
La parabola di Gino Paoli non si è esaurita tra i palchi e le note di un pianoforte, ma ha attraversato con la stessa intensità le aule del potere romano. Nel 1987, il cantautore decise di misurarsi con le urne, venendo eletto come deputato tra le fila del Partito Comunista Italiano, confluito poi nel PDS. Eppure, fedele alla sua natura ribelle e poco incline alle etichette, in Parlamento scelse di iscriversi al Gruppo Indipendente di Sinistra. La ragione era semplice e coerente con il suo spirito: non si è mai tesserato in alcun partito politico, mantenendo una distanza intellettuale anche dai suoi stessi compagni di viaggio. L’addio alla politica professionale arrivò nel 1992, quando non fu rieletto, chiudendo una parentesi durata un’intera legislatura.
Dall’impegno in Parlamento al Comune di Arenzano
L’esperienza amministrativa di Paoli è proseguita però sul territorio, ricoprendo il ruolo di assessore alla Cultura nel comune di Arenzano. Anche in ambito locale, il suo temperamento non è passato inosservato. Durante il mandato in Giunta, fece discutere la sua ferma contrarietà a un bizzarro provvedimento che prevedeva l’abolizione dell’attività di parrucchiere nel territorio comunale, una posizione che generò accesi contrasti con i consiglieri di opposizione. Questa attitudine alla libertà individuale affonda le radici in un’eredità familiare profonda. In un’intervista rimasta celebre, l’artista ha confessato: «Sono anarchico da sempre. Il gene dell’anarchia l’ho ereditato da mio nonno, analfabeta, che conosceva a memoria gli scritti di Carlo Cafiero, le canzoni di Pietro Gori, l’autore di Addio a Lugano, e anche la Divina Commedia». Un ritratto perfetto di un uomo che ha sempre preferito la coerenza del proprio istinto alle rigide logiche di schieramento.

