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“Polmoni sciolti dai batteri”. Orrore a 33 anni, è iniziata con una semplice influenza

Pubblicato: 03/02/2026 13:01

La medicina moderna ha appena riscritto i confini dell’impossibile tra le mura del Northwestern Memorial Hospital di Chicago. Quello che era iniziato come un banale episodio influenzale si è trasformato in una sfida clinica senza precedenti, portando un’equipe di chirurghi a compiere un passo estremo: mantenere un uomo in vita con il torace completamente vuoto. Per ben 48 ore, un paziente di 33 anni ha continuato a esistere senza polmoni, affidando le proprie funzioni vitali a una tecnologia d’avanguardia mentre il suo organismo cercava di vincere una battaglia disperata contro una sepsi devastante. Il caso, recentemente documentato sulla rivista Med e ripreso da Nature, rappresenta una pietra miliare nel campo dell’ingegneria biomedica.

Una corsa contro il tempo: vivere senza polmoni

Il calvario del giovane ha avuto origine da un virus influenzale che ha rapidamente innescato una sindrome da distress respiratorio acuto (ARDS). Mentre i ventilatori cercavano di sostenere il respiro, un nemico ancora più insidioso, lo Pseudomonas aeruginosa, ha approfittato della fragilità del paziente per scatenare un’infezione ultra-resistente. In breve tempo, i polmoni si sono trasformati in una sacca di infezione incontrollata, costringendo il cuore e i reni alla resa sotto il peso delle tossine. «Era così malato che era tecnicamente in arresto cardiaco e stava morendo», ha dichiarato il dottor Ankit Bharat, il chirurgo toracico a capo dell’operazione. Con il trapianto immediato reso impossibile dalla violenza dell’infezione, l’equipe ha azzardato l’impensabile: rimuovere gli organi distrutti per eliminare la fonte del “veleno”.

Per sostenere la vita in assenza del sistema respiratorio, i medici hanno impiegato un polmone artificiale esterno di nuova concezione, capace di garantire un flusso sanguigno ottimale verso il cuore senza i rischi di coaguli tipici dei macchinari standard. Questa pausa forzata di due giorni ha permesso al corpo di decontaminarsi: senza più il tessuto necrotico a infettare il sangue, i reni hanno ripreso a funzionare e la pressione si è stabilizzata. Solo con un organismo finalmente “pulito”, i chirurghi hanno potuto procedere al doppio trapianto. Oggi, a distanza di quasi tre anni da quell’intervento che sembra uscito da un romanzo di fantascienza, il paziente conduce una vita del tutto normale, testimoniando il successo di un approccio che ha letteralmente strappato un uomo alla morte lasciandolo, per un breve periodo, senza respiro proprio.

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