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“Sono peggiorati, cos’hanno”. Famiglia nel bosco, l’allarme del medico sui bambini

Pubblicato: 27/03/2026 15:57
Famiglia Bosco

Il caso della cosiddetta famiglia nel bosco torna al centro dell’attenzione con nuovi elementi che riguardano le condizioni psicologiche dei minori coinvolti. Al centro della vicenda c’è Catherine Birmingham, il cui allontanamento dalla casa famiglia in cui viveva con i figli avrebbe avuto conseguenze profonde e immediate sul benessere dei bambini, secondo quanto emerge da una relazione tecnica redatta dagli esperti della difesa.

Il documento, firmato dallo psichiatra Tonino Cantelmi e dalla psicologa Martina Aiello, ricostruisce i momenti successivi alla sera del 6 marzo, quando, in seguito a un provvedimento del Tribunale per i minorenni dell’Aquila, Birmingham è stata costretta a lasciare la comunità di Vasto dove viveva con i suoi tre figli, una bambina di 8 anni e due gemelli di 7. Il distacco, avvenuto in un contesto già fragile, si sarebbe consumato senza un supporto diretto durante le fasi più delicate, con i familiari presenti chiamati a gestire da soli l’addio.

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Famiglia Bosco

Famiglia nel bosco, la relazione dello psichiatra sui bambini

È proprio nella seconda metà di questa ricostruzione che emergono gli aspetti più critici. “Si è verificato un ulteriore e profondo strappo all’interno di un tessuto affettivo, emotivo e relazionale già gravemente lacerato, aggravando il danno psicologico che i minori aveva subito a seguito dell’avvenuto sradicamento dal loro contesto affettivo ed ambientale”, si legge nella relazione visionata da Fanpage.it. I bambini, già segnati da precedenti separazioni familiari, avrebbero vissuto questo ulteriore distacco come un trauma significativo.

Famiglia Bosco

Secondo quanto riportato, durante il momento dell’allontanamento le assistenti sociali sarebbero rimaste a distanza, senza assistere direttamente alle reazioni dei minori. Un elemento che, per gli esperti, avrebbe impedito di cogliere appieno il ruolo della madre nel contenere e rassicurare i figli. “Sarebbe stato estremamente utile (oltre che metodologicamente corretto) per l’assistente sociale assistere da vicino in modo da acquisire diretta conoscenza della capacità della madre di supportare, contenere e rassicurare i minori”, si legge ancora nel documento.

Una versione che contrasta con quella fornita dalle operatrici della comunità, che avevano invece descritto comportamenti problematici da parte di Birmingham, tra scatti d’ira e difficoltà nel rispettare le regole. La relazione difensiva, al contrario, attribuisce il disagio dei bambini non all’influenza materna, ma allo sradicamento familiare subito.

I segnali di sofferenza, secondo gli esperti, sarebbero evidenti già da settimane precedenti. Vengono citati episodi di autolesionismo, come morsi alle mani e agli oggetti, comportamenti regressivi e azioni prive di scopo apparente, accompagnate da versi e suoni gutturali. Manifestazioni che, per bambini di quell’età, rappresenterebbero modalità estreme di espressione del disagio emotivo.

Ma è un altro aspetto a destare maggiore preoccupazione. L’apparente tranquillità mostrata da uno dei minori dopo la separazione non sarebbe un segnale positivo, bensì il risultato di un processo dissociativo. “Una risposta neurofisiologica tipica del trauma, legata alla paralisi comportamentale”, si legge nella relazione. Un fenomeno che può evolvere in una chiusura profonda: il bambino smette progressivamente di parlare, di chiedere, di giocare, rifugiandosi in una sorta di silenzio difensivo.

Richiamando la teoria dell’attaccamento, gli esperti sottolineano come questa condizione possa avere effetti a lungo termine, favorendo lo sviluppo di un legame evitante. In altre parole, la paura vissuta oggi potrebbe tradursi domani in una difficoltà a costruire relazioni affettive, persino con le figure più care. “Si ritiene che l’allontanamento della madre abbia inevitabilmente generato un peggioramento acuto del quadro psicologico dei minori e che non sia in alcun modo plausibile osservare un miglioramento dopo qualche giorno da tale evento”, concludono.

In questo quadro, il ricongiungimento familiare viene indicato come “intervento clinicamente necessario per consentire ai minori di reintegrare una base sicura e di interrompere la spirale disorganizzante del trauma”. Una posizione netta, che si inserisce in un contesto ancora aperto e oggetto di valutazioni da parte delle autorità competenti.

Anche i genitori sono stati sottoposti a valutazioni psicodiagnostiche, tra cui il test MMPI-2, uno degli strumenti più diffusi a livello internazionale. Secondo quanto riportato, entrambi avrebbero dimostrato capacità di autocontrollo, stabilità emotiva e collaborazione, completando un test complesso composto da centinaia di domande. Una vicenda che resta complessa e delicata, in cui le ricostruzioni si intrecciano e si contrappongono. E mentre si attendono ulteriori sviluppi, il punto centrale resta uno: la tutela dei minori e la necessità di comprendere quale sia davvero la strada migliore per garantire il loro equilibrio psicologico.

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