
Dalla “Russia invincibile” a “Zelensky è un idiota”, passando per stop alle armi a Kiev, minacce di sanzioni contro Mosca e improvvise aperture diplomatiche. Il New York Times ricostruisce la linea di Donald Trump sulla guerra in Ucraina come un percorso contraddittorio e oscillante, fatto di accelerazioni e brusche frenate, che dall’insediamento alla Casa Bianca ha mostrato tutte le ambiguità della sua strategia.
Un racconto costruito attraverso incontri riservati, dichiarazioni pubbliche e retroscena, che delinea un presidente capace di sostenere tutto e il contrario di tutto nel giro di poche settimane, dopo aver promesso in campagna elettorale — 83 annunci prima delle elezioni del novembre 2024 — di chiudere il conflitto “in 24 ore”.
Fascinazione per Mosca e il rapporto con Putin
Secondo il quotidiano statunitense, Trump sarebbe rimasto colpito dalla parata militare sulla Piazza Rossa, arrivando a definire “invincibile” l’esercito russo. Da qui la convinzione di poter contare su un rapporto personale solido con Vladimir Putin, ritenuto la chiave per sbloccare il conflitto.
In un colloquio con il generale Keith Kellogg, inviato speciale per l’Ucraina, Trump avrebbe rivendicato apertamente questa relazione:
“La Russia è mia, non tua”, avrebbe detto, marcando una distanza netta rispetto alla linea più filo-ucraina del suo emissario.
Gli scontri interni e l’attacco a Zelensky
Proprio con Kellogg, sostenitore della resistenza di Kiev, sarebbero andati in scena confronti particolarmente duri. Quando il generale ha descritto Volodymyr Zelensky come un leader “assediato e coraggioso”, impegnato in una lotta esistenziale per l’Ucraina, Trump avrebbe reagito con sarcasmo.
Alla domanda su quale altro presidente americano avesse affrontato una situazione simile — evocando persino Abraham Lincoln — la risposta del presidente sarebbe stata secca e brutale:
“È un idiota”.
Lo scontro alla Casa Bianca e la rottura pubblica
Il punto di massima tensione arriva nel racconto del drammatico incontro di fine febbraio alla Casa Bianca, trasmesso in diretta televisiva, che si è trasformato in una rissa verbale tra Trump e Zelensky.
Il presidente ucraino, secondo la ricostruzione del NYT, era stato istruito da Kellogg a ringraziare gli Stati Uniti e a non mostrare immagini dei prigionieri ucraini, per evitare di irritare Trump. Nulla è servito. Il colloquio è naufragato con l’affondo finale del presidente americano:
“Non hai nessuna carta in mano”, prima dell’allontanamento della delegazione ucraina dalla Casa Bianca.
Da quel momento, i rapporti sono entrati in una fase di congelamento, seguita solo più tardi da una lenta e faticosa ripresa.
Stop alle armi, dubbi su Kiev e ripensamenti su Putin
Il New York Times descrive una fase segnata da incertezza e confusione strategica, con lo stop temporaneo alle forniture di armi a Kiev deciso dal segretario alla Difesa Pete Hegseth e le pressanti richieste ucraine di chiarimenti: “Diteci la verità, siete con noi?”.
Nel frattempo, Trump ha iniziato a mettere in discussione anche il presunto feeling con Putin, arrivando a chiedersi se il leader russo voglia davvero un accordo o punti a “prendersi tutta l’Ucraina”. Dubbi che il presidente americano riteneva di sciogliere con un vertice estivo in Alaska, indicato come possibile svolta diplomatica.
Il nodo Donbass e il piano di pace incompiuto
Giorno dopo giorno, secondo il quotidiano statunitense, ha preso forma un piano di pace che prevederebbe la cessione del Donbass alla Russia. Un’ipotesi liquidata con cinismo dallo stesso Trump:
“Il Donetsk? In America non sappiamo nemmeno dov’è”.
Ma la realtà resta più complessa. L’Ucraina non ha accettato sacrifici territoriali senza solide garanzie di sicurezza e chiede un coinvolgimento diretto degli Stati Uniti. La Russia, dal canto suo, continua a bombardare e non arretra dalle richieste: tutto il Donbass, nessuna rinuncia ai territori occupati.
Una linea ondivaga che pesa sul conflitto
La ricostruzione del New York Times restituisce l’immagine di un presidente che affronta la guerra in Ucraina con una strategia imprevedibile, oscillando tra ammirazione per Mosca, disprezzo per Kiev e improvvisi slanci negoziali.
Una linea che, più che avvicinare la pace, sembra aver aggiunto incertezza geopolitica a un conflitto già segnato da posizioni inconciliabili e da un equilibrio militare ancora lontano da una soluzione definitiva.


