha discusso della questione anche con i leader europei tramite una videochiamata da Mar-a-Lago. Zelenskyy ha annunciato nuovi incontri con i partner europei nei prossimi giorni e non ha escluso un vertice congiunto a gennaio, probabilmente alla Casa Bianca.
In Ucraina, l’incontro di domenica è stato accolto con cauto sollievo, soprattutto per l’assenza di tensioni simili a quelle registrate a febbraio nello Studio Ovale. Non sono mancate però le critiche alle dichiarazioni di Trump, in particolare alla sua affermazione secondo cui “la Russia vuole un’Ucraina di grande successo” e al rifiuto di condannare apertamente i massicci attacchi aerei russi su Kiev.
Secondo alcuni osservatori internazionali, tra cui l’accademica Maria Popova, Trump sarebbe apparso nuovamente eccessivamente allineato alle posizioni del Cremlino, anche alla luce di una lunga telefonata con Putin avvenuta poco prima dell’incontro con Zelensky.


