
Caos alla Camera sul decreto sicurezza, tra tensioni politiche, rilievi del Quirinale e proteste clamorose dell’opposizione. Il governo sembra orientato ad approvare il provvedimento così com’è, rinviando a un secondo momento le modifiche richieste sulla norma più controversa, quella sui premi per i rimpatri dei migranti.
Una scelta che appare come un “tirare dritto”, ma solo in superficie. L’ipotesi sul tavolo è infatti quella di varare successivamente un decreto correttivo ad hoc per sanare i profili di incostituzionalità evidenziati dal Colle, evitando così di rallentare l’iter del provvedimento principale.
Intanto, l’Aula della Camera dei deputati è stata teatro di momenti ad altissima tensione. Dopo il voto sulle questioni pregiudiziali, i deputati delle opposizioni hanno occupato i banchi del governo, circondando le postazioni normalmente riservate ai ministri.
Tra i protagonisti della protesta Arturo Scotto, che si è seduto simbolicamente tra i banchi dell’esecutivo. Il vicepresidente di turno Fabio Rampelli lo ha prima richiamato all’ordine e poi espulso dall’Aula, mentre i lavori venivano sospesi tra proteste e tensioni.
A intervenire per il governo è stato il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, che ha cercato di rassicurare: «Abbiamo preso atto di alcune sensibilità su un punto specifico della norma e ci predisponiamo ad una sua correzione». Un invito “chiaro e deciso” ad approvare comunque il decreto.
Piantedosi ha poi difeso l’impianto del provvedimento, sottolineando come i rimpatri volontari assistiti «non siano un’invenzione di questo governo», ma strumenti già previsti da oltre dieci anni nell’ordinamento italiano ed europeo, come alternativa ai rimpatri forzosi.
Dietro lo scontro, il nodo politico-istituzionale resta forte. Dopo il confronto tra Alfredo Mantovano e il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, era emersa l’ipotesi di modificare subito la norma. Ma i rilievi della Ragioneria dello Stato, legati alla mancanza di coperture, hanno complicato ulteriormente il quadro.
Così prende quota la linea più rischiosa: approvare il decreto nella sua forma attuale, esponendosi a una possibile mancata firma del Quirinale. «Poi vedremo se ci sono aggiustamenti tecnici», ha spiegato Giovanni Donzelli, escludendo però modifiche immediate nel testo.
Le criticità non si fermano qui. In Commissione Bilancio emergono dubbi su diverse norme prive di copertura finanziaria, mentre le opposizioni attaccano duramente. «Siamo di fronte a una situazione grave», denuncia Maria Cecilia Guerra, parlando di un provvedimento con «questioni di legittimità costituzionale ancora aperte».
In Aula lo scontro è totale. «Quello che è accaduto è di una gravità straordinaria», afferma Chiara Braga. Le fanno eco Riccardo Magi e Marco Grimaldi, mentre la maggioranza accelera chiudendo la discussione generale. Un precedente storico, come quello del 2006 con il governo Romano Prodi, dimostra che una correzione successiva è possibile. Ma il clima resta incandescente e l’esito tutt’altro che scontato.


