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Crans-Montana, i Moretti scaricano la responsabilità sui morti. Furia dei parenti

Pubblicato: 22/01/2026 08:11

La notte di Capodanno al Constellation di Crans continua a produrre scosse giudiziarie, emotive e politiche. Dopo ore di interrogatori in procura a Sion, la linea difensiva della titolare, Jessica Maric Moretti, appare chiara: la responsabilità, sostiene, è di tutti tranne che sua. Una ricostruzione che però si scontra con il dolore delle famiglie delle vittime, con le testimonianze e con una vicenda che ha assunto i contorni di una catastrofe annunciata.
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Dieci ore in procura e una difesa senza ammissioni

Alle 8.30 del mattino Jessica Maric entra in procura. Ne uscirà solo dieci ore dopo. Chi l’ha vista racconta di un atteggiamento inizialmente freddo, quasi meccanico, poi incrinato dalle lacrime quando il discorso cade su Cyane Panine, la cameriera morta nel rogo. Ma sul piano delle responsabilità, la direttrice del locale non arretra: «Non ho colpe», ribadisce più volte agli inquirenti.

Secondo la sua versione, la sera di Capodanno lei si trovava nel seminterrato del bar con i dipendenti, mentre in sala venivano portate ai tavoli le bottiglie di champagne con le candele accese. Un rituale scenografico che si trasforma in tragedia quando una bottiglia, sollevata troppo vicino al soffitto, innesca le fiamme nella schiuma isolante. «Avevo detto di fare attenzione, di tenere le bottiglie inclinate», sostiene. Un invito che, a suo dire, nasceva solo da un eccesso di prudenza.

Soffitto pericoloso e controlli mancati

Agli investigatori viene però naturale chiedere se quella prudenza non fosse il segnale di una consapevolezza del rischio. La risposta resta evasiva. Così come sulle uscite di sicurezza: alcune risultano chiuse, un’uscita d’emergenza era addirittura ostruita da uno sgabello. «Era compito della vigilanza controllarle», afferma Moretti, chiamando in causa gli addetti alla sicurezza.

Uno di loro, Stefan, ha perso la vita tentando di salvare i ragazzi intrappolati; un altro è rimasto ferito. Un sacrificio che pesa come un macigno nel racconto di una notte in cui nessuno sembra voler assumere fino in fondo il peso delle decisioni prese – o non prese.

Minori, alcol e responsabilità diffuse

Altro nodo centrale è la presenza di minorenni nel locale. «I documenti venivano controllati», sostiene la titolare, spiegando di aver dato indicazioni di non servire superalcolici ai ragazzi tra i 16 e i 18 anni. Una versione contestata duramente dai legali delle vittime. Uno di loro racconta la storia di un nipote di 16 anni, già finito al pronto soccorso per abuso di alcol pochi giorni prima: «In quel bar bevevano perché sapevano di poterlo fare».

Anche sulla formazione del personale emergono falle. Moretti ammette di non aver seguito corsi antincendio, pur ribadendo che le guardie erano addestrate. Quanto ai materiali, sulla schiuma infiammabile del soffitto ripete la versione del marito Jacques: acquistata dieci anni prima, ritenuta allora idonea.

Il dolore delle famiglie e la pressione sull’indagine

Fuori dalla procura, il clima è opposto a quello della difesa. Sébastien Fanti, legale delle famiglie, parla di urla e lacrime dopo gli interrogatori: «Dobbiamo smettere di fingere che questa non sia la catastrofe che è». Il collega Romain Jordan denuncia frustrazione per le domande rimaste senza risposta e chiede che tutti i soggetti coinvolti siedano sul banco degli imputati.

Intanto proseguono gli accertamenti: secondo l’autopsia, anche Giovanni Tamburi è morto per asfissia, come Emanuele Galeppini. E solo ora il Comune di Crans intensifica i controlli nei locali, affiancando una ditta privata alle verifiche.

La sensazione, condivisa da molti, è che la verità sia ancora incompleta. E che, dietro il rimpallo di responsabilità, resti una domanda inevasa: come è stato possibile che una notte di festa si trasformasse in una strage.

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Ultimo Aggiornamento: 22/01/2026 08:12

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